Spazi della follia/1: damnatio memoriae vs riuso

by • 15 maggio 2018 • Inchieste, Mosaico, Patrimonio1481

Share
Prima di tre puntate dell’inchiesta sull’architettura manicomiale, un sistema di riconosciuto valore storico-edilizio e urbano che a 40 anni dalla Legge Basaglia versa per lo più in stato di abbandono

 

LEGGI LE ALTRE PUNTATE DELL’INCHIESTA

 

L’architettura manicomiale è stata molto indagata fin dalla sua nascita, dando luogo a una produzione storiografica che, particolarmente nel secondo Novecento, ha posto le basi per un più aggiornato e soprattutto organico lavoro di ricostruzione, analisi e interpretazione dello spazio della follia. Gli esiti del progetto di ricerca sui complessi manicomiali in Italia tra Otto e Novecento, finanziato dal MIUR nell’ambito del PRIN 2008 (coordinato dalla professoressa Cettina Lenza), è il primo tentativo di restituire in un quadro complessivo la realtà storica e architettonica dei manicomi italiani, favorendone al contempo le auspicate azioni di recupero e valorizzazione. Gli esiti, confluiti in un volume collettaneo (Electa 2013) e in un sito ricco di contributi testuali, grafici e iconografici, mettono in luce tanto la ricchezza quanto la vulnerabilità di un patrimonio per lo più in abbandono, dopo essere stato sottoposto a una lunga damnatio memoriae.

La realtà dei manicomi dell’Italia contemporanea, infatti, è sempre stata sospesa tra due piani in reciproca opposizione: da un lato la dimensione spesso brutale e drammatica delle strutture deputate alla segregazione e alla separazione dei folli; dall’altro la pretesa funzione terapeutico-riabilitativa di tali strutture. Piano programmatico e progetto manicomiale hanno sempre attribuito agli alienisti un ruolo di assoluta responsabilità nelle decisioni di natura tecnica e compositiva. L’intervento del medico-direttore non si limita alle scelte legate all’ubicazione, all’estensione della superficie libera e di quella edificata, alla capacità e qualità dell’accoglienza o alle condizioni igienico-ambientali, ma suggerisce anche la tipologia più adatta e l’organizzazione delle strutture di ricovero dei folli.

A metà dell’Ottocento, il primato universalmente riconosciuto dell’Italia nel campo dell’architettura non trova adeguati riscontri nel contributo della nazione al progresso delle moderne teorie legate alla costruzione dei manicomi. Il blocco compatto o articolato, a più ali di ambienti disimpegnati da cortili chiusi porticati (Venezia “San Servolo”, Aversa “Santa Maria Maddalena”, primo impianto di Reggio Emilia “San Lazzaro”, Perugia “Santa Margherita” e Pesaro “San Benedetto” tra i più antichi), ne è testimone. Tipo canonico negli anni della Restaurazione, sarà impiegato per almeno un cinquantennio, soprattutto quando si tratterà di ampliare e trasformare strutture monastiche o conventuali preesistenti.

L’architettura e la differenziazione della follia diventeranno il fondamento delle idee riformistiche in materia di istituzioni per il ricovero e la cura degli alienati. La nosologia dei disturbi mentali in base all’intensità e al tipo, favorisce l’affermazione del tipo manicomiale a padiglioni, più o meno ravvicinati, interconnessi o parzialmente isolati. Nell’Italia liberale e fascista il tipo dominante è proprio il sistema open door, a raggruppamenti di padiglioni di degenza distanziati simmetricamente ai due lati di un asse o spazio centrale attrezzato a servizi. Chiaramente ispirato al Plan d’un Etablissement de 300 aliénés…, pubblicato nel Traité… (1836) di Scipion Pinel e impiegato per la prima volta nell’Ospedale psichiatrico provinciale Luigi Lolli di Imola (1869-98), conoscerà una grande fortuna. Con l’ingresso nel Novecento e con la promulgazione, da parte del governo Giolitti, della legge n. 36 del 14 febbraio 1904, contenente una prima serie di disposizioni sui manicomi e sulla “custodia e cura degli alienati”, si afferma anche il sistema disseminato o a villaggio (Volterra, Roma “Santa Maria della Pietà” e soprattutto l’ampliamento, dai primi anni ottanta dell’Ottocento, del “San Lazzaro” di Reggio Emilia). È la risposta alla necessità di disporre di superfici molto estese e, conseguentemente, di una quantità di padiglioni adeguata a un numero di ricoveri che, per effetto della relazione tra follia e pericolosità sociale, introdotta dalla legge, aumenterà progressivamente nel tempo. Sorti, nella generalità dei casi, in posizione isolata e ai limiti dell’abitato, gli ospedali psichiatrici sono stati via via assorbiti dalle prime espansioni periferiche novecentesche.

Con l’approvazione della cosiddetta Legge Basaglia (L. 180/1978), si è acuito drammaticamente lo stato di degrado e abbandono di tali complessi, nell’assenza di un piano d’interventi di grande respiro strategico. Inseriti nel corpo vivo della città, i complessi psichiatrici sono ancora e più che nel passato, non solo sistemi di riconosciuto valore storico-architettonico e urbano ma anche una grande opportunità. La necessità di disporre di nuove attrezzature per il turismo, di servizi per l’alta formazione universitaria, l’arte e la cultura, sollecita la rifunzionalizzazione e valorizzazione d’impianti che, più di altre architetture dismesse, possono essere una risposta a quell’interdipendenza da sempre auspicata tra città storica, periferie e territorio di pertinenza.


Pin It

Comments are closed.