Il suo percorso ha intrecciato progetto, didattica, ricerca e teoria, al tramonto dei dogmi del Movimento moderno. Dalle esperienze professionali con OMA (che ha fondato con Rem Koolhaas, suo allievo) e GZA all’insegnamento, sempre centrale. Il ricordo di chi ha lavorato con lui all’Accademia di Mendrisio
La scomparsa di Elia Zenghelis, ad Atene città in cui nacque nel 1937, offre l’occasione per riannodare alcuni dei fili che attraversano le vicende dell’architettura contemporanea tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Tra questi, la didattica, la pratica del progetto, la rappresentazione delle idee e la teoria costituiscono quattro aspetti profondamente intrecciati nel suo lavoro.
La didattica come progetto
Abbiamo avuto modo di conoscerlo direttamente a partire dal 2002, quando iniziammo a lavorare con lui all’ETH di Zurigo insieme a Xavier Calderon. Dal 2004 avemmo poi la possibilità di proseguire questa collaborazione all’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove Zenghelis era stato chiamato a insegnare. Per molti anni Elia rimase così una presenza costante a Mendrisio, partecipando a diversi corsi e atelier di progettazione, agli atelier orizzontali insieme a Josep Acebillo e Stanislaus von Moos e seguendo numerosi diplomi di laurea. È soprattutto attraverso questa lunga esperienza che abbiamo potuto osservare da vicino una concezione della didattica che rappresentava uno degli aspetti più significativi del suo lavoro.
Il tema dell’insegnamento potrebbe apparire secondario nella parabola di un architetto affermato. Il percorso più consueto è infatti quello che vede le scuole invitare docenti sulla base di una riconosciuta carriera professionale, determinando spesso un insegnamento fondato sul linguaggio del Maestro e sulla sua riproduzione nell’atelier. Zenghelis interpretava invece questo ruolo in maniera profondamente diversa. La scelta di insegnare era programmatica e comportava la rinuncia a una parte consistente della pratica professionale per concentrare il proprio lavoro sulla formazione degli studenti.
L’elenco delle scuole nelle quali ha insegnato – dall’Architectural Association di Londra alla Kunstakademie di Düsseldorf, dal Berlage Institute all’ETH di Zurigo e all’Accademia di Architettura di Mendrisio – attraversa alcuni dei luoghi nei quali, dagli anni Sessanta in poi, si sono formati architetti e si sono elaborati nuovi modi di pensare e insegnare l’architettura, in reazione alla crisi dei dogmi del Movimento moderno e al progressivo irrigidirsi dell’Internazionalismo. L’Accademia di Mendrisio, fondata nel 1995, appartiene naturalmente a una generazione più recente di istituzioni: qui Zenghelis ha tuttavia contribuito, attraverso l’insegnamento e il lavoro con gli studenti, a costruire una cultura progettuale internazionale dalla quale sono emersi percorsi professionali molto diversi e in molti casi significativi.
Ciò che colpisce, infatti, non è soltanto la rilevanza di alcuni dei suoi ex allievi, ma soprattutto la grande differenza dei loro successivi percorsi professionali. La varietà dei linguaggi e degli atteggiamenti progettuali sviluppati da chi ha lavorato con Zenghelis testimonia un metodo nel quale la centralità non era mai costituita dalla forma architettonica proposta dal docente, ma dal problema specifico posto dal progetto.
Per Zenghelis, ogni singolo studente era, in un certo senso, il progetto. Ogni volta diverso, con specificità da individuare e assecondare, attraverso una sorta di autoformazione guidata. Il compito del docente consisteva nel costruire le condizioni perché queste specificità potessero emergere, più che nel fornire una soluzione.
Il progetto come ricerca
La centralità della didattica non deve tuttavia far sottovalutare la pratica progettuale. Al contrario, il tempo investito nell’insegnamento sembra aver determinato una selezione qualitativa delle occasioni professionali e, soprattutto, una continua circolazione tra ricerca accademica e progetto.
È in questa prospettiva che possono essere lette alcune delle strategie di straniamento, di matrice surrealista, alla base delle prime proposte di OMA, lo studio fondato da Zenghelis insieme alla moglie Zoe, a Rem Koolhaas, suo ex allievo alla Architectural Association di Londra, e a Madelon Vriesendorp. Progetti come Exodus, or the Voluntary Prisoners of Architecture (1972), The City of the Captive Globe (1974) o Hotel Sphinx (1975) non costituiscono semplicemente esercizi utopici, ma veri e propri laboratori nei quali vengono messi a punto temi destinati a riemergere nella successiva pratica progettuale.
