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Luca GibelloScritto da: Forum Mosaico Progetti

La montagna che non è più: un dramma senza fine

La montagna che non è più: un dramma senza fine
Rifugi e bivacchi alla prova dei devastanti effetti del cambiamento climatico. Ma il peggio deve ancora arrivare

 

Quando le news d’inizio estate hanno riportato la virale quanto ferale immagine delle cascate d’acqua sulla parete nord del Cervino, causate dall’assolutamente inconsueta pioggia scrosciante a oltre 4.000 metri, in molti si sono augurati dal profondo del cuore che fosse un fake di qualche buontempone. Invece no, tutto vero.

Quella è stata la goccia – anzi, il torrente – che ha fatto traboccare il vaso dell’amarezza agli appassionati di montagna, da tempo ormai attoniti di fronte ai devastanti effetti del cambiamento climatico, che ha visto lo zero termico salire occasionalmente anche a quota 5.000 metri, ovvero oltre la vetta del Monte Bianco. Soprattutto, considerando che stiamo per congedarci dall’estate – al momento ancora viva e vegeta – più fresca dei prossimi 30 anni.

I monti gemono, si sgretolano: mai tanti crolli come quest’anno, ovunque. Il permafrost si assottiglia e scompare in profondità. I ghiacciai si trasformano in distese di pietraie, simili a rinsecchiti fossili dai nerastri manti; si riducono al lumicino e collassano seminando morte e distruzione: dalla Marmolada nel 2022, a Blatten (Svizzera) l’anno scorso, e in Nepal l’altro ieri.

 

Strutture sotto stress

Come una cartina al tornasole, i presìdi dell’alta quota accusano il colpo in prima linea. Da svariate stagioni, parecchi rifugi alpini debbono fare i conti con la penuria d’acqua. Se, per tale motivo, ormai da anni il Francesco Gonella al Monte Bianco (3.071 m) chiude anticipatamente i battenti, nell’agosto scorso stessa sorte è toccata al Marco e Rosa De Marchi – Agostino Rocca al Bernina (3.609 m) – e, per qualche settimana, anche ai rifugi del Goûter (3.835 m) e della Tête Rousse (3.167 m), sul versante francese del Bianco – a causa degli eccessivi rischi oggettivi lungo i percorsi di avvicinamento: crepacci troppo marcati, eventi franosi latenti o conclamati, dissesti, continue cadute di pietre.

Così, se non impossibili (come nel caso della Capanna Quintino Sella ai Rochers del Monte Bianco – 3.371 m -, attualmente irraggiungibile per divieto), gli accessi si fanno sempre più problematici. Per esempio, l’icona architettonica della Monte Rosa Hütte (2.883 m), presso Zermatt (Svizzera), ormai si raggiunge a prezzo di una buona ora di marcia in più, attraverso un nuovo percorso più articolato e alpinisticamente più impegnativo, per via dell’enorme abbassamento del Gornergletscher, sul quale fino a qualche lustro fa si procedeva comodamente quasi in scarpette.

Lo scioglimento del permafrost, poi, causa instabilità geologica. Esito: comportamenti dei terreni assai difficili da prevedere e cedimenti differenziati delle strutture di fondazione. Da anni il terrapieno del rifugio Caduti dell’Adamello (3.040 m) è ripetutamente oggetto di rinforzi strutturali, per via del ritiro dei sottostanti ghiacciai della Lobbia e del Mandrone, mentre per il Gianni Casati al Cevedale (3.269 m) il CAI Milano sta procedendo con la demolizione e ricostruzione in luogo più sicuro.

