Un luogo storico, nel cuore della città. Un edificio sopravvissuto in un comparto industriale. Un restauro né facile né scontato, con un’identità ridefinita e abilmente comunicata. Piccola, ed emblematica, storia urbana e architettonica
LECCO. Spesso è nei dettagli, con buona pace di Mies van der Rohe e della sua celebre frase, che si ritrova il senso più vero delle cose. E così succede anche per i progetti.
Elena Bianchi, architetta lecchese, ha firmato il recupero della ex Officina Badoni: “In termini di approccio, citando le parole di Andrea Bruno, è possibile parlare di riappropriazione. Una riappropriazione, senza snaturare. Rimodellando, però, funzioni, uso e utenti”. Quasi due anni dopo l’inaugurazione, e un cantiere iniziato nel 2019, la nuova sede della Fondazione comunitaria del Lecchese è un hub sociale, il luogo ritrovato della collettività, viva e dinamica, che con orgoglio mostra i numeri di eventi ospitati.
Visitarlo, con in mano alcuni libri dedicati a questa esperienza urbana e architettonica emblematica, permette di ragionare del rapporto tra architettura e trasformazione identitaria degli spazi. Che inizia dai primi approcci ad un luogo abbandonato: “Erano riconoscibili le potenzialità dell’edificio, la varietà degli spazi e il ventaglio di possibilità per fruirne – racconta ancora Elena Bianchi -. Le geometrie stesse dell’architettura mi hanno ispirato una serie di immagini mentali di come sarebbe poi diventato l’Auditorium del secondo piano. L’ultimo piano che a lungo aveva ospitato la sala mensa dell’azienda ed è, architettonicamente con l’ogiva delle finestre e gli archi a vista, la più caratterizzante dello stile neogotico dell’edificio”.
Lì, al secondo e ultimo piano di questo piccolo edificio – circa 500 metri quadrati per livello – nel centro di Lecco, a pochi passi dalla stazione ferroviaria, si ritrova un tratto decisivo, quel dettaglio accennato in apertura: “La parte delicata è stata riportarlo alla finitura a intonaco, perché così nasceva ed era stato scrostato durante i lavori poi interrotti. Molte persone sostenevano che fosse più bella la pietra a vista, ed è stato uno sforzo importante quello di far capire che l’edificio nasceva in un certo modo e andava riportato alla sua forma originaria in grado di far percepire forme e volumi”.
Traccia della storia
Il dettaglio aiuta a capire meglio questa storia di integrazione misurata tra il recupero di una traccia materiale e la costruzione di un’identità collettiva. L’edificio ha forme neogotiche e una storia di forte radicamento nella tradizione produttiva locale. La costruzione risale agli Anni Quaranta dell’Ottocento, il committente fu Giuseppe Badoni, promotore dell’industrializzazione di un’attività metallurgica avviata dal nonno negli ultimi anni del Settecento, costruita nel giardino della villa di famiglia.
L’architettura, innovativa per l’epoca, rompeva con la tradizione degli opifici essenziali, poveri e poco ambiziosi dal punto di vista decorativo: Badoni scelse infatti grandi finestroni ogivali e un impianto neogotico (si dice ispirato al Pedrocchino di Padova e alla torre Palagi di Desio), tanto da sollevare curiosità e apprezzamento.
Oggi il volume è l’unico elemento che resta di quell’insediamento industriale in un paesaggio urbano radicalmente cambiato. Agli inizi degli Anni Novanta la società chiuse definitivamente. Il capannone posteriore e le ali laterali dello stabilimento erano già stati abbattuti. Nei progetti urbanistici di quegli anni, l’edificio veniva pensato (forse snaturato) in una sorta di Broletto commerciale collocato lungo il corso Matteotti, un viale centrale: aperto e senza serramenti, destinato a esposizioni e vendite.
Il progetto non si realizzò, ma l’etichetta di Broletto, complice anche una forma che lo ricorda. E infatti il piccolo nuovo quartiere – residenziale, commerciale, terziario, con uffici pubblici e una qualità spaziale nel complesso rivedibile – mantiene il nome ed è il Parco del Broletto. Il vincolo monumentale di inizio Duemila ha permesso il mantenimento fisico del frammento, sopravvissuto alla dinamica trasformativa di questa parte di città, scrivendo una nuova – e forse inattesa – pagina di storia.
Modello e storytelling
Visitare oggi la ex Officina Badoni è un esercizio che molto spiega della possibile rigenerazione sociale e comunitaria di alcuni patrimoni architettonici e urbani. Questo nella consapevolezza dell’unicità di un modello difficilmente ripetibile ed esportabile per il consistente investimento privato, un ente filantropico come è la Fondazione Comunitaria del Lecchese, emanazione locale di Fondazione Cariplo.
La sua presidente Maria Grazia Nasazzi ne descrive così gli obiettivi: “Comunità significa condividere valori, ideali, idee di futuro e narrazioni del passato, ambizione di realizzare e senso di appartenenza. La trama di luoghi intrecciati – all’ordito – di volti e storie […] Vale a dire senza l’ansia di colmare spazi, ma generando spazi di partecipazione. Con un pizzico di ironia, anzi, potremmo definirli come vuoti capaci di attirare straordinari fuori programma […] Scevri da inutili simbolismi e colmi, grazie all’intelligenza di chi li ha pensati e dotati di una funzione, di quella misura umana delle cose che è il tratto tipico non solo dei lecchesi ma, credo, dell’idea di stessa bellezza”.
