In Africa, se l’arte pubblica può fare la città

by • 28 giugno 2017 • Mosaico, Reviews613

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Alla Galleria Ausstellungsraum Klingental la mostra “Making Douala 2007-2017” racconta gli esiti della Triennale “SUD – Salon Urbain de Douala” in Camerun

 

BASILEA (SVIZZERA). Può l’arte pubblica fare una città? È quanto suggerisce la mostra in corso alla Galleria Ausstellungsraum Klingental dedicata alla Triennale “SUD – Salon Urbain de Douala”, manifestazione avviata nel 2007 che ha portato nella grande città del Camerun artisti nazionali e internazionali a misurarsi con i contesti più degradati. “Making Douala 2007-2017” presenta con materiale documentale e modellini allestiti con esuberanza quanto prodotto nel corso degli anni, anticipando anche la prossima edizione (dal 5 al 10 dicembre). Inoltre, la mostra riassume gli esiti di una valutazione d’impatto di tali interventi, realizzata nell’ambito di un progetto di ricerca capeggiato dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana.

SUD ha portato alla realizzazione di opere monumentali, strutture funzionali (ponticelli, fontane, pozzi), interventi poetico-decorativi. Le opere sono state in genere sviluppate attraverso un programma di residenza degli artisti nella comunità che ha comportato un processo di negoziazione tanto complicato quanto fertile: i quartieri di destinazione dei progetti in cui opera doual’art, il centro d’arte attivo da 25 anni in città, che con ICU art projects & Lucas Grandin organizza anche la Triennale SUD, sono infatti perlopiù informali. L’occupazione del terreno da parte degli abitanti, in alcuni casi decennale, non è diritto riconosciuto, e non è chiaro a chi ci si debba riferire per l’autorizzazione a intervenire nello spazio pubblico. Gli artisti hanno quindi dovuto conquistare la fiducia della popolazione interessata e costruire delle relazioni che ne legittimassero l’operare. In alcuni casi tali interventi hanno indotto la comunità a strutturarsi, com’è accaduto nel quartiere di Bessengué attraverso la produzione di workshop, una fontana, un ponte e una stazione radio, tanto che la comunità è in seguito riuscita a ottenere finanziamenti dalla Banca Mondiale.

Douala insegna che l’arte pubblica può fare la città innanzitutto sul piano identitario, a livello urbano e più minuto, di quartiere. La “Nouvelle Liberté” di Joseph-Francis Sumégné, grande statua suggestiva e sbilenca, realizzata con materiali metallici riciclati, è oggi simbolo di Douala (ma venne inizialmente contestata: la ricerca ha rilevato che gli interventi negli spazi aperti e anonimi come le rotonde, vengono percepiti come statements del governo cittadino e sono più facilmente soggetti a critiche). Nei singoli quartieri l’opera di negoziazione e di costruzione di senso attraverso il coinvolgimento dei cittadini da parte degli artisti produce un senso di appartenenza nonché di cura per lo spazio comune che in definitiva si traduce in maggiore sicurezza – secondo l’originale definizione dei ricercatori, che l’hanno misurata non limitandosi agli indicatori tradizionali di violenza. Ed è questo l’elemento d’interesse più generale che emerge dalla mostra di Basilea: l’arte pubblica, se praticata in maniera partecipativa, è catalizzatrice di rigenerazione urbana e di processi sociali virtuosi.

Immagine di copertina: Pascal Marthine Tayo, “La Colonne Pascal” (2010; foto di Sandrine Dole)

 

 

“Making Douala 2007-2017”

Ausstellungsraum Klingental, Basilea, fino al 9 luglio

A cura di doual’art, Icu art projects & Lucas Grandin, Supsi

Con un’installazione di Roberto Paci Dalò

Catalogo Public Art in Africa. Art and Urban Transformations in Douala, a cura di Iolanda Pensa, Métis Presses 2017

 

 


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