Dialogo con Pau Bajet e Tomeu Ramis. A partire dal significato di “Becoming”: è questo il territorio che vogliamo abitare, più incerto e più onesto
Il comitato scientifico dell’UIA World Congress di Barcellona è presieduto dall’equipe curatoriale composto da Pau Bajet, Mariona Benedito, Maria Giramé, Tomeu Ramis, Pau Sarquella, Carmen Torres, affiancati da Fuensanta Nieto in qualità di presidente scientifico e da Joan Busquets (già presente nel 1996) in qualità di presidente onorifico. Parliamo dell’approccio concettuale e dell’impostazione del Congresso con due di loro, Pau Bajet, dello studio Bajet Giramé, e Tomeu Ramis, di Flexo Arquitectura (appena insignito del Premio Fad di architettura 2026 insieme ad Addenda Architects, ex aequo con Huso Arquitectura ed elii oficina de arquitectura).
Per la prima volta la curatela del Congresso della UIA viene aggiudicata attraverso un concorso internazionale aperto. Cosa pensate abbia pesato sulla scelta della giuria?
Tomeu Ramis. Ci sono due ragioni principali: il team e il contenuto. Siamo 6 commissari di due generazioni diverse, tutti impegnati nella pratica professionale, l’insegnamento e la ricerca accademica. Questa pluralità ha generato un cambio di prospettiva rispetto ai Congressi precedenti, dove di solito uno o due commissari venivano designati direttamente dall’UIA.
Pau Bajet. Premiare un collettivo ha comportato evidentemente dei rischi per l’UIA, ma questa pluralità di voci è stata percepita come il riflesso dei tempi: la maggiore dispersione del ruolo dell’architetto-autore. Siamo in 6, e questa è già di per sé una dichiarazione di principio.
Come si organizza in pratica una voce autoriale plurale?
P.B. Dal punto di vista logistico essere in 6 è una fortuna. Il lavoro è stato immenso: la selezione dei relatori, degli studenti e dei leader per il Workshop Internazionale, le 12 Research by Design, un concorso internazionale per studenti, il libro e la mostra principale di 4.000 metri quadrati. Gestiamo questi diversi formati a coppie, con tutte le decisioni sempre condivise. La pluralità, la diversità e il carattere corale hanno permeato tutte le decisioni del Congresso.
T.R. L’80% del tempo lo abbiamo dedicato a discutere i contenuti e gli invitati. Essere in 6 rallenta le decisioni, ma senza dubbio le arricchisce.
Trasformare il modello curatoriale ha comportato un adattamento organizzativo notevole. Come lo avete vissuto?
P.B. A livello tematico abbiamo avuto abbastanza libertà d’azione: il Congresso è quello che avevamo proposto. Ci sono stati aggiustamenti, come in qualsiasi progetto, e le proposte del comitato scientifico sono state incorporate quando erano pertinenti. Non abbiamo né la capacità né la volontà di cambiare l’apparato dell’UIA; se così sarà, avverrà da solo.
Parlando di contenuto, come è nato il concetto di “Becoming” e qual è la sua funzione metodologica?
P.B. Di fronte a discorsi paralizzanti come l’emergenza climatica e la crisi migratoria, volevamo attivare forme di reazione propositive, che guardassero al futuro invece di chiudersi ad analizzare il passato. Ciò implica un approccio che considera l’architettura un attore capace di innescare un cambiamento.
T.R. Questa visione struttura anche la metodologia del congresso, i formati Research by Design e i Workshop. E a livello tematico, il tempo è un fattore centrale. Non quello lineare e prevedibile, ma inteso come qualcosa che possiamo abitare e di cui possiamo impadronirci. Questa è l’idea alla base di Becoming: innescare la trasformazione e il cambiamento come strumento di progetto. Come osservava Henri Lefebvre, “il tempo senza contenuto è una cornice vuota“. Da qui partono le 6 linee di Becoming: ognuna riempie di contenuto questa idea di trasformazione.
P.B. Il titolo “Becoming: Architectures for a planet in transition” racchiude in sé il dna del Congresso: la parola Architectures è deliberatamente al plurale e Pianeta sostituisce Città, parola presente nel titolo del Congresso UIA del 1996 (“Presente y Futuros. Arquitectura en las Ciudades”), perché le relazioni sono transcalari: le decisioni locali hanno conseguenze planetarie.
