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Matadouro, infrastruttura sociale: rigenera e riconnette

Matadouro, infrastruttura sociale: rigenera e riconnette
Speciale Porto. La riconversione del Matadouro Industrial, affidata a Kengo Kuma e OODA, ridisegna un vuoto urbano nel quartiere Campanhã. Un progetto che guarda alla città prima che all’edificio. Entro il 2026 l’inaugurazione

 

La riconversione del Matadouro Industrial di Porto, progettata da Kengo Kuma & Associates insieme allo studio portoghese OODA, affronta uno dei vuoti urbani più complessi della città. La trasformazione del sito non si limita al recupero di un patrimonio industriale dismesso, ma propone una nuova struttura spaziale capace di riconnettere il quartiere alla città e di introdurre uno spazio pubblico dedicato alla cultura.

 

Campanhã e uno spazio pubblico ospitale

Nel 2017, quando il Comune di Porto ha bandito il concorso internazionale per la riqualificazione del Matadouro Industrial, l’area di Campanhã era ancora uno di quei luoghi che le mappe segnano ma che le persone evitano. Un vuoto incassato circa dieci metri sotto il livello stradale, tagliato dalla VCI, la circonvallazione interna che nei decenni ha separato questa parte orientale della città dal resto del tessuto urbano, e circondato da infrastrutture pesanti: lo Stadio do Dragão e il grande mercato all’ingrosso Ambastecedor. Il mattatoio, dismesso dalla fine degli anni Novanta, era diventato un’isola.

A vincere il concorso è stato il gruppo Mota-Engil, che ha invitato lo studio giapponese Kengo Kuma & Associates e lo studio portoghese OODA a sviluppare congiuntamente la proposta architettonica. Il progetto, premiato con il primo posto, è oggi in fase avanzata di costruzione, con completamento previsto nel 2026. M-ODU, Matadouro, Outro Destino Urbano, è il nome scelto per questa nuova destinazione: un titolo che racconta già l’ambizione dell’intervento, ancorato alla memoria del luogo quanto alla sua volontà di riaprirsi alla città.

La premessa di OODA e KKAA non parte dall’edificio ma dalla città. Quali spazi pubblici mancano a Porto? La risposta che i due studi hanno elaborato nasce dall’osservazione di un paradosso: la città ha spazi aperti di grande qualità come il Parco della Città, il lungofiume, le piazze del centro, ma per metà dell’anno il clima atlantico li rende poco ospitali. I centri commerciali prosperano non solo per il commercio, ma per il comfort che offrono: luoghi dove stare quando fuori piove. M-ODU nasce come alternativa a questa risposta privata a un bisogno pubblico.

L’obiettivo è creare una nuova tipologia di spazio urbano in cui il comfort sia il principio generatore: coperto ma non commerciale, contemporaneo ma radicato nella memoria industriale del sito.

Una copertura metallica per riconnettere

Il progetto affronta la riconnessione urbana lavorando su due scale differenti e complementari. Alla scala della città agisce la grande copertura che si estende sull’intero complesso e costruisce una nuova figura architettonica riconoscibile nel paesaggio urbano. La sua dimensione e la sua continuità la rendono visibile anche da lontano nel contesto infrastrutturale che circonda il sito. In questo senso la copertura assume un valore simbolico oltre che funzionale, diventando il segno attraverso cui il Matadouro torna a essere percepito come parte della città e non più come un recinto industriale isolato.

Il sistema costruttivo è composto da tegole metalliche perforate, leggere e traspiranti, che rielaborano in chiave contemporanea le coperture in ceramica diffuse nel quartiere di Campanhã. Non si tratta di un’imitazione formale, ma di una risonanza materiale che traduce la memoria costruttiva del contesto in un linguaggio contemporaneo, secondo un approccio coerente con la ricerca progettuale di Kengo Kuma, fondata sul dialogo tra materiale e luogo. Per dimensione e materialità la copertura stabilisce inoltre una mediazione tra due scale urbane presenti nel sito: quella minuta del tessuto residenziale a sud e quella più ampia del paesaggio infrastrutturale a nord, caratterizzato dalla viabilità principale, dallo Stadio do Dragão e dal mercato all’ingrosso.

Accanto a questa scala urbana il progetto lavora anche su una dimensione più vicina alla vita quotidiana del quartiere. La riconnessione con Campanhã si costruisce infatti attraverso una sequenza di spazi pubblici e di piazze che stabiliscono relazioni dirette con il tessuto residenziale circostante. Questi spazi funzionano come soglie e punti di accesso al complesso, cuciture urbane capaci di ricomporre la discontinuità prodotta dalle infrastrutture e di reinserire il Matadouro nella rete degli spazi pubblici del quartiere.

