Un’intensa testimonianza di due giovani studentesse: nelle città iraniane, oggi in guerra, la distruzione è anche semiotica: altera spazi, abitazioni e riti, trasforma luoghi in nonluoghi. L’etica dei paesaggi urbani si ribalta, l’architettura è strumento per comprendere la repressione
Mentre una (nuova) guerra si sviluppa in Iran e incendia tutto il Medio Oriente, due studentesse iraniane iscritte in una Scuola di Architettura in Italia scrivono per noi una testimonianza partecipata e intensa, che deve restare anonima. Il titolo che hanno voluto dare è emblematico dello sguardo che rivolgono alla loro terra: “Inversione di significato: il massacro del diritto alla città che lascia l’Iran in una rovina semiotica. Scritto da due studentesse i cui cuori e le cui anime continuano a lottare per un Iran libero nonostante la distanza. Per tutte le vite innocenti che sono state prese senza pietà”. Diffondiamo il testo come necessaria forma di partecipazione e di sensibilità.
Cosa può accadere a una città quando la sua architettura, il suo disegno urbano, i suoi rituali e tutti i sistemi creati, progettati e sviluppati dall’uomo per ottenere ordine, disciplina e organizzazione, perdono il loro significato e la loro logica, trasformandosi in alcuni casi in qualcosa di completamente diverso, opposto al loro scopo iniziale? Quale forza è così potente da separare questi oggetti e luoghi dalla loro logica, dal loro significato e dalla loro ragion d’essere?
Gli eventi del gennaio 2026 in Iran hanno imposto un urgente ripensamento del rapporto tra potere, spazio e significato. L’architettura, tradizionalmente definita come l’arte di proteggere e strutturare la vita umana, ha subìto una violenta trasformazione come strumento di distruzione perdendo il suo scopo originario.
Nelle mani dell’attuale regime islamico in Iran, l’ambiente costruito è stato spogliato della logica creata dall’uomo, lasciando dietro di sé un paesaggio in cui ogni oggetto e ogni spazio hanno un significato diverso.
Questo processo che possiamo definire di “distruzione semiotica” inizia nel nucleo storico della città e si estende fino agli strati più intimi degli interni domestici.
Il Bazar di Rasht, da vivace mercato a fossa comune
Nella teoria architettonica, la distruzione semiotica descrive una condizione in cui la forma fisica di una struttura sopravvive al suo significato culturale o funzionale. È “entropia dell’informazione” piuttosto che “entropia della materia”.
L’idea centrale e la spina dorsale concettuale secondo cui la forma persiste mentre il significato decade deriva da Umberto Eco, che sostiene che i segni possono sopravvivere ai codici culturali che li rendono intelligibili, rimanendo materialmente presenti pur diventando opachi o incomprensibili (“Una teoria della semiotica”, 1975).
Applicato all’architettura, ciò implica che gli edifici possano resistere fisicamente anche dopo che la logica sociale che un tempo li animava si è dissolta. Il significato urbano, come dimostra Kevin Lynch in “The Image of the City” (1960), dipende dalla leggibilità condivisa e dalle mappe mentali collettive. Le città possono quindi perdere significato senza subire una distruzione fisica. In questo contesto, una distruzione semiotica non è una struttura crollata, ma un edificio che non parla più la sua lingua originale.
Mentre la rovina, in termini tradizionali, implica il crollo letterale della pietra, quella semiotica si verifica quando il significante (l’edificio) rimane intatto, ma il significato (il suo scopo o messaggio sociale) è evaporato o è diventato illeggibile alla comunità.
Questo collasso è ben visibile nel Bazar di Rasht (una città dell’Iran settentrionale), storicamente l’epicentro della vita civica e del flusso economico nazionale. Quando i mercanti iniziarono uno sciopero, una “chiusura” pacifica del cuore della città, lo Stato rispose con un atto di violenza. Chiudendo a chiave i cancelli del Bazar e incendiando la struttura storica, lo Stato ha ricodificato un’architettura progettata per la circolazione e le vivaci attività quotidiane, trasformandola in una fossa comune. Il cancello, simbolo di protezione per il mercante, è stato trasformato nel meccanismo della sua sepoltura.
Questa inversione del mercato è parallela alla traumatica distorsione della difesa nazionale. Durante gli 8 anni di guerra Iran-Iraq, l’identità iraniana è stata forgiata nella difesa della “pelle nazionale” contro un invasore esterno. Oggi quella pelle è stata compromessa dall’interno; lo Stato ha invitato milizie straniere a entrare nel “salotto” domestico delle città iraniane e le ha armate per reprimere i propri cittadini, offrendo loro persino, in alcuni casi, le donne che protestavano come strumento di scambio.
Quando le forze straniere vengono utilizzate per aggirare la potenziale esitazione delle reclute locali, il concetto di “difensore nazionale” perde di significato. L’esercito non sorveglia più il confine; protegge il regime dagli abitanti del confine, cancellando la distinzione morale tra sicurezza e occupazione.
