Sulla semiotica della progettazione sacra

by • 11 ottobre 2017 • Inchieste1545

Share
Il curatore, Luigi Bartolomei, risponde ad una lettera ricevuta in merito all’inchiesta “Le Chiese di quest’ultimo lustro”, chiudendo così la lunga sequenza di articoli pubblicati

Alla lettera di Maurizio Abeti, che pone questioni sollevate anche da molti altri osservatori, cerco di dare una risposta sintetica, nonostante l’ampiezza dei temi sollevati.

Anzitutto sono gli stessi documenti conciliari che stornano la possibilità di una qualsivoglia opposizione tra Movimento moderno e architettura per la liturgia, ove ammettono che «la Chiesa non ha mai avuto come proprio uno stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca» (Sacrosanctum Concilium, 123). Come per ogni altro stile storico, anche le acquisizioni del Movimento moderno possono condurre dunque alla realizzazione di spazi di culto adeguati alla liturgia cristiana, tanto nella prassi quanto nello spirito, ove siano composti con sensibilità e competenza. Il problema che le chiese evidenziano, e qui Abeti centra un tema sensibile, è quello dell’equilibrio compositivo tra norma e arbitrio, perché le chiese sono il tipo architettonico che più garantisce al proprio autore libertà espressiva, e al contempo maggiormente la vincola a un sistema di significati che la liturgia esibisce a seguito di una complessa stratificazione del rito e della tradizione. Da un lato la massima libertà formale, dall’altro uno tra i più intricati gangli ermeneutici. La difficoltà del progetto, dunque, non è tanto di natura funzionale ma piuttosto semantica e specificamente semiotica, da cui l’importanza di una rinnovata riflessione sul simbolo, sulla quale anche Abeti più volte ritorna. Quando il progettista non è consapevole di essere al centro di questo delicato equilibrio, la penna tende a prestarsi a compiacimenti autocelebrativi che possono talvolta ammettere come esito architetture di grande impatto formale, senza tuttavia che il costruito abbia la possibilità di trarre da un originale approfondimento sulla liturgia e sulla Chiesa un aspetto propriamente poetico o lirico.

Una riflessione a parte merita il carattere della monumentalità che non è intrinseco né alla ierofania, né alla corrispondente prima risposta umana, tendente semplicemente a isolare spazi e oggetti “divini” al solo fine di renderli riconoscibili ed evitarne la profanazione. Nell’architettura per il culto, la comparsa d’istanze monumentali corrisponde piuttosto a pressioni di natura politica o ideologica che si sovrappongono e contaminano l’originale vocazione religiosa e liturgica dei luoghi. Quanto a quest’ultima, tuttavia, proprio i decenni che hanno preceduto il Concilio (più di quelli che li hanno seguiti) hanno mostrato una profondità e lucidità d’investigazione ineguagliabili nella storia della Chiesa. Il movimento liturgico, dominato dalla figura di Romano Guardini, ha maturato una riflessione sulla liturgia e lo spazio per il culto imprescindibile. Ne sono state esito poetiche compositive distinte e distanti come quelle di Rudolf Schwarz ed Emil Steffann, le cui architetture non avevano però come origine i metodi di un movimento architettonico ma, semmai, questi si assumevano come strumenti per esprimere e caratterizzare la spazialità propria della liturgia cristiana.

Quanto all’aniconicità dell’architettura cristiana contemporanea, due considerazioni. Anzitutto il silenzio dell’architettura è propedeutico all’evidenza dell’assemblea che i documenti conciliari riscoprono come il segno fondamentale ad espressione ed immagine della Chiesa. In secondo luogo si deve cogliere la nudità stessa dello spazio architettonico per la liturgia come simbolo e via per un recupero della purezza della Chiesa delle origini, in un rimando che è esplicito anche nei documenti conciliari. Nelle chiese del movimento liturgico, l’elemento simbolico è il ricorso all’onesta e naturale espressività dei materiali, traccia di un’istanza veritativa che non ha solo un rilievo morale ma, evidentemente, anche metafisico.

È pur vero che negli esempi più recenti, la nudità dello spazio architettonico è stata orientata piuttosto a sollecitare la vibrazione naturale e psichica del sacro che non la declinazione liturgica specifica del rito cristiano, sebbene tra i due aspetti il confine si presenti inevitabilmente sfumato. Certo è che nudità potrebbe non coincidere con aniconicità ed infatti, al prevalente silenzio delle chiese più celebrate nell’intorno del concilio, si va oggi sostituendo una graduale ripresa dell’iconografia ed anche del figurativo, talvolta prevalentemente narrativo, talaltra quasi simbolico. Si sconta però, in Occidente, lo scarto degli ultimi due secoli in cui il significato delle immagini si è progressivamente ridotto alla loro epidermide a danno della loro profondità simbolica, del tutto erosa. Il ritorno ad un alfabeto simbolico quale quello dei primi cristiani, senz’altro efficace a ricercare un Deus Absconditus, in una società in cui s’intende ancora il Cristianesimo come proposta religiosa diffusa, può ritrovarsi solo a specificare appartenenze particolari, come tradizionalmente avviene nelle chiese degli ordini religiosi o, più recentemente, in quelle dei movimenti ecclesiali.

Immagine principale: Emil Steffann, Franziskanerkirche St. Marien a Colonia (Germania, 1950-52)


Tag



Pin It

Comments are closed.