Becoming More-than-human, Becoming Circular, Becoming Embodied, Becoming Interdependent, Becoming Hyper-conscious e Becoming Attuned. Perché questi 6 titoli?
P.B. All’atto pratico perché i tre giorni di Congresso possono essere facilmente suddivisi in mezza giornata per tema, e noi siamo in 6 curatori.
T.R. Se vogliamo essere generosi e inclusivi con tutto ciò che la disciplina sta affrontando – ricerche complesse in cui l’architetto non può farsi carico dell’intero sapere – abbiamo bisogno di queste linee di rappresentazione. Bellezza e significato, materiali e tecnologia, ecologia e clima, interdipendenza sociale e politica sono imprescindibili.
Come si traduce il quadro concettuale nei criteri di selezione?
T.R. Fin dal primo incontro UIA ci ha chiesto di evitare l’eurocentrismo. Il nostro riferimento è stato Copenhagen 2023 e siamo ben posizionati rispetto a quell’edizione, il ventaglio è più ampio.
P.B. Il primo criterio è la qualità dell’opera in senso generale, dunque non solo quella costruita. Poi la rappresentanza geografica, generazionale, disciplinare e di genere. Ci saranno architetti che costruiscono, critici, curatori, scrittori, attivisti, filosofi, economisti, amministratori pubblici, giovanissimi e meno giovani. Il risultato è una piattaforma di 250 pratiche transnazionali, ma ne abbiamo analizzate il doppio.
Cosa rappresenta la figura del Research by Design?
T.R. Una delle prime decisioni è stata quella di commissionare delle ricerche inedite. Non aveva senso riproporre dei contenuti che oggi si possono trovare facilmente online.
P.B. I Research by Design riempiono di contenuto ogni “Becoming”. Abbiamo chiesto a 12 – due per “Becoming” – tra equipe e professionisti che lavorano ai margini della disciplina architettonica, di produrre una ricerca con una forte componente propositiva durante un anno. Quasi sempre si riallaccia a lavori già in corso, ma fondamentale è la presenza di una parte inedita. Tra i selezionati ci sono profili molto riconosciuti, anche se non archistar: Bruther, jan de vylder inge vinck, Forensic Architecture e altri. L’obiettivo è che la produzione di conoscenza rimanga come lascito del Congresso.
Alcuni esempi di queste ricerche?
P.B. Atelier Bow-Wow sposta la sua ricerca etnografica sullo spazio pubblico di notte, partendo dal presupposto che con l’aumento delle temperature, le attività tipiche della vita diurna slitteranno nelle ore notturne. Hanno generato, con l’aiuto degli studenti, delle impressionanti etnografie disegnate che, per quanto ne sappiamo, non hanno precedenti nell’architettura contemporanea.
T.R. Gli olandesi di HNS / H+N+S esplorano lo scenario di un possibile innalzamento di 5 metri del livello del Mare del Nord proiettandosi nell’anno 2200, proponendo soluzioni che tengono conto delle maree. La loro proposta sarà presentata al Parlamento olandese, e questo è esattamente il tipo di frizione che il Congresso vuole provocare.
P.B. Quando si ipotizza un innalzamento di 5 metri, non si può più rispondere con un muro di cemento. Si attivano altri parametri e processi metabolici che richiedono più tempo. Questa relazione tra il breve e il lungo periodo ci sembra una delle tensioni più fertili dell’intero Congresso.
Avete introdotto la figura del Critical Antagonist, qual è il suo ruolo?
T.R. Contestualizzare criticamente il risultato delle ricerche. Ogni “Becoming” ne ha due, per un totale di 12: di loro 6 hanno prodotto un saggio inedito e agli altri 6 è stata fatta un’intervista. Tutti lavorano sia su quanto prodotto dai Research by Design sia sul panorama generale del “Becoming”. Il Congresso vuole essere un laboratorio: invitare i Critical Antagonist significa riconoscere che tutto è in fase di sperimentazione, anche il congresso stesso.
