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Veronica RodenigoScritto da: Mosaico Patrimonio Progetti

La Biennale ritrova il suo Padiglione Centrale: eleganza minimal a Venezia

La Biennale ritrova il suo Padiglione Centrale: eleganza minimal a Venezia
Dopo 16 mesi riapre l’edificio ai Giardini. Il progetto di restauro (Labics) ripulisce dalle superfetazioni e si apre al paesaggio con due nuove strutture. Sullo sfondo le polemiche per la partecipazione russa a “In Minor Keys”

 

VENEZIA. All’ultima Biennale di Architettura, curata da Carlo Ratti, avevamo lasciato il Padiglione Centrale ai Giardini chiuso per cantieri in corso, avvolto da una controfacciata sulla quale si sviluppavano policrome sinapsi e nuvole di punti dell’installazione “Constructing La Biennale”.

 

 

Una storia lunga 130 anni

Nel giorno della presentazione alla stampa della sua rinnovata veste, giovedì 19 marzo, il riverbero di un sole primaverile sulla bianchissima fronte della struttura è abbagliante.

Per l’occasione raggiungono i Giardini gli ultimi tre presidenti dell’istituzione veneziana (Paolo Baratta, Roberto Cicutto, Pietrangelo Buttafuoco), il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani che lasciano trapelare l’orgogliosa soddisfazione per un iter concluso nel rispetto dei tempi: 16 mesi di lavori per un investimento di 31 milioni di euro stanziati dal Ministero della Cultura nell’ambito del Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari (Pnc) al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Un intervento rientrante in un ben più ampio Progetto di Sviluppo e Potenziamento de La Biennale di Venezia: 22 opere per un importo complessivo di 170 milioni tra cui la futura nuova sede dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) all’Arsenale, che inaugurerà ad inizio giugno.

Non c’è volontà di lasciare spazio alle polemiche sul ritorno della partecipazione russa né ai derivanti attriti con il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, tanto che la presenza del Vice Capo di Gabinetto del Mic in sua vece, Valerio Sarcone, passa quasi inosservata. È Brugnaro, istrionico e diretto come sempre, a prendere la parola per ultimo esplicitando il pieno allineamento con la Biennale: “Noi non siamo in guerra con nessuno. A Venezia continuiamo una tradizione di diplomazia e apertura perché è così che si crea la pace”.

Una volta esperito il momento istituzionale, l’esplorazione degli spazi, liberi dai consueti allestimenti, suona come esperienza inedita e quasi straniante. L’intervento di restauro è concepito come una riscrittura per mano di Labics (Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori) e Fabio Fumagalli insieme al Settore Progetti Speciali della Biennale (Arianna Laurenzi, Cristiano Frizzerle) e Buromilan. Di fatto si tratta della prima riqualificazione, secondo un intervento integrale e un disegno unitario, nella storia del Padiglione.

La struttura, eretta tra il 1894 e il 1895 su progetto di Enrico Trevisanato come Palazzo Pro Arte per la prima Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia conosce nel tempo successivi interventi e addizioni di Ernesto Basile, Galileo Chini, Gio Ponti, Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, sino a diventare uno spazio polifunzionale dotato anche di un’area educational, bookstore e caffetteria. Nel tempo il Padiglione muta inoltre denominazione e funzione sino a diventare, dal 1999 di fatto complementare al concept curatoriale della mostra internazionale che abitualmente si declina tra qui e l’Arsenale.

 

 

Bianco, nero. E un futuro coloratissimo

Il nuovo assetto contemporaneo ne adegua spazi e ne rivede i percorsi attraverso necessarie azioni prioritarie: l’eliminazione delle superfetazioni, il consolidamento della muratura perimetrale con adeguamento antisismico, il rifacimento degli impianti e di tutte le coperture (fatta eccezione per la Sala 10 e la Sala Chini) connotate da capriate e percorse da lucernari. Il segno di Labics si concretizza in una successione di white box dall’approccio minimale cui fa da netta contrapposizione cromatica il nero delle coperture e dei rivestimenti in alluminio alveolare che enfatizzano i portali interni, passaggi di collegamento tra sequenze spaziali.

Connotante è anche la ricerca di un rapporto tra edificio e spazio esterno attraverso nuove vetrate (come quelle che permeano la caffetteria, interamente liberata dal precedente segno di Tobias Rehberger) e la presenza di due nuove strutture esterne in corrispondenza delle facciate di caffetteria e sala polifunzionale.

Realizzate in legno lamellare carbonizzato e pannelli X-LAM, fungono da spazio di sosta. “Il riferimento poetico è all’altana – specificano Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori – In realtà si tratta di logge esterne che enfatizzano il rapporto con il giardino e con Venezia. Nel complesso si è trattato di un esercizio di reinvenzione. La ricerca si è concentrata nel conservare l’edificio nelle sue strutture spaziali ma allo stesso tempo nel riscriverlo sia dal punto di vista tecnologico che della razionalità degli spazi. È stato al contempo un progetto di conservazione della memoria del luogo e di radicale riscrittura. Questa è stata la sfida. Non siamo in presenza di un monumento quindi non si poteva fare un’operazione di restauro conservativo. Di contro però non si può nemmeno cancellare il passato come ad un certo punto nella storia di questo Padiglione si è tentato di fare con dei concorsi che non hanno avuto esito. Spesso gli architetti tengono a porre il proprio ego sopra a ciò che esiste ed è un errore pensare che la cifra si debba esprimere attraverso un gesto imperativo, un segno forte. La creatività è anche la capacità sottile di interpretare i luoghi e di riscriverli”.

Ora i nuovi spazi si apprestano ad accogliere il coloratissimo allestimento della prossima Biennale Arte dal titolo “In Minor Keys” (9 maggio – 22 novembre 2026), sviluppata dal team che ha raccolto il testimone della curatrice prematuramente scomparsa Koyo Kouoh, in una necessaria e imminente metamorfosi.

Immagine di copertina: Sala grande, Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia (©  Marco Cappelletti / Marco Cappelletti Studio, courtesy La Biennale di Venezia / MiC)

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