“The Reach” a Washington: piccolo e giocoso, ma sicuro di sé

by • 2 Dicembre 2019 • Mosaico, Progetti722

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Visita al centro culturale, ampliamento del Kennedy Center for the Performing Arts, su progetto di Steven Holl Architects

 

WASHINGTON DC (STATI UNITI). Tre padiglioni di diverse forme e volumi emergono da un terreno in pendenza ben incorniciato dalla faraonica piattaforma del Kennedy Center for the Performing Arts, dalle morbide rive dell’ampio fiume Potomac e dalle volute dell’autostrada che convergono sul ponte che conduce verso la Virginia. In netto contrasto con il peso monumentale, l’enorme dimensione e l’ortogonalità del Kennedy Center, “The Reach” propone forme sinuose e leggere che sembrano emergere dal paesaggio più che essere sollevate su un’imponente terrazza. I tre padiglioni sono opera di Steven Holl, segmento di una parte di attività professionale ben allenata dalla progettazione di spazi per spettacoli dalle fluide organizzazioni interne. “The Reach” offre giardini verdi e specchi d’acqua, aule e spazi per gli spettacoli, sale riunioni, una sala conferenze e altri spazi per eventi.

Sebbene forme, scelta dei materiali e fluidità nelle funzioni e nelle loro disposizioni allontanino, nell’aspetto e nelle attese, questo ampliamento del Kennedy Center da un edificio che è “memoriale vivente” del presidente assassinato, i legami non mancano. Lo spazio più rigorosamente funzionale, la Justice lecture hall con la sua innovativa texture di cemento increspato, richiama quello che per John F. Kennedy era un principio fondamentale. La Peace Corps Gallery prende il nome dall’agenzia costituita per essere uno dei pilastri portanti della sua politica estera, nata per coinvolgere i giovani statunitensi nel processo di “avvicinamento e conoscenza delle culture straniere” (e sostituire le vecchie organizzazioni di beneficienza governative promotrici di percorsi formativi pratici).

Altri spazi con le loro differenti forme e caratteristiche confermano infine la dedica al presidente e alla sua famiglia. Per esempio, il torpediniere che Kennedy comandò durante la Seconda guerra mondiale è ripreso nella forma dello specchio d’acqua riflettente; 35 alberi di Ginkgo biloba sono piantati nel boschetto presidenziale a ricordo di Kennedy quale 35° presidente degli Stati Uniti; la Welcome lobby offre il caffè “Hyannis Port” (località a Cape Code su cui sorge il Kennedy Compound); ci sono le stanze J, F, K; la Hammersmith lounge onora la casa in cui trascorse l’infanzia Jackie Kennedy; le classi “Macaroni” e “Sardar” prendono il nome dal pony di Caroline Kennedy e dal purosangue arabo della first lady.

Se paragonato alla pesante solennità del vecchio centro, tutto il complesso è giocoso. Alla mia visita, uno degli spazi stava ospitando una battaglia tra genitori e figli che si tiravano dietro cuscini d’argento lucido dal sapore Warholiano. Grandi scalinate, ampie pareti vetrate trasparenti, soffitti curvi e superfici monocrome virate sul bianco racchiudono spazi larghi, amorfi ma non oppressivi, che stanno aspettando di essere occupati dai colori dei laboratori d’arte, dagli spettacoli e dalle forme di auto-espressione, in enfatico contrasto con le più convenzionali attività dell’adiacente Kennedy Center.

Secondo Holl, la sua strategia mira a creare «un linguaggio di forme, dalle sezioni coniche ai paraboloidi iperbolici, un’acustica visiva che risuona attraverso i padiglioni, dà forma agli spazi che li dividono e disperde il suono al loro interno». Infatti, mentre nessuna delle superfici e dei volumi segue le regole della geometria euclidea, lavorano tutti come se fossero schermi su cui proiettare immagini brillantemente illuminate, diffondendo il chiaro messaggio di questo centro culturale piccolo ma sicuro di sé.

 

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