Sicilia, il grande bluff: parchi archeologici fuorilegge

by • 23 Gennaio 2019 • Patrimonio1669

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Secondo una legge del 2000 avrebbero dovuto essere 20, ma solo 3 sono autonomi, mentre alcuni non sono ancora istituiti e Pantelleria c’è solo sulla carta; le perimetrazioni sono illegittime; i commissari politici restano insediati al posto dei tecnici. Report dal caos dei Beni culturali siciliani

 

È al primo posto nel programma di politica culturale del presidente Nello Musumeci: l’istituzione entro il 2019 di tutti e 20 i parchi archeologici autonomi, che una normativa regionale pionieristica aveva previsto ben 19 anni fa, anticipando la Riforma Franceschini che ha introdotto anche nel MiBAC musei e parchi autonomi. Contraddizioni e carenze, però, di questa stessa normativa, la legge regionale 20 del 2000 («Legge Granata»), insieme a responsabilità politiche e amministrative, spiegano perché dopo tutti questi anni i parchi dotati di autonomia finanziaria e gestionale siano ancora solo la Valle dei Templi, Naxos e Selinunte. Stiamo parlando dei tre siti che da soli coprono il 60% degli incassi di tutti i siti culturali siciliani (musei, monumenti, aree archeologiche, etc.).

L’obiettivo, quindi, è replicare il successo del modello della Valle dei Templi, che nel 2018 ha sfiorato il milione di visitatori e nel 2017 si è guadagnata il terzo posto in Italia tra i complessi archeologici, dopo Colosseo e Pompei. E, ancora, nella top ten troviamo siti siciliani: al quinto posto Naxos, al sesto la Neapolis e Orecchio di Dioniso, al nono la Villa del Casale, al decimo Segesta. Davanti, cioè, al parco autonomo di Ostia Antica, al museo dei Fori Imperiali e ai Mercati di Traiano, Villa Adriana, Terme di Caracalla, etc.

Ma se i dati (classifica mondiale 2017 de’ «Il Giornale dell’Arte» insieme a «The Art Newspaper») sembrano dare ragione al Governo regionale, l’iter con cui dallo scorso agosto si sta imprimendo un’accelerata per fare ciò che non si è fatto in quattro lustri si basa su un «trucchetto» che, aggirando la legge, rischia d’inquinare l’intera operazione. Per istituire i parchi, infatti, è obbligatorio acquisire il parere del Consiglio Regionale dei Beni Culturali, organo che non era stato ricostituito dal 2009, fino a quando non ci ha pensato, in calcio d’angolo, a fine legislatura (2017), l’ex governatore Rosario Crocetta. La composizione, però, ha restituito un organo ridotto nei componenti, ma più politicizzato. Un terzo della rappresentanza è accordata ai politici: 5 su 15 (sull’argomento chi scrive ha steso un dossier sottoscritto da Legambiente e Italia Nostra). Ora cosa avviene? Dimenticati nelle Commissioni del Parlamento siciliano ci sono ben tre ddl di riforma della materia approvati dalla Giunta Musumeci. Due nel luglio scorso. Il primo, di dubbia modifica della storica legge sui parchi, recupera l’idea crocettiana di affidarli a direttori-manager, ma secondo una concezione privatistica, per cui gli stipendi costoro se li dovrebbero assicurare con le attività da loro stessi promosse. L’altro di ripensamento del Consiglio regionale come un organo puramente tecnico finalmente, eliminando del tutto la componente politica. Il terzo ddl, ancora sulla legge 20/2000, approvato dalla Giunta il 30 ottobre, a distanza di appena qualche mese dal primo, appare una correzione di tiro ampiamente perfettibile: niente direttori-manager, gli stipendi restano in capo all’amministrazione pubblica; introduce misure volte a rendere effettiva l’autonomia. Aspetto non secondario, intende pure razionalizzazione l’iter d’istituzione dei parchi che ad oggi presentano un quadro caotico per le decretazioni scriteriate dell’allora assessora Mariarita Sgarlata, oggi consigliera del ministro Alberto Bonisoli: ben otto, tra perimetrazioni dei parchi, e una vera e propria istituzione, quella di Selinunte, con procedure, da Segesta a Catania, diverse l’una dall’altra, come se si trattasse di materia non normata.

