Arte e fede: un dialogo difficile, tra reciproci sospetti e poche eccellenze

by • 9 luglio 2017 • Inchieste1161

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L’evoluzione dell’arte liturgica sino ad oggi e il suo rapporto con le comunità non sempre in grado di accoglierla

 

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Ripensare oggi il dialogo tra arte e fede è una vera sfida. Significa infatti ricostruire un legame che è andato via via allentandosi nei secoli, fino a trasformarsi in rivalità, sospetto, indifferenza. In che modo oggi le immagini interpretano la coscienza cristiana?

Da un lato, in una disorientante frammentazione di linguaggi, rileviamo una scarsa qualità delle opere, con la conseguenza che antichi spazi, frutto della straordinaria sedimentazione di secoli, sono violati, feriti da elementi contemporanei invasivi e violenti. Tutto è rimandato a un generico “de gustibus”, come se il problema dell’immagine potesse essere delegato a un semplice gusto soggettivo.

Dall’altro, si nota una profonda nostalgia per il passato. Se la fede cristiana si è sempre espressa con i linguaggi del proprio tempo, abbiamo oggi l’impressione che l’immaginario della Chiesa sia rimasto al pre-moderno. Le opere si presentano allora come neo-barocche, neo-rinascimentali, neo-bizantine, come una galleria di immagini “ghettizzate”, al di fuori di qualunque circuito ufficiale, culturale. Da questa “rinascita dalle ceneri” emerge un figurativo de-storicizzato, estenuato, vuoto, artificiale, falsamente ingenuo e privo di profondità. Grandi fumettoni pubblicitari retorici e consolatori sembrano allora prendere il posto delle grandi tradizioni figurative dell’Oriente e dell’Occidente cristiani. Certo, da un lato l’arte contemporanea è troppo spesso priva di valori e narcisista da proporre un vuoto di contenuti, nell’esaltazione di un “io” ipertrofico dell’artista. Tuttavia, dall’altro lato, c’è come un sospetto, una profonda diffidenza delle comunità credenti verso la contemporaneità. La Chiesa di papa Francesco vuole al contrario essere in uscita, rischiare delle scelte, non avere paura di contaminarsi con il tempo presente e le sue lacerazioni. Questo fascino per il passato interroga quindi sotto tanti punti di vista, da quello estetico alle dimensioni più spirituali, culturali, antropologiche, teologiche. Che cosa nasconde l’esigenza di questo pallido e impoverito simbolico/figurativo, volgarizzato talvolta anche grazie all’intraprendenza di grandi imprese commerciali? Gli stilemi di ieri sembrano mettere in secondo piano il vero problema, e cioè che non ci stiamo più interrogando seriamente sul senso della fede dell’oggi.

Se le sperimentazioni degli anni ‘50 e ‘60, come quelle di Le Corbusier o di Matisse, ora “cautamente” riconosciute dal mondo ecclesiale, si confrontavano con le nuove aperture elaborate dal Concilio Vaticano II, oggi si assiste invece a un ripiegamento ideologico, come accaduto per l’adeguamento della cattedrale di Reggio Emilia, mutilato in modo scorretto e violento, in cui sono stati coinvolti artisti come Kounellis, Spalletti, Nagasawa e Parmiggiani. È forse questo il simbolo di una Chiesa che fatica ad accogliere il nuovo?

Alcune esperienze sembrano tuttavia proporre strade volte a re-instaurare un reciproco riconoscimento tra la cultura di oggi e la fede. Se intendiamo con il termine “arte” quanto più suggerisce il senso di una trascendenza che invita al rito e alla preghiera, Ettore Spalletti, confermando il proprio talento, ha recentemente realizzato un’opera d’arte totale che si fonda sulla luce e sul colore. Rielaborando una cappella anni ‘60 di una casa di cura privata (Villa Serena) a Città Sant’Angelo vicino a Pescara, ha configurato uno spazio altamente suggestivo che vibra al variare della luce, dando origine a colori diversi, delicati, soffusi, in cui ogni elemento – altare, ambone, sede del celebrante – è perfettamente integrato. È questo uno spazio straordinario, al quale potrebbero guardare le committenze per “avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola” Evangelii Gaudium (2013; n. 167), come dice papa Francesco.

Un luogo di sperimentazione è poi divenuta la storica chiesa di San Fedele a Milano. Da un paio di anni è stato infatti inaugurato un inedito percorso di arte e fede, unico nel suo genere. Un itinerario simbolico che dalla morte conduce alla vita, attraverso i grandi nodi tematici della fede cristiana, coinvolgendo sia la chiesa sia gli spazi annessi. In questo progetto sono stati coinvolti numerosi artisti come Kounellis, Parmiggiani, Paladino, De Maria, Sean Shanahan, Simpson. Con loro, sono stati indagati temi come quelli della Gerusalemme Celeste, della Corona di spine, dell’Apocalisse, degli ex-voto. Ciascun autore ha meditato il proprio intervento a partire da uno spazio a lui riservato, cercando di approfondire il significato teologico e liturgico del proprio lavoro nel contesto della chiesa, esplicitandone i contenuti di fede. Ne è nato un vero e proprio viaggio simbolico che ha integrato antico e contemporaneo, passato e presente e che di certo sta suscitando interesse nel mondo cattolico ma anche non credente, soprattutto tra i giovani, non solo dal punto di vista artistico ma anche da quello della comunicazione della fede.

Altri esempi potrebbero essere considerati, come le esperienze dell’Oratorio di San Lupo a Bergamo, anche se non si tratta di arte liturgica in senso stretto; l’Evangeliario Ambrosiano realizzato alcuni anni fa; la Porta Speciosa di Parmiggiani al monastero di Camaldoli; gli interessanti interventi alla Chiesa del Santo Volto a Roma. Si tratta di casi tuttavia troppo isolati perché siano assunti dall’istituzione ecclesiale e diventino realmente luoghi di riflessione. Se gli esempi positivi non mancano, sembrano insomma sporadici, troppo spesso ignorati da chi, al contrario, dovrebbe promuovere un serio dialogo tra arte e fede.


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