A Mantovarchitettura l’esperienza dello studio cinese fondato da Kongjian Yu. L’acqua e i suoi flussi assumono una dimensione costruttiva, in un ribaltamento radicale di prospettive
MANTOVA. L’edizione 2026 di MantovArchitettura, dedicata al tema “Architecture and Climate Change“, ha affrontato la crisi climatica non come una questione esclusivamente ambientale, ma come un cambiamento di paradigma capace di ridefinire i fondamenti stessi della cultura del progetto. Attraverso lecture, mostre e incontri internazionali, questa edizione ha indagato le strategie con cui l’architettura sta rispondendo a eventi estremi sempre più frequenti come la siccità, le precipitazioni intense, le ondate di calore e l’innalzamento del livello dei mari, esplorando nuove forme di mitigazione e adattamento alle diverse scale, dall’edificio al paesaggio.
Cicli idrologici
È in questo quadro che si colloca la lecture “Sponge Planet: Nature-based Solutions for Global Climate”, che ha visto protagonista Dong Wang, partner di Turenscape. Il lavoro dello studio cinese fondato da Kongjian Yu rappresenta infatti una delle più avanzate sperimentazioni internazionali sul ruolo delle nature-based solutions nella progettazione contemporanea: un approccio che assume l’acqua come principio ordinatore del territorio e interpreta il paesaggio come infrastruttura ecologica capace di aumentare la resilienza climatica, integrando processi naturali, infrastrutture verdi e sistemi ingegnerizzati in un’unica strategia progettuale.
Una prospettiva che dialoga direttamente con il tema della manifestazione, proponendo non semplicemente nuove tecniche, ma un diverso modo di concepire il rapporto tra città, natura e cambiamento climatico.
Constatazione di partenza, ormai condivisa dalla comunità scientifica, è l’osservazione di come il cambiamento climatico stia modificando il ciclo idrologico globale, aumentando frequenza e intensità di alluvioni, siccità e fenomeni meteorologici estremi. In questo scenario, le strategie tradizionali appaiono sempre meno efficaci. Da un lato la mitigazione, pur rimanendo indispensabile, rischia di arrivare troppo tardi rispetto alla velocità delle trasformazioni in corso; dall’altro, molte misure di adattamento continuano a essere concepite come risposte puntuali e settoriali, incapaci di affrontare la complessità dei sistemi ecologici. Anche l’idea di “verde” come soluzione universale viene messa in discussione: non ogni infrastruttura verde è automaticamente sostenibile se non è inserita in una visione sistemica.
Dal vernacolo all’innovazione
È proprio in questo quadro che si inserisce il paradigma della Sponge City/Planet sviluppata da Turenscape nel corso di quasi 30 anni di ricerca e sperimentazione. La proposta supera la scala urbana per estendersi ai bacini idrografici, ai paesaggi agricoli e ai sistemi territoriali, riconoscendo nell’acqua il principale elemento ordinatore del progetto. Il principio è semplice solo in apparenza: trattenere l’acqua dove cade, rallentarne il deflusso e accoglierla anziché respingerla.
Una filosofia che ribalta il concetto dominante dell’ingegneria idraulica novecentesca, storicamente orientata a canalizzare, accelerare e allontanare l’acqua nel minor tempo possibile. Secondo Wang, la resilienza climatica non dipende dalla capacità di opporsi ai processi naturali, ma dalla possibilità di lavorare insieme a essi. L’infrastruttura ecologica non sostituisce quella grigia, bensì la integra in una rete adattiva capace di assorbire le variazioni climatiche. Zone umide, superfici permeabili, bacini di accumulo, sistemi vegetali, rimodellazioni morfologiche e corridoi ecologici diventano componenti di un’unica infrastruttura che svolge simultaneamente funzioni idrauliche, ecologiche e sociali.
La gestione dell’acqua rappresenta quindi il filo conduttore di una più ampia riflessione sul rapporto tra progetto e natura. Il modello presentato da Turenscape nasce infatti dall’osservazione delle pratiche agricole tradizionali sviluppate nei territori monsonici asiatici, reinterpretate attraverso strumenti contemporanei di progettazione, modellazione e verifica delle prestazioni. La conoscenza vernacolare viene trasformata in moduli replicabili di eco-ingegneria, dimostrando come innovazione tecnologica e sapere storico possano convergere nella costruzione di nuovi modelli di adattamento climatico.
Resilienza che rigenera
I principali progetti di Turenscape non sono episodi isolati, ma applicazioni di una medesima strategia progettuale. A Sanya, sull’isola di Hainan, la riconfigurazione del paesaggio urbano dimostra come sia possibile trattenere l’acqua nel luogo in cui cade, trasformando il suolo in una riserva diffusa anziché convogliarla immediatamente verso valle. Lo Yanweizhou Park di Jinhua interpreta invece il principio del rallentamento del deflusso, attraverso la rinaturalizzazione del corso d’acqua e la restituzione di spazio al fiume, riducendo il rischio di esondazioni e incrementando al contempo la biodiversità.
Nel corridoio ecologico di Shangrao Xinjiang, infine, il progetto assume il fenomeno dell’alluvione come una condizione con cui convivere, adottando un sistema modulare di bacini e isole che accoglie l’acqua e si adatta alle sue oscillazioni, come dimostrato durante le piene del 2022. In tutti i casi il paesaggio viene concepito come un sistema vivente capace di accompagnare l’acqua, assecondandone i processi naturali anziché forzarli o manipolarli. Le prestazioni vengono misurate non soltanto in termini di riduzione del rischio idraulico, ma anche attraverso indicatori di biodiversità, qualità ecologica, fruizione pubblica e benessere collettivo.
L’aspetto forse più significativo della proposta di Turenscape risiede nel superamento della tradizionale distinzione tra infrastrutture ambientali e spazi pubblici: parchi, zone umide e opere idrauliche diventano un’unica infrastruttura ecologica capace di svolgere simultaneamente funzioni ambientali, climatiche e sociali. In questa prospettiva, la resilienza non coincide con la semplice resistenza agli eventi estremi, ma con la capacità di rigenerare le relazioni tra ecosistemi, infrastrutture e comunità, riconoscendo all’acqua un ruolo strutturante nella costruzione del territorio.
Rallentare anziché accelerare, infiltrare anziché drenare, convivere anziché separare diventano così i principi di un approccio che ridefinisce il rapporto tra città e natura e che, come emerso dalla lecture di Dong Wang, propone la Sponge City/Planet come una base progettuale esportabile per affrontare la crisi climatica attraverso una nuova forma di coesistenza tra uomo e ambiente. La coerenza tra l’impianto teorico e i risultati dei progetti di Turenscape evidenzia la solidità di un approccio rigoroso, capace di tradurre principi ecologici in strategie progettuali concrete e verificabili.
La logica di intervenire sulle cause del problema, rallentando e redistribuendo i flussi attraverso i processi naturali, risulta più solida e lungimirante rispetto alle tradizionali strategie esclusivamente difensive. Resta tuttavia aperta una questione decisiva per la ricerca progettuale contemporanea: come trasferire un modello nato in uno specifico contesto geografico e culturale in territori caratterizzati da differenti condizioni climatiche, normative e sociali? Più che la validità del paradigma, che i progetti realizzati confermano, la sfida futura riguarda la sua capacità di adattarsi a culture del progetto e forme di governo del territorio profondamente diverse, senza perdere i principi che ne costituiscono l’efficacia.
Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di docenti, studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.
Immagine di copertina: Turenscape, Sanya Dong’an Wetland Park, 2016 (dal sito web dello studio © Turenscape)

