 

Il «trucchetto» che mette i parchi fuorilegge

Avviene, dunque, che, invece che tradurre in legge i tre ddl, con le necessarie correzioni e integrazioni, si è preso a decretare i nuovi parchi, a cominciare da Segesta e Piazza Armerina, sulla base di una legge obsoleta e, soprattutto, a prescindere dal parere vincolante del Consiglio. E qui entra in gioco l’escamotage. Decreti alla mano, scopriamo che pur di acquisire un parere, si è finiti per recuperare quello di un «morto». Si tratta, infatti, di quello dato dal Consiglio nel lontano 3 luglio 2001, ma che allora veniva richiesto in riferimento alla generica individuazione delle aree che avrebbero dovuto rientrare nel Sistema dei Parchi archeologici regionali. Un parere, appunto, recepito appena qualche giorno dopo, l’11 luglio, nell’atto che istituiva questo sistema (D.A. n. 6263).

Quelli che stanno vedendo la luce sono, dunque, parchi illegittimi; così Segesta (lo scorso agosto) e Piazza Armerina (dicembre), esattamente come lo saranno tutti gli altri a seguire, se questo iter sarà confermato. Che l’organo tecnico vada sentito per ogni singola istituzione lo sa benissimo lo stesso assessore dei BBCCIS Sebastiano Tusa, anche se è proprio lui che ha firmato i decreti per i parchi appena citati. Nel terzo ddl, infatti, l’assessore precisa che tale parere vada acquisito in sede ancora di costruzione, ovvero di perimetrazione del parco, «dove il parere del Consiglio regionale risulta pregnante», scrive Tusa, quando cioè ha un senso chiedere di quale avviso siano gli specialisti, e non in fase di decretazione definitiva («successivo iter di indirizzo politico/amministrativo»), che non è altro che una presa d’atto dello step precedente – «un ridondante appesantimento dell’iter per una fase che non riveste alcuna componente relativa alle competenze di quest’ultimo (il Consiglio, ndc.)». Ma allora, a parte chiedersi perché non riformare l’istituzione dei parchi prevedendo un unico decreto invece che l’inutile appesantimento di due, perché l’assessore «tecnico» (Soprintendente del Mare dello stesso Assessorato che ora dirige, e con una lunga carriera universitaria e accademica) ha finito per fare a meno dei «tecnici»? Nei decreti di Segesta (2013) e Piazza Armerina (2017) che Tusa si è trovato sul tavolo, ancora solo di perimetrazione delle aree, è scritto chiaramente che il Consiglio è «chiamato ad esprimere parere sulla proposta di parco ai fini della sua istituzione». Che sia così è, d’altra parte, dimostrato dai casi dei parchi fin qui realizzati: oltre che da Naxos (2007), anche dal decreto di Selinunte (2013), in cui viene fatto valere il parere del Consiglio risalente ad anni prima, proprio in fase di proposta di perimetrazione da parte della Soprintendenza. Allora il Consiglio richiese modifiche, poi recepite. È evidente che non serva, infatti, solo interpellare l’organo consultivo, ma anche conformarsi alle sue determinazioni. Cosa che invece non è avvenuta per Segesta, un parco nato oggi addirittura sulla base di una perimetrazione non approvata dal Consiglio nel 2007 e per questo ritirata dalla Soprintendenza di Trapani (e anche Sgarlata nel 2013 decretò, quindi, una perimetrazione bocciata!). Se non bastasse, prima di essere l’attuale parco illegittimo, Segesta è stato pure nei due anni precedenti un parco «fantasma», ma con tanto di dirigente di Servizio e annesso trattamento economico, proprio come quelli dei parchi belli che fatti. Una singolare coincidenza ha voluto che appena il giorno dopo la denuncia di questa irregolarità da parte di chi scrive, era il 4 agosto 2018, seguisse l’annuncio del presidente Musumeci: il parco è fatto (ma la firma del decreto porta la data del 29 agosto), «la nuova gestione dei Beni culturali inizia da qui», aveva detto. Un atto riparatorio per un Istituto che, alla luce di quanto di nuovo stiamo segnalando oggi, richiederebbe quanto meno una verifica da parte della Procura della Corte dei Conti.

