Adeguamenti liturgici delle chiese, facciamo il punto

by • 11 ottobre 2017 • Inchieste, Mosaico1609

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Un compito difficile che ha visto nel tempo esiti controversi e tra gli interventi più riusciti i vincitori di alcuni concorsi. I nostri occhi sono ora puntati sulla cattedrale di Pescia

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Nonostante una copiosa bibliografia si sia ormai sviluppata a cogliere le diversità regionali con i volumi già editi sulle cattedrali del Triveneto, di Lombardia, Piemonte e Valle D’Aosta, Emilia-Romagna e, recentemente, del Lazio, l’adeguamento delle chiese e specialmente delle cattedrali alla riforma liturgica e al nostro tempo, resta un tema aperto, particolarmente difficile e sensibile, in rari casi composto in soluzioni equilibrate, altrove e per lo più insoddisfacenti e, in ogni caso, mai suscettibili di prassi replicabili.

Il compito è dei più ardui. Occorre instillare in spazi già esito di sovrapposizioni plurali e spesso plurisecolari la spazialità liturgica rinnovata dal Concilio Vaticano II, immagine di quel progresso nel processo di auto-comprensione della Chiesa a se stessa che descrivono i documenti conciliari, in particolare Lumen Gentium, Sacrosanctum Concilium e Gaudium et Spes. Al rinnovo dell’icona della Chiesa cui provvede l’azione liturgica, l’adeguamento delle chiese deve coordinare un sapiente dialogo con le architetture esistenti, per cui, già nel 1974, le Norme per la tutela e la conservazione del patrimonio storico-artistico della Chiesa in Italia suggerivano di tenere i documenti canonici in una mano e la Carta del Restauro (1972) nell’altra. A stornare private interpretazioni sulla liturgia e il ruolo dei luoghi liturgici è poi intervenuta nel 1996 la nota pastorale L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica emanata dalla Commissione episcopale per la liturgia della CEI.

Le successive e numerose realizzazioni non mancano di esiti controversi. Alla complessità del tema la coralità tra le competenze professionali, auspicata dalla stessa CEI, pareva essere un antidoto efficace che però è stato spesso disatteso, talvolta prevalendo privati innamoramenti per architetti e, specialmente, per artisti le cui intuizioni spesso non sono andate oltre la modellazione di oggetti incapaci di costruire una spazialità complessiva e talvolta deludenti (se non del tutto incongrui) anche come interventi singolari. Altrove, al contrario, l’intervento si dimostra timido o perché esile, o perché mimetico (e “in stile”), divenendo in ambedue i casi incapace di stratificare nell’architettura una nuova pagina significativa di una rinnovata ecclesiologia.

Tra gli interventi più riusciti, quello di Paolo Bedogni per il Tempio di Santa Maria sopra Minerva in Assisi (1993), tra quelli più coraggiosi quello della Cattedrale di Reggio Emilia, di cui questo giornale si è già occupato in occasione del suo precoce smantellamento (numero 113, 2013, p. 6). È del resto nelle cattedrali che gli interventi di adeguamento raggiungono il massimo della loro complessità: da un lato per l’autorità di una committenza che fatica talvolta a riconoscere i propri limiti in materia d’arte e architettura; dall’altro per l’oggettiva difficoltà del tema che lascia nelle mani dei progettisti il luogo più rappresentativo della Chiesa locale, ossia dell’architettura che è madre e modello delle altre chiese della Diocesi.

A dissuadere interventi autarchici, ben vengano dunque i concorsi che se non giungono sempre a premiare le proposte più incisive, sono almeno la via a decisioni corali, tanto nelle giurie quanto nei gruppi di progettazione che le più recenti competizioni vogliono composti almeno da architetto, artista e liturgista, come già accadeva nel 2007, per il concorso relativo all’adeguamento liturgico della Cattedrale di Alba (CN), poi vinto da un gruppo coordinato da Massimiliano Valdinoci e composto da Maicher Biagini, Cossu+Toni architetti, Ricci+Cavicchioli architetti, con la consulenza liturgica di Goffredo Boselli e con Erich Demetz come artista.

Il bando in due fasi per la cattedrale di Alba resta il modello per la prossima occasione concorsuale, che riguarderà la piccola Diocesi di Pescia (Pistoia), il cui territorio pressoché coincide con quello magnifico della Valdinievole, lungamente contesa tra Pistoia e Lucca per i suoi borghi fortificati che in qualche modo ritornano anche nell’edificio della Cattedrale, con la sua torre campanaria romanico-gotica del 1306. Per il resto la chiesa è un rifacimento barocco di un’antica pieve, con una facciata neo-barocca, dell’ultimo Ottocento. Alla sovrapposizione delle fabbriche corrisponde anche quella dello status giuridico, poiché la diocesi di Pescia, terra di confine, è d’istituzione recente e fino al 1727 prelatura nullius, con il governo territoriale affidato al capitolo dei canonici della cattedrale. E poiché la prima fase del concorso (iscrizioni entro il 31 ottobre 2017) selezionerà i 5 gruppi di progettisti invitati a proseguire la gara sulla base non di un progetto preliminare, bensì di una proposta ideativa, al catalogo delle possibili immagini non mancano al territorio le suggestioni del moderno, con il Ponte Europa (1968) di Carmelo Pucci e Alberto Benedetti (di recente ristrutturazione) che fronteggia il mercato dei fiori di Leonardo Savioli e Leonardo Ricci (1950), tra i monumenti più noti alla duttilità e alla leggerezza del cemento armato. Se il carattere di un progetto è favorito da quello del suo paesaggio, dall’adeguamento della Cattedrale di Pescia si potrebbero attendere proposte di un certo coraggio che monitoreremo nel 2018.

 


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