P.B. Questa figura ci ha anche aiutato a concretizzare e affinare il significato di ogni “Becoming”, che era deliberatamente aperto. In “Becoming Hyperconscious”, per esempio, l’articolo di Marina Otero e l’intervista con Timothy Morton ci hanno portato a riaggiustare la nostra proposta iniziale. Sono stati elementi molto attivi.
Come funziona l’Open Forum presso le Tres Ximeneas del Besós?
T.R. Sono tre sessioni serali, a cui partecipano tutti gli speaker della giornata, in un unico grande dibattito collettivo che prende spunto dalle tematiche affrontate quel giorno. È stata costruita una gradinata metallica temporanea che guarda un maxischermo, ma anche il mare.
P.B. È il cuore politico del congresso, una grande platea collettiva dove una trentina di relatori si riuniranno in modo del tutto informale, con il microfono in mano, in un dibattito aperto al pubblico dagli esiti imprevedibili, che si conclude tra musica e cibo.
Otto sale e un centinaio di proposte. Come si orienta il visitatore con così tanto contenuto in parallelo?
P.B. Come in un festival musicale: si dovranno fare delle scelte e si perderanno delle cose, ma tutto verrà registrato e si attiverà una piattaforma digitale per rivivere le sessioni. È una decisione voluta, che obbliga a navigare attraverso tutti i “Becoming”. All’interno di ogni sala abbiamo cercato di fare in modo che gli interventi siano tematicamente collegati, così chi ha interesse per un tema può restare seduto.
T.R. La chiave sono le 6 sedute plenarie da 90 minuti, una per “Becoming”. Ciascuna riunisce due Research by Design, due Workshop Leader e due Critical Antagonist: una cosmologia di pratiche emergenti e consolidate, discipline diverse che apriranno e chiuderanno le giornate e che faranno il punto della giornata.
Quali aspettative avete rispetto al lascito del Congresso?
T.R. Tutte le ricerche sono un embrione di qualcosa che non finisce con il Congresso. Questa era una delle premesse. Volevamo diversità: lavori con studenti, con l’amministrazione, con istituzioni diverse, approcci speculativi o pragmatici. Quello che garantiamo è che non ci sia ridondanza con ciò che è già noto.
P.B. Non volevamo spendere il budget commissariale in padiglioni belli da fotografare. Volevamo investirlo in qualcosa che lubrificasse il futuro.
Come garantite che non rimanga un discorso tra architetti?
T.R. Non è già solamente tra architetti. Nel Congresso la voce dei cittadini è già molto presente: pratiche di partecipazione, progetti con collettivi. L’architettura non può più essere una disciplina chiusa. Tutti abitiamo un ambiente costruito, tutti facciamo esperienza di architettura e di pianificazione urbanistica. Quella linea tra cittadino e architetto è molto più sottile di quanto sembri.
P.B. E se alla fine restasse solo tra architetti significa che avremo sbagliato qualcosa.
“Becoming Attuned” chiude il Congresso. La bellezza per il finale?
P.B. Non è un caso. Si tratta della linea dedicata alle questioni etiche, ma anche al piacere. È l’espressione più fragile dell’architettura, perché parla di bellezza. Ci sembra importante lasciarla per ultima, per concludere con ottimismo: l’architettura come mezzo per vivere meglio.
T.R. I 5 “Becoming” precedenti parlano di temi urgenti che non possono essere ignorati. Ma se il congresso terminasse così, il messaggio sarebbe che l’unica funzione degli architetti è quella di rispondere a delle situazioni di crisi, e non è così. L’architettura ha la sua propria vocazione: offrire piacere e bellezza; questioni ataviche e intangibili che non si traducono in risposte tecniche. “Becoming attuned” è l’architettura che può permettersi di essere anche solo architettura.
P.B. Ci sembra importante affermare che bellezza ed etica non sono due concetti contrapposti. Che un’architettura che risponde alla crisi climatica e una che ti fa sentire bene in uno spazio non sono incompatibili. Chiudere il congresso con “Becoming attuned” è una scommessa: dopo tre giorni dedicati al pianeta, alle normative, ai dati e ai materiali, c’è ancora qualcosa, che probabilmente ci ricorda il motivo per il quale abbiamo studiato architettura.
Immagine di copertina: il team curatoriale di UIA 2026



