Il programma del concorso prevedeva la progettazione un nuovo ponte pedonale per connettere il sito con la quota superiore della città e con la stazione della metropolitana. Per i due studi, questo elemento non era un accessorio tecnico, ma la chiave di lettura dell’intero intervento. Il nuovo ponte non risolve solo l’accessibilità al complesso: consente al quartiere a sud di connettersi più agevolmente con il resto della città. Sul lato nord, il ponte si trasforma in una piazza sopraelevata, con un giardino pubblico e un belvedere; sul lato sud, una seconda piazza instaura un rapporto diretto con il tessuto residenziale. Il Matadouro diventa così un nodo di attraversamento urbano oltre che una destinazione.

Campanhã vive da anni una trasformazione profonda. Il Terminal Intermodal e spazi culturali come il Mira Forum hanno iniziato a ricucire questa parte orientale della città. M-ODU arriva ora a completare un disegno che si va definendo per accumulazione di interventi, ridisegnando l’identità di un quartiere storicamente operaio, oggi in piena trasformazione.

Il programma e la collaborazione tra gli studi

Il complesso si sviluppa su circa 26.000 metri quadrati di superficie fondiaria, con un’area edificata di oltre 20.000 metri quadrati. Circa la metà dello spazio è destinata a funzioni pubbliche: museo, galleria, uffici municipali, con la navata centrale restaurata che fungerà da asse di attraversamento coperto. La restante parte ha vocazione imprenditoriale: un hub aziendale con edifici concepiti per configurazioni flessibili, adattabili nel tempo alle trasformazioni del mercato e delle esigenze degli occupanti.

La flessibilità non è un compromesso, ma una scelta consapevole: i due studi hanno lavorato per mantenere la coerenza delle premesse progettuali lungo anni di cantiere. La partnership tra KKAA e OODA ha funzionato per complementarità: la poetica dei materiali di Kuma si è incontrata con la conoscenza profonda del contesto portoghese che solo uno studio locale può portare. 

 

Prima e dopo

Dopo la stagione di Porto 2001, caratterizzata dal nuovo posizionamento internazionale della città e dai grandi investimenti in infrastrutture culturali come la Casa da Música di Rem Koolhaas, M-ODU si iscrive in una seconda stagione, segnata da strategie di riuso del patrimonio industriale e di riequilibrio urbano verso le periferie.

Non un edificio-icona isolato, ma un sistema urbano che si intreccia con il tessuto esistente; non una firma da riconoscere da lontano, ma uno spazio da usare. Il riferimento esplicito è il Matadero Madrid, un progetto che funziona perché le persone lo attraversano e lo vivono. L’architettura come infrastruttura sociale prima che come opera d’arte.

Il cantiere è ancora aperto. Campanhã aspetta. E con essa una parte di Porto che da 30 anni guarda la città dal basso, separata da un’autostrada e da decenni di disattenzione. M-ODU non promette di risolvere le complessità sociali ed economiche del quartiere, nessun edificio può farlo, ma promette di ricucire almeno fisicamente quella frattura, e di creare uno spazio in cui stare. È una promessa semplice, ed è per questo che vale la pena aspettare che venga mantenuta.

Immagine di copertina: vista dall’alto del Matadouro in costruzione, 2026, (@Pedro Cardigo)

 

Speciale Porto 2026

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, Porto costruisce una delle stagioni più intense di trasformazione urbana in Europa. La classificazione UNESCO del centro storico (1996) e Porto 2001 Capitale europea della cultura segnano l’ingresso della città in una dimensione internazionale, fondata su un intreccio tra politiche culturali, infrastrutture e progetto urbano. A distanza di 30 anni, quella traiettoria appare tutt’altro che lineare. Alla fase di investimento e sperimentazione segue un’interruzione, una perdita di continuità che incide sulla costruzione di una rete culturale e urbana. Oggi, in un contesto segnato dalla pressione turistica e da nuove strategie di riuso del patrimonio, Porto sembra riattivare alcune di quelle ambizioni, ma attraverso strumenti diversi. Per questo abbiamo voluto dedicare alla città un approfondimento speciale con 3 diversi articoli: la rilettura critica di Porto 2001 attraverso le parole di Nuno Grande, il progetto di riconversione del Matadouro Industrial che ridefinisce il rapporto tra architettura e spazio pubblico e la mostra alla Casa da Arquitectura, dedicata a Lucio Costa, che riporta l’archivio al centro della costruzione del pensiero progettuale.

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Tag: , , , , , , , , , , Last modified: 29 Aprile 2026