Il progetto per il Parc de la Villette a Parigi, per esempio, riprende e trasfigura molte delle questioni elaborate nelle prime proposte radicali, trasformando la ricerca in una concreta strategia urbana. Analogamente, nell’edificio di Checkpoint Charlie a Berlino (1980-1989), la condizione eccezionale di un luogo segnato da un confine invalicabile all’interno della stessa città diventa occasione per mettere alla prova una rielaborazione non dogmatica del linguaggio moderno e una complessa organizzazione tipologica degli spazi.
Dopo la separazione da OMA, questi temi vengono ulteriormente sviluppati nello studio GZA, fondato nel 1987 con Eleni Gigantes. L’interesse si sposta progressivamente verso territori a bassa intensità, in particolare nei paesaggi mediterranei, come nel lavoro sulle ville di Antiparos. Cambiano la scala e il contesto, ma non viene meno la tensione verso i temi fondamentali della ricerca: il rapporto tra idea, forma, spazio e rappresentazione. Non mancano interventi urbani, con altri studi, negli anni in cui con Gigantes hanno lo studio in Belgio, vincono il concorso per il Flemish Administrative Center a Leuven.
Disegnare l’idea
È forse proprio nella rappresentazione che emerge con maggiore evidenza la natura sperimentale del lavoro di Zenghelis. Le sue assonometrie e isometrie impietosamente anti-illusionistiche, il recupero di sistemi di rappresentazione non convenzionali, la rielaborazione dei codici grafici di Ivan Il’ič Leonidov e delle avanguardie russe, così come l’uso raffinato del colore, producono immagini dotate di una forte autonomia.
In un’epoca nella quale la rappresentazione architettonica tende sempre più verso l’iperrealismo, questi disegni conservano una particolare attualità. Non cercano di simulare un edificio già esistente, ma di rendere leggibile un’idea. Anche quando molti progetti restano sulla carta, il disegno non costituisce quindi una fuga dalla realtà né uno strumento per esercitare un controllo assoluto sul risultato. È piuttosto un laboratorio di ricerca, nel quale il modo di rappresentare viene scelto in funzione della capacità di rendere esplicita e comunicabile l’idea progettuale. Lo stesso vale per i modelli fisici, intesi non come semplici strumenti di verifica, ma come dispositivi attraverso i quali il progetto può essere interrogato.
Questa concezione della rappresentazione ritornava con particolare chiarezza nella didattica di Mendrisio. Negli atelier di progettazione Zenghelis chiedeva spesso agli studenti di arrivare, alla conclusione del percorso, alla produzione di un’immagine-manifesto capace di condensare la forza dell’intero processo progettuale. Non una semplice illustrazione del progetto, dunque, ma la sua dichiarazione più sintetica e radicale.
Un atteggiamento critico
Manifesto, rapporto tra forma e rappresentazione, dimensione urbana e atteggiamento critico nei confronti della realtà costituiscono alcuni dei capisaldi teorici attorno ai quali si è sviluppato il lavoro di Zenghelis. A questi si aggiunge una particolare capacità di rielaborare gli stilemi del Movimento Moderno, talvolta attraverso deliberate forzature dimensionali e nette semplificazioni, utilizzate per rendere più leggibile il concetto di fondo del progetto.
In questo senso, la sua opera non può essere ricondotta a uno stile. La molteplicità dei suoi progetti, così come la varietà degli architetti formati attraverso il suo insegnamento, testimoniano piuttosto una posizione: l’architettura come strumento critico, capace di interrogare la realtà senza necessariamente aderirvi e di costruire, attraverso il progetto, nuove condizioni di conoscenza.
È forse questo il filo più resistente che attraversa la lunga esperienza di Elia Zenghelis: la convinzione che insegnare, progettare, disegnare e teorizzare non siano attività separate, ma forme diverse di una stessa ricerca. Una ricerca nella quale l’architettura non viene mai data per acquisita, ma continuamente rimessa in discussione.
Immagine di copertina: Elia Zenghelis con gli autori del ricordo, Katia Accossato e Luigi Trentin




















