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Martha PollakScritto da: Mosaico Progetti

La torre del presidente

La torre del presidente
L’Obama Presidential Center apre a Chicago. Progetto complesso e articolato nel South Side, con un grande segno urbano, oggetto di critiche e ironie. L’arte accompagna un’esperienza interna suggestiva e stimolante. Anche dal punto di vista politico

 

CHICAGO (Stati Uniti). L’Obama Presidential Center è stato inaugurato a giugno – suscitando grande interesse sia da parte del pubblico che della critica architettonica – in occasione della festività federale dello Juneteenth/Freedom Day, istituita dal presidente Joe Biden nel 2021 per commemorare la fine della schiavitù.

 

Un vero campus, firmato da Tod Williams e Billie Tsien

A differenza dei National Archives, le biblioteche e gli archivi presidenziali dedicati alla memoria dei 16 presidenti americani, e gestiti da un’agenzia federale, l’Obama Center ospita una serie di gallerie museali, gli uffici della Obama Foundation, una sede distaccata della Chicago Public Library e numerosi altri spazi ed edifici indipendenti.

Queste strutture illustrano gli interessi specifici dell’ex presidente Barack Obama e dell’ex first lady Michelle LaVaughn Robinson: dall’orto alla cucina didattica, da un campo da basket ad un’area giochi per bambini (con tanto di collinetta per slittini) fino a uno studio di produzione video, un auditorium e numerosi spazi interni ed esterni pensati per favorire l’incontro tra comunità diverse.

Sebbene molte di queste funzioni siano presenti anche nelle altre biblioteche presidenziali, l’Obama Center offre – grazie alla varietà e all’ampiezza delle sue strutture – una testimonianza dell’impegno a favore della giustizia sociale e dell’attivismo che ha caratterizzato l’operato di Barack e Michelle Obama, sia durante il mandato presidenziale che successivamente.

I molteplici interessi dell’ex presidente sono simbolicamente rappresentati attraverso un complesso di strutture, non un unico edificio. Progettato come un campus dallo studio di architettura di Tod Williams e Billie Tsien, si estende su diversi isolati nel South Side di Chicago; è costituito da un insieme di edifici innovativi e dalle geometrie complesse, che creano un netto contrasto con le forme sinuose  del paesaggio circostante. Situato tra il lago Michigan e il campus dell’Università di Chicago, il Centro occupa un’area un tempo parte di Jackson Park, progettato da Frederick Law Olmsted in occasione dell’Esposizione Universale del 1893 e oggi uno dei tanti parchi che costeggiano la riva del grande lago.

Obamalisk: 70 metri di granito

La scelta del sito è stata oggetto di accesi dibattiti, ma gli Obama desideravano che il loro dono alla città contribuisse alla riqualificazione del South Side, un’area a lungo considerata degradata, dove la University of Chicago è una sorta di fortezza separata da un quartiere a prevalenza afroamericana in cui era tuttavia inserita.

In questa realtà complessa sorge adesso l’edificio a torre – anch’esso al centro di accesi dibattiti – dell’Obama Museum. Questa costruzione di 8 piani e 70 metri d’altezza, rivestita in granito del New Hampshire e priva di finestre (fatta eccezione per alcune aperture vetrate). Svetta, dominando il paesaggio, sulle altre strutture del complesso progettato da Michael Van Valkenburgh. I giardini e l’area giochi avvolgono i diversi edifici – tra cui l’Home Court firmato da Moody Nolan – introducendo dolci rilievi in un contesto altrimenti completamente pianeggiante.

I percorsi sinuosi, che disegnano cerchi e archi, fanno da contrappunto alla geometria austera della torre elemento dominante che ha suscitato numerose critiche (in gran parte di natura politica), guadagnandosi un soprannome affettuoso: Obamalisk. La torre presenta diverse caratteri architettonici significativi: poggia sul terreno come un imponente masso di pietra e si erge sopra la piazza d’ingresso, caratterizzata da eleganti motivi nella pavimentazione e definita da due delle 28 opere d’arte site-specific commissionate dagli Obama a 30 artisti contemporanei.

