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Scritto da: Progetti Reviews

MoDusArchitects, progettare nella catastrofe

MoDusArchitects, progettare nella catastrofe
A Mantovarchitettura il tema della ricostruzione. Sandy Attia e Matteo Scagnol raccontano il loro approccio attraverso interventi realizzati e visioni per il futuro: tra distruzione e memoria, stasi e nuove forme

 

MANTOVA. Nel ricco programma di eventi di Mantovarchitettura, la conferenza di MoDusArchitects, lo studio bolzanino di Sandy Attia e Matteo Scagnol, permette di definire una relazione tra gli effetti del cambiamento climatico sulla cultura del progetto e le architetture che reagiscono a situazioni di disastri ambientali. Un giovane collaboratore del Polo di Mantova del Politecnico di Milano racconta l’incontro.

 

Riflettere su come progettare dopo un evento tragico, individuare l’approccio migliore per riallacciare un dialogo con uno spazio in fase di ripresa da un trauma e analizzare quali architetture vi prendano forma: sono stati questi i temi al centro della conferenza che si è tenuta alla Casa del Mantegna a Mantova. L’incontro, inserito nel contesto di Mantovarchitettura e curato da Angelo Lorenzi, ha visto protagonisti Sandy Attia e Matteo Scagnol dello studio MoDusArchitects.

 

Scuole da ri(fare)

Ricostruzione non è solo l’esito di crolli dovuti ad eventi catastrofici. Un campo particolarmente importante è il rifacimento di edifici pubblici finalizzata all’adeguamento sismico. In questo contesto, MoDusArchitects – che ha sviluppato negli anni una solida esperienza nel campo dell’architettura scolastica – ha partecipato all’azione di rinnovamento del patrimonio italiano con i fondi PNRR. Il lavoro dello studio è stato preceduto da un’approfondita ricerca pedagogica, da cui sono scaturiti progetti basati sul dialogo tra ordine generale e varietà spaziale. In queste architetture, l’apprendimento è sostenuto da modalità differenti: studiare, collaborare, ritirarsi o confrontarsi; la griglia strutturale funge da dispositivo ordinatore, deliberatamente affiancata da episodi inattesi che ne spezzano la rigidità e rinnovano il lessico degli ambienti educativi.

I progetti rispondono a questa matrice pedagogica con linguaggi differenti. A Villa Santina (Udine), la Basilica of Knowledge si ispira alla Basilica Palladiana per la rigorosa divisione simmetrica degli esterni, ridefinendo il ruolo della scuola pubblica come infrastruttura civica aperta alla vita collettiva. Caratterizzata da un linguaggio misurato e riconoscibile, la scuola sfrutta luce, flessibilità ed eleganza compositiva per offrire un ambiente aperto e condivisibile, diventando un nuovo punto di riferimento per l’intera comunità. La Cloverleaf School a Ospedaletto di Gemona del Friuli (sempre in provincia di Udine), ricostruita a seguito della demolizione del precedente edificio situato nelle vicinanze, applica i medesimi principi spaziali della Basilica of Knowledge, aggiungendovi un profondo dialogo tra interno ed esterno. Immerso in un parco storico, l’edificio assume il verde non come mero contesto, ma come componente attiva dell’esperienza educativa. Questo legame si riflette nel linguaggio architettonico: il rivestimento in doghe di legno favorisce l’integrazione nell’ambiente naturale, trasformando la scuola in un luogo di incontro, orientamento e benessere. Infine, la struttura prefabbricata in X-Lam risponde a un’ulteriore istanza fondamentale, la sostenibilità ambientale.

 

 

Terre alte

La necessità di adeguare l’esistente nasce spesso anche dal confronto con la crisi climatica, come dimostra il progetto per l’Europahütte. Situato a 2.693 metri di quota, lungo il confine tra Italia e Austria, il rifugio si trova al centro di un contesto ambientale e logistico estremo, dove le rapide trasformazioni del paesaggio alpino impongono di ripensare il senso stesso del costruire in alta montagna. All’origine dell’intervento c’è il progressivo arretramento dei ghiacciai, un fenomeno che ha alterato gli equilibri geologici del sito.

L’edificio storico, caratterizzato da una muratura imponente e pesante, poggia infatti su un banco roccioso che, una volta privato della copertura glaciale, si è rivelato instabile e non più in grado di garantire le necessarie condizioni di sicurezza. Il progetto sceglie così una strada precisa: demolisce solo parzialmente il rifugio per mantenerne la piattaforma di fondazione originaria, a cui si addossa un nuovo volume leggero con struttura in pannelli di legno X-Lam. L’architettura rinnovata instaura un dialogo diretto con la morfologia del sito: se da un lato il volume si adatta all’andamento del pendio nella porzione a contatto con il terreno, dall’altro il tetto a impluvio introduce un segno geometrico in netto contrasto con il profilo naturale della montagna, enfatizzando il carattere contemporaneo dell’opera.

L’impianto planimetrico è inoltre determinato dall’andamento della linea di confine tra i due Stati, conferendo all’intervento una dimensione che trascende gli aspetti costruttivi per assumere una chiara valenza territoriale e politica. L’architettura diviene così un dispositivo capace di mediare tra esigenze strutturali, trasformazioni del paesaggio alpino e complessità geografiche, interpretando il confine non come linea di separazione, ma come principio ordinatore della composizione.