L’immagine di uno spazio vuoto che si riempie di azioni inaspettate è forse quella più emblematica per illustrare la traiettoria dell’Officina Badoni. A quasi due anni dalla sua apertura sciorina dati lusinghieri: centinaia di eventi ospitati, decine di realtà sociali che l’hanno valorizzata come una casa della comunità locale. Senza un programma definito a priori, lasciando ampi gradi di libertà, senza l’ansia del pareggio di bilancio. La Fondazione ha spostato qui i suoi uffici, il bar al piano terra offre una stanza a disposizione di studentesse e studenti, la dimensione commerciale sfuma rispetto all’impegno sociale, l’area esterna (pur piccola) è ugualmente aperta ad un uso libero, all’ultimo piano l’Auditorium ospita iniziative diversissime. Così come l’aula corsi al livello intermedio.
La chiamavano, confondendo identità urbana e architettonica, Broletto. Oggi l’Officina Badoni rigenerata dei Broletti ha il carattere civile, civico e orgogliosamente mutevole. Dove si respira movimento, dinamismo e una vitalità capace di penetrare nelle spesse murature diffondendosi negli spazi piccoli e un po’ labirintici.
Un’idea di futuro, e di cultura
Una casa di tutti. Porosa, a suo modo, più dal punto di vista simbolico che fisico-spaziale. L’architettura dell’Officina Badoni, infatti, non ha nelle sue caratteristiche quelle di permeabilità e accessibilità. Tutt’altro: un fronte strada senza mediazione verso il corso Matteotti, un’area esterna piccola e affacciata su uno spazio pubblico non molto ospitale sull’altro lato. Costruzione arcigna e austera al di là degli elementi decorativi, densa, compatta, con aperture limitate.
La trasformazione di identità non è stata semplice per trasmettere la nuova vita di questo luogo. Anche all’interno: collocati i due corpi e scala e servizi ai lati corti, non resta moltissimo spazio. E allora il lavoro in pianta predilige una composizione, quasi labirintica, di piccole stanze in sequenza, autonome ma collegate, quasi scatole nella scatola. In quelle sì c’è trasparenza, ma sempre in una relazione intensa con la materialità originale dell’Officina.
Un luogo in cui sono le connessioni immateriali ad essere elementi e materiali del progetto. Lo scrive Giovanni Azzone, già rettore del Politecnico di Milano, oggi presidente di Fondazione Cariplo: “I luoghi non sono nulla senza le relazioni, sono solo muri. Spesso vediamo realizzati luoghi anche bellissimi, ma anonimi, perché non hanno un’anima, non sono vissuti e partecipati. La nuova Officina Badoni è un altro esempio di luogo aperto a disposizione della comunità”.
Gli sguardi si riflettono e rimbalzano in questa successione di diaframmi. Modesti come scelta, intensi come esito. E conducono fino al secondo piano, quello della scelta dell’intonaco contro la pietra a vista: “L’Auditorium, caratterizzato da arcate neogotiche e ampie finestre ogivali – spiega Andrea Panizza, il referente delle attività culturali che qui si svolgono – è stato da subito concepito come l’equivalente di una piazza al coperto, un luogo vocato a far incontrare e dialogare le persone e le idee. Dietro questa idea c’è una concezione che vede nella cultura, nella sua circolazione e negli scambi che origina, un elemento fondamentale per migliorare la qualità della vita, per creare relazioni e quindi per rafforzare la comunità”.
Immagine di copertina: la facciata dell’Officina Badoni su corso Matteotti, Lecco (© Giacomo Albo)
Il libro
Scaricabile a questo link, la pubblicazione “Quando lo spazio genera comunità. Officina Badoni” è scritta da Elena Granata e pubblicato dalla Fondazione Comunitaria del Lecchese nel novembre del 2025.
Rappresenta un modo originale e non scontato di raccontare la dimensione sociale di un progetto urbano e il ruolo dell’ente filantropico che l’ha sostenuto. Affida infatti ad un’autrice disciplinare un racconto anche personale, imperniato- in 10 brevi capitoli, riccamente illustrati, frutto di visite e dell’incontro tra Granata e Maria Grazia Nasazzi, la presidente della Fondazione – intorno alla visione di questo luogo come fattore di infrastrutturazione comunitaria.
Le 60 pagine sono introdotte da Elena Granata con queste parole: “Entrando a Officina Badoni si resta interdetti. Di che tipo di spazio si tratta? Non è una sede bancaria, non è un centro di servizi, non è una scuola, non è un centro civico. O forse è un po’ tutto questo insieme, senza però assomigliare davvero a nessuno di questi luoghi. Non ha l’allure di rappresentanza degli spazi della finanza, non incute la deferenza tipica degli ambienti bancari, né cerca la fascinazione dei luoghi del lusso. Qui si respira un altro stile, altre regole, un’altra missione“.


































