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Alessandro Colombo e Paola GarbuglioScritto da: Reviews

Atlante del mondo: tutte le nazioni della Biennale Arte

Atlante del mondo: tutte le nazioni della Biennale Arte
Non solo le contestate presenze russe e israeliane. Visita e commento alle partecipazioni degli Stati alla 61° edizione della Biennale Arte 2026

 

VENEZIA. Distribuite tra Giardini della Biennale, spazi dell’Arsenale e città storica le partecipazioni nazionali della 61° Biennale d’Arte si caratterizzano per la presenza di perfomances, di elementi ricorrenti come l’acqua, di spazi che si fanno cornice architettonica o contenitori immersi nel buio.

 

Acqua e voyeurismo ai Giardini

I padiglioni ai Giardini si dividono in due grandi famiglie: quelli che offrono uno spazio alle opere, e come tali vengono utilizzati, e quelli che diventano opera, fondendosi con l’espressione artistica. La nostra selezione non  può che partire dal Padiglione dell’Austria, il più discusso ed ambito, costantemente contrassegnato da lunghissime code nei giorni della preview.

L’elegante architettura di Josef  Hoffmann assiste, pensiamo attonita, a performances tanto forti quanto “spettacolari”. Una gru, di quelle tristemente famose per le esecuzioni capitali nelle piazze dell’Iran, sostiene a diversi metri da terra una campana nella quale l’artista Florentine Holziger si arrampica, diventando, a testa in giù, batacchio che scocca suoni con cadenza quasi a morto.

All’interno “Seaworld Venice” è il titolo di un progetto che “allaga” il padiglione per dare vita a un mondo acquatico non proprio invitante (l’urina dei visitatori, purificata e trasformata in acqua, alimenta una cisterna nella quale è immerso un essere umano) ove i performers, nudi o seminudi, agiscono con azioni violente e scioccanti per comunicare il proprio messaggio. Al di là del doveroso rispetto per chi si espone col proprio corpo, il timore è che il successo del padiglione, in questo caso, verta più sul voyeurismo insito nel pubblico che sulla sua reale partecipazione ai contenuti.

L’acqua, in tutti i suoi aspetti, in questa Biennale è un tema sicuramente trasversale nelle diverse partecipazioni nazionali. In varie forme e riferita a contesti marini la ritroviamo sia ai Giardini che all’Arsenale. L’acqua è quella che terrà in vita “Still Life” di Linda Goode Bryant, lussureggiante orto pensile collocato nello spazio aperto, grazie alle cure di ex detenute per tutta la durata della mostra; l’acqua è al centro della riflessione sul Mar Nero nel Padiglione della Romania, ove il genius loci è raccontato con un’installazione di immagini, sculture, oggetti e suoni; il tema dell’acqua è anche alla base di “Liquid Tongues”, installazione video della Polonia, ove un coro composto da persone udenti e sorde immerse in una piscina intona i canti delle balene, con risultati poetici che convincono al di là della semplicità dell’allestimento.

Ma acqua è anche quella che invade lo spazio del Canada – il bel padiglione progettato dai BBPR negli anni Cinquanta, qui perfettamente rispettato – sotto forma di condensa, pareti fatte di uno specchio che non riflette, una grande vasca dove galleggiano poche ninfee, il tutto teso a provocare minime alterazioni percettive per riflettere cosa ci sia tra domestico e selvatico, tra sicurezza e minaccia dello spazio, come recita il titolo “Entre chien et loup”. Il padiglione si costruisce come una serie di alterazioni minime dello spazio, che producono una tensione percettiva crescente.

Il medesimo approccio e la medesima qualità del risultato si riscontrano anche nel Padiglione brasiliano, restaurato e restituito alla sua trasparente spazialità già dallo scorso anno, ove il lavoro di due artiste gioca sulle superfici verticali connesse dal soffitto decorato del corridoio che attraversa come una spina dorsale gli spazi, “Comigo ninguém pode il titolo che è anche il nome di una pianta autoctona. Nel Padiglione della Grecia prevale una scenografia ipertrofica, “Escape Room, che rivisita il mito della caverna di Platone con esiti caricaturali e che negano totalmente lo spazio originale a favore della creazione di un luogo di intrattenimento, da una parte e di un negozio di souvenir, dall’altra.

In altri casi il padiglione diventa opera. La Germania – con il suo edificio bifronte, mosaico sulle facciate e muri verdi all’interno a ricordare una memoria militare – è da sempre alle prese con l’eredità della sua architettura, figlia del totalitarismo, e cerca quest’anno di superare la dimensione di rovina esplorata nelle passate edizioni – anche se “Ruin è il titolo scelto – per rivestire le facciate di 4 milioni di tessere (ma che fine farà questo materiale?), a riprodurre le sembianze esterne di un dormitorio per lavoratori vietnamiti a Berlino, nella scomparsa DDR.

Nello spazio della Spagna avviene il miracolo: opera esposta ed allestimento coincidono e cinquantamila cartoline acquistate nei mercatini di tutto il mondo, “Los Restos”, si fondono nelle pareti del padiglione per diventare una tassonomia di luoghi, persone e tempi, che trasforma la bidimensionalità in un avvolgente tridimensionalità sensoriale. Lo spazio è misurato dalle dimensioni del formato della cartolina postale (10 x 15cm circa) secondo un raster che genera superfici “astratte” in cui il colore è parte essenziale della composizione. Gli ambienti sembrano diventare più grandi, le pareti si incontrano e si dilatano con armonia creando inaspettati nuovi punti di vista ed offrendo al visitatore un’opera unica, limpida e luminosa.