Esattamente, poi, come i suoi predecessori Sgarlata e Vermiglio, Tusa non ha acquisito nessun parere del Consiglio nemmeno per riformulare l’elenco dei parchi siciliani. Questa estate ha proposto di aggiungerne un altro alla lista già pleonastica (20 parchi siciliani contro i 7 del MiBAC), quello di Pantelleria [nella foto di copertina, uno scorcio; n.d.r.]. Eppure, anche in questo caso, l’assessore sa benissimo che è necessario, è sempre la legge a stabilirlo, dato che ha addirittura riesumato (a sproposito) quello del 2001 proprio sull’elenco dei parchi afferenti al Sistema regionale. Senza dire che nella foga di dover dimostrare che i parchi li si sta facendo, si è finiti pure per spacciare come nuovo parco proprio quello di Pantelleria, che altro non è ancora che una voce di un elenco. Alla cerimonia, con tanto di foto, resta un mistero cosa si stesse in realtà firmando, dato che quel decreto reca la data del 13 settembre successivo.

 

Riesumato il Consiglio regionale di Crocetta

Senonché, all’improvviso, l’assessore Tusa si ricorda del Consiglio. Rispolvera quello di Crocetta, della cui esistenza sembrava essersi dimenticato (e le questioni da sottoporgli non sono affatto mancate in questo primo anno del Governo Musumeci), e annuncia di convocarlo in questa settimana. Cosa accade di nuovo, quindi? Che la corsa delle decretazioni a raffica si è arrestata di fronte al parco più atteso e più importante (per storia, patrimonio e valori paesaggistici, e che stacca tutti i restanti ancora da istituire in quanto a introiti), nonché più dibattuto da sempre: quello di Siracusa, su cui s’incentrano fortissimi interessi speculativi che già hanno portato i privati sul piede di guerra ad impugnare al Tar il primo decreto, quello di perimetrazione. Da qualche mese a questa parte è tutto un balletto di annunci che il parco è pronto e repentine smentite. Lo scontro è con Forza Italia, che il parco non lo vuole, e che propone che le funzioni siano assorbite dal polo museale; Tusa invece ribalta: «Piuttosto possiamo abolire il polo e inglobarlo all’interno delle competenze del nascente Parco». Anche se nel resto d’Italia poli museali e parchi archeologici sono ben separati. Ma non è questo il problema per l’assessore che il parco lo vuole (e lo deve) fare, come da accordi governativi. Come correre il rischio che il «trucchetto» fino a questo momento sfruttato per i casi di parchi «inoffensivi», su cui non gravano interessi, venga scoperto in un’aula di tribunale e faccia crollare come un castello di carte tutta l’operazione? All’Assessore non resta, allora, che fermarsi e ritornare al dettato, seppur ambiguo (e man mano anche tutti gli altri nodi verranno al pettine), della legge tuttora in vigore. Non gli resta che riesumare il Consiglio di Crocetta, di cui non c’era stato «bisogno» per Segesta e Piazza Armerina, dal quale nel frattempo è pure decaduto l’unico componente di alto profilo, Giuliano Volpe, ex presidente dell’altro Consiglio, quello Superiore del MiBAC. Sembra che non serva più ricorrere all’uso seriale del «trucchetto». Per la vastità del patrimonio interessato e gli interessi economici in ballo, sarebbe stata la più colossale mistificazione messa in atto da un Governo regionale in 40 anni di competenza esclusiva in materia di beni culturali.