La piazza d’ingresso è affiancata da una grande scultura astratta a forma di arco, opera di Martin Puryear, e da un doppio ritratto estremamente realistico – che qualcuno ha definito kitsch – della coppia presidenziale: l’opera comunica la postura e la gestualità dei coniugi mentre percorrevano a piedi Pennsylvania Avenue, a Washington, nel giorno del loro insediamento. Un momento simbolico che corrisponde alla tradizionale presa di possesso, la cerimonia in cui il nuovo leader si sposta in corteo ufficiale dal Campidoglio alla Casa Bianca, i due poli del potere politico americano. Gli Obama, come noto, scelsero di percorrere il tragitto a piedi.

 

Movimenti interni fluidi

Una volta varcata la soglia dell’edificio, il visitatore è immediatamente immerso in un’atmosfera con densa presenza di opere d’arte; tra queste spicca un altro doppio ritratto degli Obama, caratterizzato anch’esso da un realismo quasi fotografico. La torre ospita tre livelli di spazi espositivi. I solai sono sospesi all’interno di ampi vuoti verticali che collegano i diversi piani e accolgono le opere d’arte e alcune proiezioni video. Grazie alla composizione del volume sono visibili dai livelli superiori e inferiori.

Opere di Mark Bradford, Julie Mehretu e Nick Cave – artisti di origini africane che incarnano l’apertura alla diversità, elemento cardine della filosofia degli Obama – creano una tensione dinamica nell’edificio. Osservati dalla scala mobile che collega i diversi livelli – e che passa accanto a una grande vetrata dipinta dalla Mehretu, estesa su più piani – questi spazi aperti conferiscono intensità agli spazi espositivi. Sembra che gli architetti abbiano voluto creare un grande vuoto interno a tutta altezza, ottenuto scavando nella massiccia struttura della torre, intesa come enorme pietra.

La suggestione rimanda alla vertiginosa spazialità della Mole Antonelliana di Torino. Al piano terra, la torre si apre su tre giardini integrati nell’edificio: affacciati sugli spazi interni e racchiusi da alte pareti in calcestruzzo, anche questi si presentano come scavati nella roccia e fungono da fossati a protezione della base della torre.

Nonostante la scarsità di aperture verso l’esterno – il prospetto nord della torre, quasi privo di finestre, sembra addirittura voltare le spalle ai grattacieli del Loop di Chicago – l’interno è luminoso e animato da suoni. I piani espositivi sono animati dall’esposizione di video, fotografie e varie collezioni legate sia alla conquista della Casa Bianca (spille e discorsi elettorali) sia alla vita al suo interno, come i celebri abiti di Michelle Obama, scelti appositamente per valorizzare stilisti americani e afroamericani.

Gli spazi fluiscono l’uno nell’altro in una sorta di movimento a spirale. Il dinamismo impresso agli interni riflette l’energia propositiva delle esposizioni, che hanno l’ambizione di incoraggiano il visitatore all’attivismo e a fare della giustizia sociale uno stile di vita. La disposizione, ugualmente, a spirale di spazi, opere d’arte e discorsi elimina le aree statiche o quelle pensate per una contemplazione silenziosa (sebbene non manchino sedute e postazioni di osservazione).

 

Una fortezza dello “Yes We can”

Lo slancio verticale dell’esterno, grigio, della torre trova così un corrispettivo nell’esperienza visiva e sonora offerta dagli spazi interni. Il potere delle parole – dallo slogan di Barack Obama “Yes, We Can” ai discorsi di altri pionieri del cambiamento sociale, a cui sono intitolati molti degli spazi interni – risuona nella torre del museo, trasformandola in un “tempio del linguaggio che celebra il suo ruolo nel promuovere un cambiamento sociale su larga scala“, come conclude nel suo articolo dedicato al Centro il critico di The Art Newspaper.