Convivere con il trauma

In contesti progettuali in cui l’evento catastrofico è intimamente intriso nella memoria collettiva, anche la rigenerazione urbana può farsi strumento di elaborazione del trauma. In Piazza 9 Ottobre 1963, a Longarone, MoDusArchitects ha sviluppato un progetto di riqualificazione volto a ridefinire l’assetto dello spazio pubblico dedicato alla memoria della tragedia del Vajont. L’intervento trascende la semplice trasformazione fisica dello spazio, configurandosi come un’operazione di carattere prevalentemente concettuale e simbolico. La prossimità visiva con il Monte Toc impone infatti un approccio improntato alla sensibilità e al rispetto del luogo. In questo contesto, il progetto persegue l’obiettivo di restituire qualità e centralità a uno spazio pubblico originariamente privo di adeguate prestazioni sul piano funzionale, percettivo ed estetico.

La proposta valorizza le pilastrature esistenti, reinterpretandole come elementi ordinatori del nuovo disegno della pavimentazione. Quest’ultima si articola in una composizione frammentata, nella quale le superfici si interrompono e si ricompongono attorno a grandi isole sopraelevate. Tale configurazione richiama, in chiave astratta, il moto delle onde generate dal disastro del Vajont: un riferimento evocativo che, senza ricorrere a rappresentazioni letterali, conferisce al progetto un forte valore simbolico e guida la geometria dell’intero spazio pubblico.

In termini di metodo di lavoro e di progetto, l’impatto dei traumi territoriali, come terremoti o inondazioni, è stato da MoDusArchitects accostato agli sguardi fotografici di Leonhard Angerer in “Paesaggio imballato” (Sappada, aprile 2026) e di Claudio Orlandi in “Ultimate Landscapes“. Luoghi e immagini condividono un’analoga dimensione di sospensione e incertezza, premessa di una mutazione certa e irreversibile. È proprio in questa fenditura temporale che si inserisce l’approccio progettuale di MoDusArchitects. Se la distruzione impone una ricostruzione, quest’ultima rischia spesso di farsi responsabile di una rapida e anonima proliferazione edilizia. Da questa urgenza emergono due interrogativi decisivi per rintracciare un equilibrio tra il prima e il dopo la catastrofe: che ne sarà del nuovo, che ne sarà del vecchio?

Il terremoto del 2016 nel Centro Italia ha imposto una profonda riflessione sul tema della ricostruzione. In questo contesto, lo studio ha sviluppato un doppio progetto, una sorta di “dittico civico” (come lo hanno definito) a Camerino, nelle Marche: un duplice intervento che si articola tra dimensione ipogea e fuori terra. Camerino, come la maggior parte dei borghi italiani, vanta molte opere d’arte, che sono state letteralmente sepolte, nascoste dopo il terremoto per proteggerle. All’esterno, invece, il sisma ha lasciato un segno visibile sul territorio con l’insediamento delle strutture temporanee per la popolazione sfollata. La logica di MoDus è stata quella di proporre elementi per una ricostruzione puntuale: architetture che si contrappongono tra loro pur interfacciandosi nello stesso contesto. Il progetto affronta la fragilità di Camerino e la dispersione di persone, luoghi e attività attraverso due interventi complementari: uno all’interno della città storica e l’altro nel territorio circostante, che insieme danno forma a un unico sistema spaziale ibrido, capace di ricucire la relazione tra la comunità e il suo territorio.

Il primo intervento si colloca a ridosso di Porta Bonaparte, appena oltre l’accesso medievale alla città, dove introduce una nuova forma di urbanità rurale. Questo spazio definisce l’asse di connessione tra il centro storico e l’insediamento temporaneo (situato a circa due chilometri di distanza), il quale viene assunto sia come richiamo formale per le nuove strutture, sia come citazione storica delle pile di paglia tipiche del paesaggio agricolo. Il secondo intervento si confronta con la condizione di stasi del centro storico, prendendo come fulcro il più antico monumento della città: la chiesa di San Francesco. Un nuovo sistema di attraversamento ricuce il tessuto urbano attraverso una sequenza di spazi emergenti e ambienti ipogei, ristabilendo la continuità tra paese e territori circostanti, un modo per evocare la memoria del luogo proiettandosi, al contempo, verso il suo futuro.

MoDus Architects muove da concetti condivisi per individuare, rielaborare e fare proprie le problematiche di ciascun contesto. Attraverso un percorso metodologico rigoroso ma aperto a linguaggi differenti, come ben evidenzia il caso di Camerino, lo studio invita a riflettere non solo sulle strategie d’intervento, ma sull’essenza stessa del costruire: un atto capace di custodire la memoria dei luoghi e, al contempo, prefigurarne il futuro.

 

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di docenti, studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.

 

Immagine di copertina: MoDusArchitects, Piazza Piazza 9 Ottobre 1963, Longarone, 2026 (courtesy MoDusArchitects)

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Tag: , , , , , , , Last modified: 2 Agosto 2026