 

I tecnici danno fastidio: commissari al posto degli organi consultivi dei Parchi

Una cosa, però, è abbastanza evidente: i tecnici danno proprio fastidio. Prendiamo il Comitato tecnico-scientifico, sulla carta organo consultivo del direttore del Parco archeologico, che nei fatti funge anche da organo di gestione, come un cda: è chiamato ad adottare il rendiconto di gestione, il suo parere integra l’efficacia degli atti amministrativi e sugli interventi all’interno del parco sostituisce addirittura l’autorizzazione della Soprintendenza ex artt. 21 e 146 del Codice 2004. Dei quattro parchi formalmente istituiti troviamo quest’organo con funzioni ibride solo ad Agrigento (lì si chiama Consiglio del Parco), reinsediato da Vittorio Sgarbi durante il suo mandato a capo dell’assessorato siciliano. Negli altri è esautorato da un commissario: la motivazione è che per reinsediare questi organi collegiali si attende la modifica della legge del 2000. Cioè, si possono fare ancora nuovi parchi a norma di questa legge, ma non nominare i Comitati. A Selinunte, ce n’è uno, nominato da Tusa per sei mesi; a Naxos, da oltre un anno c’è l’avvocato Giuseppe Valentino, per cui vale la pena ripescare la dichiarazione all’insegna della responsabilità che rilasciò a chi scrive, parlando di se stesso, nel maggio scorso in una Conferenza di Legambiente: «Occorre procedere all’immediata revoca del commissariamento del parco privo di giustificazione politica e palesemente illegittimo sul piano giuridico. Questo onde procedere al più presto alla nomina del comitato tecnico-scientifico, organo previsto dalla L.R. 20/2000». E, intanto, era ancora lì, al suo posto, alla firma del controverso acquisto da parte della Regione del Castello di Schisò da destinare al Parco. A Selinunte, infine, c’è da chiedersi che fine abbia fatto il Comitato nominato da Sgarbi nel marzo 2018, mai insediatosi, come ci conferma il professor Maurizio Carta (Università di Palermo), tra i componenti (5, invece che 3, come lo sono tutti gli altri organi degli enti regionali: altra contraddizione della legge 2000). Un mistero: traccia della sua esistenza si ha in documento del direttore del Parco del 4 giugno scorso. Stavolta, però, il commissario nominato da Tusa è previsto da una legge regionale, quella di Stabilità, che prevede che se il parco non ha provveduto ad adottare il rendiconto di gestione entro i termini, allora si può nominare un «commissario straordinario». Il suo mandato, di sei mesi, sta per scadere. E dopo? Altro commissario? Come quello pure al parco Minerario Floristella-Grottacalda. Difficile sostenere in questo caso la tesi della fase di transizione in attesa della modifica della Legge Granata, dato che non rientra nell’elenco dei parchi archeologici.

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2 Responses to Sicilia, il grande bluff: parchi archeologici fuorilegge

  1. […] un’inchiesta su “Il Giornale dell’Architettura” avanzo circostanziati e documentati dubbi sulle procedure con cui stanno vedendo la luce i […]

  2. […] Ecco, quindi, il significato del capovolgimento delle coordinate geografiche di cui al titolo di questa inchiesta: beni culturali «da Sud a Nord». Per cercare di capire cosa, in concreto, comporterebbe il passaggio di competenze in questa materia dallo Stato alle regioni, c’è proprio l’esperienza – nessuno sembra ricordarlo – di quanto già avvenuto in Sicilia, unica tra le regioni a statuto speciale a godere, da quando le fu trasferita dallo Stato nel 1975, della competenza esclusiva in materia di beni culturali. Freccia tesa nell’arco e mai fatta scoccare, è la storia di 44 anni di premesse e promesse che non si è saputo e voluto sviluppare nella loro carica, non di rado, pure innovativa. Proprio di recente una discutibile prova della gestione autonoma del patrimonio è offerta dal «grande bluff» dei parchi archeologici. […]