L’immediatezza dell’approccio riflette la posizione politica di Obama e, forse, anche i suoi ideali e valori. Il suo metodo è stato spesso descritto come un pugno in un guanto di velluto, ma qui la metafora si inverte: la torre, dall’aspetto minaccioso e simile a una fortezza, rivela al suo interno inviti all’azione che sono espressi attraverso quel linguaggio, retorico e potente, che costituisce il fascino personale e il dono carismatico dell’ex presidente.

La controparte fisica di questa oratoria infuocata e persuasiva – ovvero il complesso architettonico stesso – offre una lezione scolpita nella pietra, includendo, letteralmente, le parole di un discorso di Obama impresse su due lati della sommità della torre con lettere in calcestruzzo alte due metri. Un elemento che racconta la complessità dell’incarico affidato ai progettisti e l’originalità della loro risposta.

Simbolismi, critiche, attacchi: un’architettura impegnata

Frutto di una perfetta integrazione tra architettura, paesaggio, design d’interni e arte – un connubio tra minimalismo e massimalismo – l’Obama Presidential Center incarna l’esortazione di Martin Luther King a “scavare nella montagna della disperazione una pietra di speranza” (tratta dal discorso “I have a dream” del 1963). Nell’attuale clima politico acceso, tuttavia, il dibattito critico sull’edificio e sul complesso è inevitabilmente enfatizzato dalle forti emozioni che la personalità e le ambizioni dell’ex presidente suscitano nel pubblico. Le critiche severe alla moralità della celebrazione presidenziale si mescolano agli attacchi virulenti spesso rivolti agli esponenti del Partito Democratico. Accanto agli elogi per l’Obamalisk, i giudizi contrastanti sulla torre del museo hanno generato una vasta gamma di definizioni retoriche: un silo dell’ego, un masso, un colosso, un faro dei Grandi Laghi, un faro di luce e persino una Tower of Babble (gioco di parole tra babble, ovvero balbettare, e Babel, Babele).

Gli osservatori hanno descritto la torre come imponente, cupa, minacciosa, monolitica, inquietante, difensiva, combattiva e simbolo di un ex presidente sotto assedio (sebbene, in realtà, sia uno dei politici più popolari della storia recente). Alcuni criticano la corona di scritte illeggibili o “confuse” che svetta sulla torre, mentre altri la trovano incisiva, stimolante e originale.

Alcuni residenti di Chicago, perplessi, hanno notato una somiglianza tra la prigione cittadina a pianta triangolare, progettata da Harry Weese, e la torre Obama, a causa delle numerose e strette feritoie; tuttavia, queste ultime potrebbero anche essere interpretate come un misterioso alfabeto che si dispiega sulle facciate dell’edificio. L’esterno, caratterizzato da poche aperture, conferisce alla torre un’apparente assenza di scala che ne amplifica le dimensioni, rafforzandone l’immagine di “fortezza per le migliori idee d’America“.

Idee sociopolitiche e scelte architettoniche si intrecciano e si rafforzano a vicenda, non solo nella torre monumentale ma anche nel paesaggio e nelle numerose strutture a sviluppo orizzontale a essa integrate. Gli edifici del complesso sono collegati da spazi verdi che fungono da pozzi di luce; le aree destinate alla didattica, agli incontri e agli uffici della Obama Foundation si articolano lungo un lungo corridoio rettilineo, simile a una strada, che costituisce la spina dorsale degli edifici più bassi.

In ogni angolo si trovano spazi dedicati a conversazioni quotidiane e dibattiti, i cui contenuti sono costantemente stimolati da opere d’arte realizzate con tecniche diverse, da libri e da opportunità di apprendimento, creatività e sport.

L’ampia gamma di reazioni – emotive, intellettuali e spirituali – suscitate da questo dono straordinario alla città di Chicago va considerata, di per sé, un grande traguardo raggiunto dall’Obama Center. Edificio che funziona anche da stimolo ai cittadini americani.

Immagine di copertina: Obama Presidential Center, Chicago, 2026 (©Angie McMonigal, courtesy Obama Presidential Center). Testo originale in inglese, tradotto dalla redazione

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Tag: , , , , , Last modified: 15 Settembre 2026