Ospedali storici europei: patrimonio da valorizzare

by • 19 ottobre 2014 • Patrimonio1293

Dal 27 ottobre al 25 novembre l’atrio dell’aula magna dell’Università degli Studi di Milano ospita, dopo Vercelli e Napoli, la terza tappa dell’esposizione fotografica “I luoghi della cura: architetture e tesori d’arte da valorizzare”, che si concluderà con il seminario “Prospettive e strategie per il riuso degli antichi ospedali” (il 26 novembre dalle 14 alle 17:30 presso l’Aula Milani del Policlinico in via Francesco Sforza 28). L’esposizione, a cura di Gigliola Foschi (con 50 tra foto e disegni) è frutto di una ricerca avviata nel 2012 dall’architetta torinese Elena Franco sul patrimonio edilizio ospedaliero che va dal Medioevo all’Ottocento inoltrato sia italiano che europeo (Ca’ Granda a Milano, ex Ospedale maggiore di San Giovanni vecchio a Torino, ex Ospedale di Sant’Andrea a Vercelli e gli Hotel-Dieu di Parigi, Bourg en Bresse e Lione). La stessa autrice ce ne illustra le ragioni.

Attraverso una campagna di documentazione che, dopo aver toccato il Nord Italia per arrivare sino a Parigi, è ancora in corso ed è oggetto di un’esposizione fotografica itinerante, vorrei attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul valore del patrimonio ospedaliero, per riflettere sulle sue trasformazioni e dismissioni.
Gli ospedali hanno rappresentato, sin dal Medioevo, uno degli elementi caratterizzanti le città europee. Nel mio lavoro di documentazione, iniziando a confrontare complessi ospedalieri cosiddetti “maggiori” di Francia e Italia, ho visto come questi edifici – nati funzionalmente come luoghi in cui era l’elemento divino a essere il fulcro e il principale elemento di cura – si siano evoluti, di pari passo con le scoperte scientifiche, per diventare macchine complesse, in grado di curare non tanto lo spirito quanto il corpo. Vere e proprie città nella città, simbolo di potere e luogo in cui le classi dirigenti potevano mostrare il proprio livello sociale attraverso l’atto di carità, questi edifici hanno subito nei secoli varie trasformazioni, senza mai abbandonare lo stretto legame con gli abitanti. Nel tempo, per oggettive difficoltà nel mantenimento delle funzioni ospedaliere al loro interno, alla luce delle nuove normative e prassi, sia mediche che di sicurezza e prestazionali, il destino di tali complessi è mutato; ancor più, recentemente, a causa delle difficoltà economiche legate al mantenimento di questi edifici, sia per le caratteristiche tipologiche che per la dimensione e i vincoli strutturali.
In alcuni casi è stato possibile inserirvi nuove funzioni: come, ad esempio, a Milano, dove nel complesso della Ca’ Granda, a seguito del restauro operato da Liliana Grassi nel secondo dopoguerra, trova spazio anche l’Università Statale; oppure a Torino, dove in parte dell’Ospedale Maggiore di San Giovanni Vecchio ha sede il Museo Regionale di Scienze Naturali, seppur chiuso temporaneamente per le vicende legate alla sua messa in sicurezza.
La scelta di destinare queste imponenti strutture “sociali” a nuove funzioni li ha preservati dall’abbandono ma, in alcuni casi, ha fatto perdere le tracce del passato ospedaliero, che non si legge più nei nuovi allestimenti e adattamenti e, non sempre, ha permesso il mantenimento in loco dell’importante patrimonio di beni mobili e documentali legati a queste architetture monumentali, come invece è stato possibile fare con la Ca’ Granda di Milano, il suo archivio e la preziosa quadreria.
Per altri edifici, dove la funzione ospedaliera è ancora in corso o è cessata recentemente, si apre un dibattito che vede, in alcuni casi, una privatizzazione completa o parziale dei complessi. E’ il caso Oltralpe dell’Hôtel-Dieu di Marsiglia dove ha aperto recentemente l’Hotel Intercontinental, grazie a un’operazione che ha visto impegnati il gruppo immobiliare Altarea-Cogedim, lo studio di architettura Anthony Bechu e Tangram; oppure dell’ex ospedale Richaud, costruito nel centro di Versailles, dove la società immobiliare Ogic ha realizzato appartamenti, negozi, uffici, un asilo nido e un centro culturale. Anche il Grand Hôtel-Dieu di Lione è in trasformazione: l’impresa Eiffage, con il supporto progettuale dell’agenzia di architettura AIA e dello studio di Didier Repellin, sta realizzando i lavori che vedranno nel 2017 affacciarsi, su quasi un ettaro di cortili e giardini, nell’’ipercentro della città, attività di ristorazione, negozi, uffici, appartamenti, centro congressi e città della gastronomia.
Non sempre però prevale la logica della rifunzionalizzazione e si assiste anche a uno sforzo per il mantenimento di una funzione ospedaliera – magari con una modifica delle tipologie di reparti inserite – come a Bourg en Bresse e Parigi.
Fanno ben sperare i progetti di restauro in corso, come nel caso dell’ex Ospedale di Sant’Andrea a Vercelli – in parte demolito negli anni Sessanta e ora destinato al recupero con l’inserimento di nuove funzioni pubbliche quali la biblioteca cittadina – o le riflessioni in atto a Parigi, dove si ragiona di destinare parte dell’Hôtel-Dieu a museo di se stesso.
E’ necessario, però, che questi complessi vengano visti sotto una luce nuova, perché non vadano perse importanti testimonianze della storia delle nostre città e occasioni per realizzare progetti dedicati alla comunità che li ha ricevuti in eredità da chi l’ha preceduta, in coerenza con l’originaria funzione sociale degli antichi ospedali. Probabilmente proprio a causa di questa destinazione d’uso, legata a temi quali la malattia e la morte, questi complessi hanno dovuto, al fine di un loro riuso, rimuovere, soprattutto nel contesto italiano e per un fatto culturale, le tracce della funzione assistenziale per cui erano stati costruiti e, probabilmente, per la stessa ragione e ancor di più, attualmente, molti sono gli ex manicomi abbandonati e per i quali si stenta a trovare nuove funzioni e a intraprendere programmi di recupero.
Il mio lavoro fotografico, artistico perché non frutto di una committenza, si sofferma sull’architettura e sull’atmosfera che lega questi edifici, ma vuole anche raccontare che esiste un patrimonio artistico e documentario fatto di arredi, archivi, dipinti e statue dei benefattori, apparecchiature mediche e suppellettili, che è un dovere non abbandonare.
Senza inquadrare questo progetto fotografico né nel filone della cosiddetta “fotografia delle rovine”, che ha un senso di denuncia positiva ma che si fonda anche su un concetto estetico di bellezza dell’abbandono, e senza ricercare una fotografia piacevole ma didascalica, vorrei proporre una nuova lettura per questo immenso patrimonio: la necessità di trovare il giusto equilibrio tra sostenibilità economica e funzionale ed esigenze di tutela è la chiave per mettere in risalto l’immensa ricchezza, da noi spesso misconosciuta, rappresentata da questi monumentali complessi ospedalieri e portare a conoscenza di un pubblico vasto, e non semplicemente di addetti ai lavori, grazie al linguaggio fotografico, l’entità di questo patrimonio, primo passo di un possibile percorso di valorizzazione.

Per approfondimenti: www.elenafranco.it


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