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Ilaria La CorteScritto da: Città e Territorio Interviste Mosaico Progetti

Nuno Grande: Porto, ritorno al futuro

Nuno Grande: Porto, ritorno al futuro
Speciale Porto. Un’intervista ricostruisce criticamente gli ultimi 30 anni di politiche urbane nella seconda città del Portogallo. Sviluppo e notorietà innescati da due eventi globali e da un edificio emblematico, la Casa da Música di Rem Koolhaas

 

Nel 2026 Porto celebra due anniversari che hanno segnato profondamente la sua traiettoria urbana e culturale: i 25 anni di Porto 2001 Capitale europea della cultura e i 30 anni della classificazione del centro storico come Patrimonio mondiale UNESCO. Due ricorrenze che invitano a rileggere le trasformazioni della città negli ultimi 30 anni, tra politiche culturali, realizzazione di grandi infrastrutture e nuove strategie di rigenerazione. Ne abbiamo parlato con Nuno Grande, responsabile della programmazione culturale dell’area architettura di Porto 2001 Capitale europea della cultura.

 

Nel 1996 Porto entra nella lista UNESCO con la classificazione del suo centro storico come Patrimonio mondiale e, 5 anni dopo, diventa Capitale europea della cultura. Questi due momenti sono stati complementari?

La classificazione del centro storico di Porto come Patrimonio mondiale è il risultato di un processo coerente, che consolida una città costruita nel corso dei secoli, e ha avuto un ruolo decisivo nel rafforzare la fiducia politica e istituzionale nella città. Senza questo riconoscimento internazionale, difficilmente ci sarebbe stato lo stesso impulso per la candidatura a Capitale europea della cultura. Porto stava già costruendo un proprio percorso. C’erano stabilità politica, investimenti in corso, una strategia culturale strutturata. La candidatura nasce proprio da questo contesto, non come punto di partenza, ma come momento aggregatore. Allo stesso tempo, la città viveva un senso di discriminazione rispetto a Lisbona che, negli anni Novanta, aveva concentrato grandi investimenti — la costruzione del Centro Cultural de Belém nel 1992, la realizzazione della Capitale europea della cultura nel 1994, l’Expo del 1998 — mentre Porto si affermava come “seconda città”, più legata alla produzione industriale del Nord del Paese. Esisteva inoltre una forte mobilitazione del tessuto imprenditoriale e culturale. L’Unione europea non assegna il titolo di Capitale europea della cultura senza riconoscere un sistema culturale attivo, e a Porto, alla fine degli anni Novanta, questo era evidente. In questo senso, il riconoscimento UNESCO chiude un ciclo storico, mentre Porto 2001 ne apre uno nuovo, proiettando la città verso il futuro.

 

Che tipo di visione urbana sosteneva Porto 2001? Era un progetto culturale o un progetto di trasformazione urbana?

C’era una visione culturale, ma profondamente radicata in un’idea di città. Porto stava già investendo nel riequipaggiamento culturale – il Teatro São João, divenuto Teatro nazionale, la Cadeia da Relação, il monastero di São Bento da Vitória, il Museo Soares dos Reis – e nella creazione di nuove istituzioni, come il Centro portoghese di fotografia o il Museo di arte contemporanea di Serralves. Allo stesso tempo, esisteva una strategia più ampia, che includeva la riqualificazione dello spazio pubblico e delle infrastrutture. Porto 2001 coincide con la costruzione della rete metropolitana, che ha permesso una trasformazione significativa dello spazio urbano, in un processo vicino al cosiddetto “effetto Barcellona” (in riferimento alle Olimpiadi del 1992). Più che una somma di interventi, si trattava di un sistema: riqualificazione di infrastrutture, spazio pubblico e programmazione culturale pensati in rete, in una logica integrata di città. Possiamo collocare Porto 2001 in una seconda generazione di Capitali europee della cultura, dopo una prima fase centrata sulle grandi capitali. Qui il focus si sposta su città “secondarie”, come Glasgow nel 1990, che utilizzano la cultura come motore di trasformazione urbana e come contrappunto alle capitali nazionali.

 

Qual è stato il ruolo della Casa da Música in questo processo? È stata un elemento di rottura o una continuità rispetto alla tradizione architettonica della città?

