La Biennale di Venezia apre tra le polemiche. Un cortocircuito che tocca il senso stesso degli enti che producono e diffondono cultura. E dei loro spazi
VENEZIA. All’indomani dall’avvio dei concitati giorni di pre-apertura della 61° Mostra Internazionale d’Arte di Venezia la riflessione di Carlo Olmo tocca alcuni fondamentali temi legati all’autonomia non negoziabile di un’istituzione culturale, al sovradimensionamento dell’offerta (evento o proposta espositiva) costruita attorno al suo potere attrattivo, ad un presenzialismo che non concede più tempo per valutare, ponderare, rielaborare.
Intanto la cronaca, in uno spasmodico aggiornamento della pagina web, rincorre i colpi di scena di questa 61° edizione: dalle polemiche per la partecipazione russa (che durerà giusto una manciata di giorni) e di Israele all’ingerenza della Commissione europea e del Ministro della Cultura Alessandro Giuli (che dopo aver disertato la conferenza stampa del Padiglione Italia diserterà anche la cerimonia inaugurale della manifestazione veneziana), sino alle dimissioni in blocco della Giuria internazionale. Risultato: l’istituzione dei Leoni dei Visitatori (per volontà del Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco) con conseguente ulteriore scatenarsi di polemiche. (v.r.)
Quel che sta succedendo attorno ad un’istituzione preziosa come la Biennale di Venezia non deve stupire. Il rispetto dell’autonomia è davvero l’ultima preoccupazione in un Paese, come l’Italia, dove tutto sembra negoziabile. Quel che garantisce la Costituzione, all’articolo 11, non vale da decenni. Le istituzioni si occupano e/o si privatizzano, come le città sono ormai vittime di autentici urbicidi (Venezia da decenni ormai).
Diventa persino difficile anche solo difendere gli statuti di enti pubblici, morali, associativi. E ancor più diventa difficile parlare di Venezia o di Milano come città, sempre che a quel nome si voglia far corrispondere la storia di una parola, che ha radici antichissime. La prima città fu fondata d’altronde da Caino. E proprio la natura delle manifestazioni che vi si svolgono (Biennale e Design Week sono solo le ultime due in ordine di tempo), chiarisce quale idea di “città” ci sia dietro; la polverizzazione degli avvenimenti, come nell’accezione che ne dà Jacques Lacan nel 1957, rimuove non la realtà del cosa sia città, ma la verità (il significato delle manifestazioni nello spazio pubblico ora anche privato). Una rimozione che genera proprio quello che scrive Lacan: comportamenti sempre più nevrastenici.
La Biennale, come la Triennale a Milano, sono istituzioni che erano e dovrebbero essere punti di riferimento, non forme di dissoluzione in duecento e più avvenimenti che aumentano solo una nevrastenia per l’impossibilità anche solo di farsi un’idea di ciò che accade. Specchio quest’ultimo di una realtà sociale e culturale che è incapace di porsi il problema di quello che due critici – uno statunitense e l’altro canadese (Charles Jencks e George Baird) – chiamavano nel 1974 “The Meaning of Architecture”, e si può tranquillamente aggiungere Art o Knowledge.
Purtroppo questo avviene in città che assomigliano davvero alla narrazione della moglie di Lot (Genesi 19, 1-26). Sarebbe forse utile, oltre che rileggersi i testi di Bogdan Bogdanović e di W.G. Sebald (“Grad kenotaf” e “Storia naturale delle distruzione”), riprendere il testo della Bibbia. Venezia come Milano sono ormai installazioni per fasce di reddito, forme di un esibizionismo e di un narcisismo quasi ridicoli e aggravati da un presenzialismo mondano ed effimero, che non concede il tempo della riflessione.
Ma le città ridotte a scenografie di un Godot che è destinato a non arrivare, sono ormai città da riconoscere, città promesse da agenzie di viaggio che non interrogano la nostra ignoranza, che attraggono consumatori ed espellono cittadini. Priene, non solo Atene sono davvero lontane.
Come lontana è l’autonomia delle istituzioni, nel caso in questioni della Biennale. Come un’università chiamata a trasferire una conoscenza che dovrebbe preoccuparsi di produrre e di come le produce, anche le culture visive che la Biennale ha proposto per più di un secolo, convincenti o meno, oggi devono rispondere a tiranni altri. Basterebbe che i nostri aspiranti tiranni leggessero “Il Nomos della terra” di Karl Schmitt, certo non un noto barricadero, per farsi da parte e leccarsi le troppe ferite che stanno distribuendo a destra e a manca.
La Biennale va difesa come istituzione perché l’autonomia è un valore non negoziabile. Se ha sbagliato si cambieranno a mandato finito i responsabili ma a giudicare dovrebbero essere artisti, critici, storici, non la Commissione Europea o un Ministro. Per favore, toglieteci la cappa del giudizio da confessionale senza neanche più i “clerc”… che, dietro la grata, ascoltano.
Immagine di copertina: 61° Mostra Internazionale d’Arte di Venezia. Padiglione Centrale ai Giardini (© Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia)





















