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Veronica RodenigoScritto da: Città e Territorio Reviews

Le installazioni effimere di Venezia: più scenografia che città

Le installazioni effimere di Venezia: più scenografia che città
Visita per calli e strade nelle settimane della Biennale Arte. Immagini e narrazioni di un paesaggio troppo affollato

 

VENEZIA. Perfomances, installazioni, video proiezioni, epifanie notturne (come l’invasivo verdissimo laser di Chris Levine, dall’Isola della Certosa). È lungo l’elenco delle effimere presenze moltiplicatesi in città in occasione di questa 61° Biennale d’Arte veneziana. Popolano giardini e Palazzi, soprattutto lungo il Canal Grande, corti, spazi abitualmente non accessibili.

Sono tante, troppe, e la loro sovrapposizione annulla la specificità di ogni progetto (e la ricerca che lo sottende), la banalizza, la satura. Tutto si fa “dispositivo” narrativo, termine mutuato dall’inglese “display” attraverso l’intelligenza artificiale e oramai abusato in comunicati stampa e articoli correlati. La città rischia così di ridursi a mera quinta scenografica, nel periodo più caldo per offerta espositiva e affluenza di pubblico internazionale.

Il fenomeno pone interrogativi anche su quali siano i diversi livelli di fruizione e comprensione. Il privilegio di una lettura mediata (magari dallo stesso curatore e artista) è riservato spesso ad un pubblico specializzato (stampa, collezionisti, galleristi, network rientrante nel mondo dell’arte). Il pubblico generico – vero destinatario dell’opera – rimane in taluni casi l’utente finale che però spesso non ha né il tempo né il modo di soffermarsi a sufficienza per comprendere consapevolmente il messaggio.

Inoltre la durata di queste presenze è temporanea: ridotta a pochi giorni (per ragioni di permessi), nel migliore dei casi a circa un mese. Lungo il Canal Grande, sono durate fino al 10 maggio l’installazione cinetica di Studio DRIFT “Shy Society” sulla facciata di Palazzo Balbi così come quella di JR “Il Gesto, A contemporary reinterpretation of The Wedding at Cana”, sulla facciata del The Venice Venice Hotel (quest’ultimo progetto trova poi fortunatamente continuità all’interno dell’hotel, previa prenotazione della visita). Stessa deadline per “Marea”, l’intervento di arte partecipata di Melissa McGill, in Corte Nova a Castello (con una personale presso la galleria 10&Zero Uno fino al 20 giugno).

Come consentire la corretta lettura di ogni singola proposta in un panorama così affollato e in un così ristretto arco cronologico? Come evitare l’effetto di quella nevrastenia (già citata da Carlo Olmo nel suo articolo) derivante da un fenomeno in crescita esponenziale? Difficile offrire possibili risposte. Per ora ci limitiamo a segnalare altre tre originali installazioni che estenderanno un po’ più a lungo la loro permanenza in città.

 

 

CHIHULY: Venice 2026 | Canal Grande e Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti | fino al 14 novembre

Impossibile attraversare il ponte dell’Accademia senza notare la monumentale scultura che svetta per 9 metri nel giardino di Palazzo Franchetti. È la “Torre d’Oro” di Dale Chihuly, una delle tre opere interamente realizzate in vetro che l’artista statunitense porta a Venezia 30 anni dopo “Chihuly Over Venice” quando disseminò 14 lampadari in tutta la città. La torre si compone di 1.600 pezzi allungati e lavorati a caldo. Lo slancio verticale si anima di elementi a spirale e dall’andamento sinuoso, volute che variano d’intensità cromatica sino a raggiungere toni dell’ambra e del rosa e sui quali la rifrazione della luce solare gioca un ruolo determinante. Sull’altra sponda del Canal Grande la “Torre Blu e Verde” abita il giardino di Palazzo Balbi Valier mentre “Lampadario Fine del Giorno”, su di una terrazza in prossimità delle Gallerie dell’Accademia, alterna, nella sua varietà cromatica, gialli, blu, rossi e verdi. A compendio, nelle stanze del vicino Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, in Campo Santo Stefano, disegni, fotografie, video e documenti offrono un approfondimento sulla ricerca dell’artista nell’arco della sua carriera accompagnati da una selezione dei “Golden Celadon Baskets”.

 

Charlotte Colbert. Possible Landscapes | Canal Grande e Aman Hotel | fino al 30 settembre 2026

Charlotte Colbert, artista e regista anglo-francese colloca un grande arco in acciaio, sormontato da un unico occhio nel giardino di Palazzo Corner della Ca’ Granda, esattamente di fronte alla Peggy Guggenheim Collection. La superficie specchiante riflette da una parte il verde del manto erboso, dall’altra l’acqua della laguna. Un richiamo a mitiche e simboliche soglie che invita a riflettere su percezione, immaginazione e forze invisibili che plasmano la nostra realtà. Il progetto a cura di Yasmine Helou, raggruppa inoltre alcune sculture dell’artista nel giardino dell’Aman Hotel (accessibile su prenotazione). Qui, come in un’epifania surrealista, si materializzano lanterne, un pozzo e un albero da cui rami pendono motivi ricorrenti nel vocabolario di Colbert: piccoli ex voto, chiavi pipistrelli, amuleti. Uno scenario quasi fiabesco enfatizzato sempre da lucidissimo acciaio in un gioco di rifrazioni e immaginifici rimandi.

 

If all time is eternally present Campo Manin | fino al 7 giugno

Un progetto dalle caratteristiche effimere ma che funzioni come lo spazio di una mostra. È chiaro il messaggio ribadito dalle due curatrici (Chiara Carrera e Marta Barina) dell’evento collaterale ufficiale che fino al 7 giugno proietterà ogni sera, sulla facciata di Palazzo Nervi Scattolin (già Cassa di Risparmio di Venezia, oggi Intesa Sanpaolo) tre opere di videoarte prodotte da Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki e Tai Shani. Prima tappa dei “Building Dialogue”, programma promosso da Pier Luigi Nervi Foundation che mira a rileggere le architetture nerviane attraverso l’arte contemporanea, la proposta si pone come una contaminazione tra discipline, che attivi “progettualità indipendenti”. Il contesto, la superficie architettonica come display, l’esperienza di fruizione collettiva nello spazio pubblico, il rapporto tra cittadino e città sono tutti temi alla base del progetto curatoriale. Lo spettatore è invitato a sedersi su panchine semicircolari e ad immergersi nella proiezione. Meriem Bennani & Orian Barki ci portano in una New York pandemica abitata da animali antropomofi alle prese con la prima ondata di COVID 19. Protagoniste sono 2 lucertole doppiate dalle stesse artiste che riportano riflessioni ed esperienze personali realmente vissute durante il lockdown. Kandis Williams, attraverso un diario di viaggio in Sud Corea, intreccia ricerca teorica e cultura pop per riflettere sulle genealogie del potere e discriminazione razziale, sulle politiche della mobilità e sulla memoria della violenza storica. Tai Shani infine ci traspone in un paesaggio visionario tra fantascienza, estetica videoludica e dimensione gotica.

Immagine di copertina: JR “Il Gesto, A contemporary reinterpretation of The Wedding at Cana”,  Canal Grande, facciata The Venice Venice Hotel (© Veronica Rodenigo)

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Tag: , , , , , , Last modified: 12 Maggio 2026