Molti padiglioni continuano a valere più per la loro architettura che per i contenuti, Belgio-Sneyers, Olanda-Rietveld, Finlandia-Aalto, Paesi Nordici-Fehn, Venezuela-Scarpa (anche se quest’anno è chiuso in attesa di restauri); altri vivono, come già ricordato, a guisa di contenitori di opere, con risultati più o meno brillanti. Nella prima categoria, i migliori, pensiamo al Giappone, “Grass Babies, Moon Babies, gigantesca nursery di bambolotti offerti alle cure dei visitatori; la Danimarca, “Thing to come”, installazione fra pornografia video, tecnologia e biologia tesa a farci riflettere sul problema demografico; la Francia con i suoi plissè, le stoffe i rasi e le bandiere colorate, “Comme Saturne, rappresentazione della tecnica tessile della corrosione come paradigma di lettura della realtà; la Gran Bretagna, “Predicting History: Testing Translation”, ove la truduzione/tradimento è esplicitata in grandi opere a parete.

Nella seconda categoria, i meno interessanti, collochiamo gli Stati Uniti, noiosa galleria di pezzi scultorei appoggiati a terra. Caso a parte la Russia, “The tree is rooted to the sky”, che, al di là di tutte le polemiche, sceglie semplicemente di non allestire, occupando lo spazio con una collettiva di suoni assordanti e fiori in decomposizione, come se il mondo esterno non esistesse, atteggiamento del resto non assente in questa 61° Biennale d’Arte.

 

Le geografie allestitive dell’Arsenale

All’Arsenale, come sappiamo, le partecipazioni nazionali perdono la loro connotazione architettonica per acquistare quella degli spazi, sempre affascinanti, dell’antica struttura della marina militare. L’approccio in questo caso è duplice. Negare totalmente lo spazio per utilizzarlo come contenitore buio ove mettere in scena le proprie performances, oppure utilizzarlo come cornice architettonica in dialogo con l’allestimento.

Al netto di discussioni e polemiche, Israele, “Rose of Nothingness, utilizza l’affascinante spazio voltato messole a disposizione per allestire una poetica vasca d’acqua nera nella quale gocce cadono suonando dall’alto. Anche l’Argentina, “Monitor Ying Yang, mette in scena un raffinato paesaggio/percorso fatto di sale e carbone. L’acqua è protagonista ancora in Uzbekistan, “The Aural Sea”, ove, scomparendo a causa della crisi climatica, lascia una candida distesa di sale che ti invita a giocare e riflettere.

Singapore, “A Pause, riesce affettivamente a donarci uno spazio di pausa nella, comunque, frenetica Biennale costruendo uno spazio in legno di larice che si articola in piani inclinati che ti permettono di sederti, forse anche sdraiarti, e attendere i contributi video dedicati a semplici azioni quotidiane. L’Arabia Saudita propone un’installazione monumentale, “Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, nella quale una pavimentazione metafisico/archeologica rimanda al patrimonio culturale danneggiato da guerra e barbarie.

Il  Messico, “Actos invisibles para sostener el universo”, propone una linea di sale a forma di vírgula – il simbolo mesoamericano della parola e del dialogo – che guida il visitatore a terra. E non manca chi vuole stupire: il Lussemburgo utilizza una materia molto diffusa, “La Merde, per creare un video surreale che, manco a dirlo, riscuote molto successo presso il pubblico.

Nella serie dei luoghi bui si può annoverare la Cina, “Dream Stream, che fra la modellistica e la tecnologia ti coinvolge in un percorso interessante che alla fine ti può anche regalare un ideogramma dipinto da un robot umanoide. L’Italia è sempre alle prese con il proprio Padiglione, troppo grande e troppo decentrato, che sceglie la poetica rarefatta di Chiara Camoni, “Con te con tutto, per costruire nella prima navata un plotone di sculture in ceramica rappresentanti figure femminili, mentre nella seconda trova posto un paesaggio di diverse installazioni: il pubblico si aggira, forse più spaesato dalle performances estemporanee che interessato. In verità il Padiglione, di per sé monocolore, si ravviva solo con il passaggio dei visitatori e dei loro colori che divengono protagonisti dello spazio molto più delle opere esposte.

Nel Padiglione indiano, “Geographies of Distance: remembering home – tra l’altro un grande ritorno questo dell’India – il buio dà forma ad un paesaggio multiforme, forte e scenografico, che disegna una sorta di grande casa a cura di cinque artisti. Infine tra le partecipazioni disseminate nella città storica, la Santa Sede apre il Giardino Mistico dei Carmelitani, “The Ear is the Eye of the Soul”, ad un’esperienza di silenzio, mentre continua l’opera di restauro architettonico, artistico e sociale presso Santa Maria Ausiliatrice.

Le Bahamas, “In Another Man’s Yard, di fronte allo squero di San Trovaso, allestiscono un sobrio spazio con le interessanti opere di due artisti e la Repubblica della Guinea Equatoriale, all’isola di San Servolo, inaugura la sua presenza in Biennale con “The Forest The Undergrowth”, dialogo fra artisti locali e italiani.

Immagine di copertina: Padiglione dei paesi Nordici alla 61° edizione della Biennale Arte di Venezia, 2026 (@ Alessandro Colombo)

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Tag: , , , , Last modified: 13 Maggio 2026