Un libro edito da Maggioli affronta il tema, attualissimo, del benessere legato all’integrazione tra architettura e natura. Ne parla l’autore, Alfredo Fusco
La riflessione contenuta nel libro nasce da una frattura biografica prima che teorica. Per 5 anni ho insegnato come docente di sostegno nella scuola secondaria, dove gli strumenti compensativi – la mappa concettuale, la sintesi vocale, l’ausilio tattile – non aggirano il deficit, ma edificano un ponte verso il sapere, restituendo equità e autonomia.
È da quel lessico pedagogico che ho tratto l’ipotesi attorno a cui ruota l’intero volume: e se il deficit di natura che affligge l’abitare contemporaneo fosse trattabile come un deficit cognitivo, con strumenti capaci di colmarlo?
Vita artificiale
Il dato di partenza è impietoso: siamo l’indoor generation, oltre il 90% di noi vive in città e trascorre più di 22 ore al giorno fra superfici artificiali. La natura, da esperienza primaria, si è ridotta a scenario decorativo o surrogato digitale, mentre restiamo geneticamente programmati a rispondere agli stimoli naturali.
Lontano da ogni greenwashing, il biophilic design non deve essere inteso come stile né come ornamento vegetale, bensì come pratica transdisciplinare radicata nell’ecocentrismo della deep ecology di Arne Næss, nel superamento della dualità cartesiana fra res cogitans e res extensa e nella biofilia di Erich Fromm ed Edward OWilson, fascinazione e affiliazione insieme. Da Stephen Kellert traggo la distinzione fra esperienze dirette, indirette e di spazio e luogo; da terrapin bright green le tre categorie e i pattern che ne ordinano la prassi. La domanda iniziale – come conciliare l’imperativo ecologico con spazi che nutrano il nostro benessere psicofisiologico – trova risposta nella sintesi fra green home e progetto biofilo. L’oggetto della mia attenzione, però, è il benessere, ed è su di esso che mi sono soffermato più a lungo, declinandolo non come formula generica ma come costrutto multifattoriale, misurabile e transdisciplinare.
Componente attiva del progetto
Ogni parametro rinvia a una disciplina: la qualità termica al comfort fisico dell’architettura bioclimatica; il benessere neurologico alla psicologia ambientale e alle neuroscienze, là dove la vista del verde attiva il sistema parasimpatico, abbassa il cortisolo e accresce attenzione, endorfine e ossitocina; la qualità luminosa alla cronobiologia dei ritmi circadiani e all’illuminazione human-centric; la qualità dell’aria alla fitoremediation; quella acustica ai suoni naturali che rallentano battito e pressione; quella estetica all’estetica ambientale, con le sue categorie di complessità, coerenza, leggibilità e mistero.
È il mosaico di benessere che la natura compone quando torna a essere componente attiva del progetto. A coronarlo pongo la salutogenesi di Aaron Antonovsky: il salutogenic design non si limita a prevenire la patologia, ma promuove attivamente salute e senso di coerenza – comprensibilità, gestibilità, significatività – facendo della casa un dispositivo che non cura, bensì genera vitalità. Il cuore operativo che traduce tutto questo è la matrice di corrispondenza: una traslazione sistematica che fa dialogare i pattern biofili con le strategie del sostegno didattico, articolandole in corrispondenze primarie e secondarie e graduandole su una scala di intensità.
La casa cessa così di accogliere passivamente qualche pianta e diviene essa stessa strumento compensativo, che sostituisce stanza per stanza l’accesso negato alla natura. Ne deriva la parte più concreta: dall’androne condominiale al corridoio come percorso sensoriale, dalla cucina quale laboratorio dei cicli naturali al bagno come oasi degli elementi primari, fino al sottoscala – spazio marginale per eccellenza – riconvertito in nicchia biofila. A questa intelaiatura aggiungo la geometria frattale e la “fluenza frattale” che spiega perché certe proporzioni ci quietino, la stress reduction theory di Roger Ulrich e l’attention restoration theory di Stephen e Rachel Kaplan, e la regola “3-30-300” di Cecil Konijnendijk come misura verificabile della prossimità al verde.
Non compensare ma rigenerare
La posta in gioco è insieme disciplinare e politica. Da un lato rivendico la figura del biophilic designer come green job emergente – nato nella stessa onda che ha generato flower influencer e bloom economy -, profilo transdisciplinare ancora privo di statuto riconosciuto; dall’altro denuncio il vuoto normativo italiano, dove l’impianto edilizio resta ancorato a un paradigma igienista novecentesco mentre i pattern biofili languono come raccomandazioni facoltative. Invoco perciò il passaggio dalla volontarietà alla cogenza, sull’esempio del biotope area factor di Berlino e della landscape replacement policy di Singapore, fondata sul no net loss, istanza che la modifica, nel 2022, degli articoli 9 e 41 della Costituzione italiana, rende ormai improcrastinabile. Né trascuro la dimensione collettiva: dal biophilic cities network di Tim Beatley alla riflessione di Jana Söderlund, leggo la progettazione biofila anche come movimento sociale.
L’orizzonte ultimo non è compensare, ma rigenerare. L’abitare è ripensato nell’Antropocene a partire dalla scissione fra house e home, dalla critica all’homo comfort e alla “malnutrizione sensoriale”, fino a un’idea di casa come organismo vivente e nodo di rete ecologica: vegetecture, ecologia sociale, economia circolare, coabitazione interspecie. Faccio mia la visione sistemica dell’antropologo Andrea Staid, che accoglie imperfezione e usura quali portatrici di memoria, opponendole all’obsolescenza programmata, e penso gli strumenti compensativi come ponti fra scale, fra generazioni, fra il presente urbano e un futuro sostenibile.
Nella postfazione del libro Lucia Krasovec-Lucas dilata l’argomento dalla scala domestica a quella della città e del paesaggio, terreni della sua ricerca sulla rigenerazione urbana. Resta, infine, una scommessa che affido ai colleghi progettisti: non disegnare spazi più belli, ma ripensare il modo stesso in cui abitiamo, restituendo alla casa la facoltà di rigenerare, ispirare e ricucire l’alleanza, oggi spezzata, con il vivente.
Per approfondire
Primo saggio italiano dedicato al biophilic design esclusivamente alla scala domestica. Muovendo dalla domanda “Come reintrodurre la natura negli spazi in cui viviamo, anche quando sembra assente?”, il volume riconfigura la natura stessa da elemento decorativo a componente attiva del progetto. Cardine è la nozione di “strumenti compensativi” – soluzioni progettuali, sensoriali e ambientali che colmano il deficit di natura dell’abitare contemporaneo – traducendo i principi teorici in scelte concrete: dalla luce ai materiali, dal colore alla vegetazione, dagli interni ai balconi e agli ambienti di passaggio. Un percorso che unisce scienza, design ed esperienza quotidiana, per trasformare la casa in un ambiente capace di rigenerare, ispirare e ristabilire una connessione autentica con la natura. Alfredo Fusco, “Abitare la natura. Il biophilic design per il benessere in casa”, Maggoli Editore, 2026, 270 pagine, 36 €




