Pure il rifugio più alto d’Europa, la Capanna Regina Margherita sul Monte Rosa (4.554 m) non se la passa molto bene: il suo cocuzzolo roccioso è da qualche stagione oggetto di uno speciale monitoraggio da parte di un’equipe di geologi del Politecnico di Milano. In territorio elvetico pare che la labilità geognostica minacci addirittura oltre un terzo delle capanne, per cui il Club Alpino Svizzero ha previsto più d’una delocalizzazione. Così, anche l’appena ricostruita, su progetto degli architetti torinesi Benedetto Amodei e Cecilia De Marco, Capanna Jean-Antoine Carrel al Cervino (3.835 m) rischia le incognite geognostiche, su una montagna che sarà anche il più nobile scoglio d’Europa, come diceva John Ruskin, ma è anche, purtroppo, un ammasso di sfasciumi più delle altre…

Ci sono poi i bivacchi che, in concomitanza con il loro compleanno centenario, se da un lato stanno vivendo una fortuna mediatica e un boom di fruizione senza pari – con non pochi problemi dal punto di vista della gestione e di un’etica dell’andare in montagna – dall’altra, seppur sostanzialmente privi di fondazioni e leggerissimi perché minimi, si schiantano improvvisamente per il crollo d’intere sezioni rocciose. È successo al Bivacco della Fourche al Monte Bianco (3.674 m) nel 2022 e al Francesco Meneghello in Valfurva (3.440 m) nel 2023, mentre l’Ettore Canzio alle Grandes Jorasses (3.818 m) è in equilibrio precario.

 

Avete detto rifugio?

Pure a livello semantico la narrazione è cambiata. Oggi, sul web, se non specificate ulteriormente attraverso l’aggettivo “alpino”, rischiate che una ricerca sommaria per la parola “rifugi” vi riporti quelli “climatici”, sempre più frequentemente allestiti nei contesti urbani per fronteggiare la calura.

 

L’alpinismo che verrà

Dietro tutto ciò, ancor prima che una risposta tecnica alla questione geologico-edilizia, occorre chiedersi che fruizione dell’alta quota vogliamo per la montagna di domani. Forse dovremo mutare i calendari delle ascensioni, pensare che non si può andare ovunque e in ogni momento. Saper rinunciare ancor prima di partire, ridimensionarci, lasciando magari in pace i tanto sofferenti Quattromila e rivolgerci a quote più basse, dove il permafrost è ormai un ricordo da qualche era geologica.

A livello di pianificazione, pensare che non sia opportuno sostituire qualsiasi struttura; magari, si può anche togliere, e basta. Ma, anche, cambiare mentalità rispetto al rischio che si è disposti a correre, senza poi intentare causa al sindaco di turno perché ci siamo beccati una pietra in testa. La nostra società securitaria, come ci ricorda l’antropologo Annibale Salsa, deve fare un passo indietro e un bagno di umiltà.

 

L’estetica del paesaggio

Postilla finale. Al di là dell’immane catastrofe ecologica e ambientale, le nostre Alpi senza il contrappunto delle nevi perenni non sono solo infinitamente più vulnerabili. Saranno anche più brutte, più povere a livello di semantica del paesaggio. Immaginate tutte le catene montuose grigiastre e cupe, monotòne, quasi uguali, quasi indistinguibili…

 

Tranquilli, no panic!

Andrà tutto bene. Noi siamo solo degli allarmisti, ed è superfluo predisporre piani e politiche di mitigazione (che non significa certo piazzare d’estate quattro teli bianchi sui ghiacciai, giusto per farsi un bello spot). Ma sì, in fondo, chissenefrega. Anzi! Come ci ha ricordato il presidente del Senato, onorevole Ignazio La Russa, è bello guardare all’Italia come a un paese dal clima caraibico.

E buona canicola a tutti!

 

Immagine di copertina: il rifugio Francesco Gonella, sperduto sulla sinistra in basso, in un deserto di pietraie e sabbia, ormai lontano dal Ghiacciaio del Dôme, progressivamente ritiratosi e fessuratosi, rendendo assai rischiose le ascensioni sul versante italiano del Monte Bianco (© Enrico Pessiva, courtesy Club4000)

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Tag: , , , , , , , , Last modified: 7 Settembre 2026