La realizzazione della Casa da Música risponde, anzitutto, ad una necessità concreta della città. Porto aveva un tessuto musicale molto attivo – musicisti, scuole, pubblico – ma non disponeva di una sala con condizioni acustiche adeguate alla musica sinfonica. Esisteva un’orchestra, una pratica consolidata, ma mancava un’infrastruttura dedicata. Dal punto di vista architettonico, introduce un’ambivalenza tra rottura e continuità. La forma poliedrica, senza precedenti nella tradizione portoghese, si inscrive nella logica dell’edificio iconico associata al cosiddetto “effetto Bilbao”. È stata anche una sfida costruttiva rilevante: l’edificio raggiunge la stabilità strutturale solo una volta completamente chiuso, come accade con le cupole nella tradizione classica. Allo stesso tempo, ci sono elementi di continuità. Innanzitutto, nella monumentalità, caratteristica della tradizione barocca portuense, che si traduce nella capacità dell’edificio di superare la scala del contesto e affermarsi come elemento dominante nel paesaggio urbano. Poi nella materialità: il progetto evolve verso una soluzione in calcestruzzo, più vicina alle pratiche costruttive locali, configurandosi come un edificio “di massa” che si apre in modo controllato verso l’esterno. Vi è inoltre una reinterpretazione di elementi tradizionali, come l’azulejo o la decorazione a intaglio dorato, qui integrati in un linguaggio contemporaneo e sottratti a una lettura esclusivamente legata al patrimonio storico. Anche il concetto spaziale riflette questa ambivalenza. Il progetto parte da un’idea semplice: una casa con uno spazio centrale di incontro, che viene poi ampliata alla scala urbana. La sala principale mantiene una configurazione relativamente convenzionale, mentre il sistema che la circonda è molto più complesso. Si tratta di una struttura continua di spazi interconnessi, quasi una “torre di Babele”, in cui livelli e programmi diversi convivono. L’edificio è pensato come uno spazio di circolazione, permanenza e uso autonomo, non solo come sala da concerto ma come un dispositivo capace di funzionare lungo tutto l’arco della giornata.

 

A distanza di 25 anni, come possiamo leggere il suo impatto sulla città?

L’impatto della Casa da Música è significativo, sia dal punto di vista urbano che culturale, ma rivela anche alcune contraddizioni. Sul piano urbano, l’edificio si afferma come elemento strutturante. Funziona come conclusione dell’asse dell’Avenida da Boavista, un’infrastruttura di grande scala che fino ad allora non aveva un vero punto di chiusura. Allo stesso tempo, genera uno spazio pubblico che è stato effettivamente appropriato dagli utilizzatori, soprattutto dai più giovani, dimostrando la sua capacità di attivare nuovi usi. Esiste però uno scarto tra il progetto architettonico e l’uso attuale. L’edificio è stato concepito come un sistema spaziale complesso e continuo, capace di sostenere simultaneamente una programmazione diversificata nel tempo. Questa dimensione è stata in parte sperimentata, ad esempio attraverso il “clubbing”, un evento mensile di lunga durata che coinvolgeva diversi livelli dell’edificio allo stesso tempo con concerti, musica classica, DJs, permettendo una libera circolazione tra spazi e pubblici differenti. In quei momenti, la Casa da Música funzionava come una vera e propria “città interna”, esprimendo pienamente il suo carattere caleidoscopico. Col tempo, però, questa logica si è progressivamente persa. Oggi l’edificio funziona soprattutto come una sala da concerti convenzionale, con una programmazione puntuale e più segmentata. Resta il valore simbolico e urbano, ma il potenziale spaziale e programmatico per cui era stata concepita è stato solo parzialmente realizzato.

 

Oggi Porto sembra attraversare una nuova fase, segnata dal riuso del patrimonio esistente. La città ha ancora bisogno di nuove icone?

Siamo chiaramente in una fase diversa. Negli anni Novanta e nei primi Duemila si guardava a modelli internazionali, con una forte attenzione alla riqualificazione dello spazio pubblico associata a infrastrutture come la Metropolitana e con l’investimento in un’architettura iconica. Oggi la logica è un’altra: Porto è una città con un’identità contemporanea consolidata e questo permette di adottare un approccio differente, più centrato sull’intervento sul patrimonio esistente. Progetti come la riqualificazione del Mercado do Bolhão, del Cinema Batalha o la rifunzionalizzazione dell’ex Matadouro mostrano come l’intervento urbano sia ancora inteso come un atto culturale. Questo non significa che le icone non siano più rilevanti, ma non rappresentano più il principale motore di trasformazione. Si assiste a una maggiore valorizzazione del tessuto locale, del riuso di spazi “dimenticati” e della proiezione della memoria nel futuro.

 

In questi 30 anni Porto è passata da città periferica a destinazione turistica globale. Questa trasformazione ha generato tensioni?

Dopo Porto 2001 si apre una fase di forte discontinuità. Il cambiamento politico nella gestione municipale porta a una svalutazione del lascito della Capitale europea della cultura. Per circa dodici anni si assiste a una stagnazione, con un disinvestimento nella programmazione e una tendenza a sostituire la cultura con l’intrattenimento. Si costruisce una narrazione di fallimento, legata anche al fatto che alcune opere non erano completate, e non mancano posizioni critiche o ostili verso progetti strutturanti come la Casa da Música. La città, però, ha avuto la capacità di reagire. Una nuova generazione, che aveva vissuto Porto 2001, avvia iniziative indipendenti – gallerie, studi, eventi informali – creando una dinamica culturale parallela. Successivamente, con la nuova amministrazione municipale, si assiste al recupero di quell’eredità, ma nel frattempo la pressione turistica introduce nuove tensioni, soprattutto nell’uso dello spazio urbano e nella trasformazione del tessuto sociale. Il problema non è il turismo in sé, ma il rischio di perdita di identità. Porto è una città densa e stratificata, in cui epoche diverse convivono. Il turismo tende talvolta a semplificare e uniformare questa complessità.

 

Il titolo del programma commemorativo parla di “ritorno al futuro”. Cosa significa oggi tornare al 2001?

Significa tornare a quel momento senza nostalgia, ma con distanza critica. Per molto tempo Porto 2001 è stato letto in modo ideologico, ora come un successo assoluto, ora come un fallimento. Solo oggi, due decenni dopo, iniziamo ad avere una distanza sufficiente per riconoscere che esisteva un progetto di città coerente, che nel frattempo è stato interrotto. Tornare al 2001 significa recuperare quell’ambizione, ma anche riconoscere ciò che non è stato realizzato. In particolare, la questione abitativa: esistevano progetti per rivitalizzare il centro con alloggi accessibili che non sono stati portati avanti, e il lavoro in rete tra istituzioni culturali, che nel tempo si è perso. Porto ha guadagnato in “ospitalità”, ma ha perso in “abitabilità”.

 

In che modo questi anniversari possono essere un’occasione critica e non solo celebrativa?

Proprio attraverso questa rilettura. È importante capire che Porto 2001 non è stato soltanto un evento, ma parte di un processo più ampio. Se guardiamo a questi trent’anni, vediamo un andamento ondulatorio: una fase iniziale di grande energia e trasformazione, seguita da un arretramento, una sorta di vuoto e, più recentemente, un nuovo ciclo di recupero. Una città che non evolve in modo lineare, ma per cicli, e che oggi sembra ritrovare, almeno in parte, l’ambizione della fine del secolo XX. Questi anniversari dovrebbero servire a riflettere su questa traiettoria, su ciò che è stato realizzato, su ciò che è andato perduto e su ciò che può ancora essere riattivato.

Immagine di copertina: Casa da Música, Rem Koolhaas, Porto (© Ilaria La Corte)

 

Speciale Porto 2026

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, Porto costruisce una delle stagioni più intense di trasformazione urbana in Europa. La classificazione UNESCO del centro storico (1996) e Porto 2001 Capitale europea della cultura segnano l’ingresso della città in una dimensione internazionale, fondata su un intreccio tra politiche culturali, infrastrutture e progetto urbano. A distanza di 30 anni, quella traiettoria appare tutt’altro che lineare. Alla fase di investimento e sperimentazione segue un’interruzione, una perdita di continuità che incide sulla costruzione di una rete culturale e urbana. Oggi, in un contesto segnato dalla pressione turistica e da nuove strategie di riuso del patrimonio, Porto sembra riattivare alcune di quelle ambizioni, ma attraverso strumenti diversi. Per questo abbiamo voluto dedicare alla città un approfondimento speciale con 3 diversi articoli:la rilettura critica di Porto 2001 attraverso le parole di Nuno Grande, il progetto di riconversione del Matadouro Industrial che ridefinisce il rapporto tra architettura e spazio pubblico e la mostra alla Casa da Arquitectura, dedicata a Lucio Costa, che riporta l’archivio al centro della costruzione del pensiero progettuale.

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Tag: , , , , , , Last modified: 29 Aprile 2026