Diritti negati
Questo tradimento spaziale è facilitato da un controllo forzato e programmato da parte del regime islamico, una strategia di privazione delle informazioni che si è evoluta nel corso dei decenni. Negli anni 2000, questa epurazione ha preso di mira i tetti, dove le forze di sicurezza hanno distrutto le parabole satellitari per interrompere il collegamento delle abitazioni con il mondo.
Oggi la tecnologia si è spostata sulla fibra ottica, ma la logica rimane identica. Imponendo la chiusura totale di internet per due settimane consecutive, il regime ha “staccato” la casa moderna, riducendo la smart city a una scatola di silenzio premoderna. In questa oscurità, senza internet, la casa non è più santuario della privacy, ma una cella di sicurezza.
Eppure, con una mossa provocatoria e contro-spaziale, i cittadini hanno riprogrammato le loro stanze private trasformandole in rifugi clandestini e centri di smistamento, rivendicando il “diritto alla città” all’interno delle stesse mura che lo Stato cerca di isolare. Per Henri Lefebvre (1968), “diritto alla città” non è un mero accesso legale alle risorse urbane, ma una richiesta collettiva agli abitanti di appropriarsi attivamente trasformando la vita urbana, dando priorità al “valore d’uso” dello spazio condiviso rispetto al restrittivo “valore di scambio” imposto dallo Stato o dal capitale.
La degradazione del significato raggiunge il suo punto più straziante nell’assalto ai rituali umani. La richiesta da parte dello Stato che le famiglie forniscano pacchetti di dolciumi, oggetti celebrativi, per riscattare i corpi crivellati di proiettili dei loro figli è una forma di tortura simbolica che costringe a una prova di gioia al culmine del dolore.
Questa inversione morale si rispecchia nell’uso del kafan (il sudario) sui corpi dei vivi. Avvolgere un dissidente nell’abito della tomba mentre ancora respira significa celebrare una morte sociale prima di quella fisica. È l’ultima architettura minimalista: una pelle che simboleggia il cittadino è già una rovina agli occhi della legge.
Tale inversione richiama l’analisi del mito di Roland Barthes come processo attraverso il quale il potere dominante spoglia i segni del loro significato originario e li reinscrive con violenza ideologica (“Mythologies”, 1957).
Questi spostamenti spaziali sono confermati da strazianti resoconti di sopravvivenza all’interno della “cella di sicurezza”, come la vicenda di un cittadino gravemente ferito rimasto in silenzio e avvolto in un kafan per tre giorni per sfuggire all’esecuzione, testimonianze uditive di lamenti provenienti dagli obitori statali, il racconto di un padre che, mentre cercava i resti del figlio, scoprì uno sconosciuto vivo tra i cadaveri e corruppe i funzionari perché lo rivendicassero come suo, di fatto “acquistando” una vita dalla macchina della morte. Questi atti rappresentano l’ultima, disperata rivendicazione del “diritto alla città” sulla soglia della tomba.
Paesaggi di nonluoghi
L’Iran è diventato un paesaggio di nonluoghi. Piazza Azadi non è più sinonimo di libertà, la polizia non è più sinonimo di sicurezza, la casa non è più sinonimo di privacy. Per la comunità architettonica internazionale, questa crisi è un monito di ciò che accade quando la logica dell’organizzazione viene sostituita dalla logica dell’annientamento.
Stiamo assistendo alla nascita di una città post-significato, dove l’unica verità è la resistenza fisica dei corpi contro un ambiente costruito e un regime che si sono rivolti completamente contro di loro.
Come descrive Marc Augé, i nonluoghi sono spazi svuotati di significato relazionale, storico e simbolico (“Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità”, 1995). Ciò che emerge è una città post-significato, dove l’architettura rimane fisicamente intatta ma eticamente invertita.
Immagine di copertina: collage di immagini di proteste e repressione nelle città iraniane. Traduzione in italiano dall’articolo originale in inglese, a cura della redazione
Questo testo viene pubblicato in forma anonima per dare voce e in memoria di: Hamid Mahdavi (Mashhad), Sepehr Ebrahimi (Tehran), Ghazal Janghorban (Isfahan), Parsa Saffar (Mashhad), Yazdan Tamana (Mashhad), Melina Asadi (Kermanshah), Abolfazl Norouzi (Mashhad), Bahar Hosseini (Neishabur), Negin Ghadimi (Shahsavar), Majid Farnia (Chalus), Faezeh Mostaan (Tehran), Naser Rezaei (Karaj), Mohammad Jabari (Karaj), Mani Safar Pour (Tehran), Raha Holulipour (Tehran), Mehrdad Moshtaghi (Arak), Mahdi Rahimi (Dezful), Diana Bahador (Gorgan), Bita Akbari (Isfahan), Morteza Shaneh (Sabzevar), Sepehr Shokri (Tehran). E alle tante altre anime coraggiose e innocenti il cui numero è ancora sconosciuto. Si stima che le persone uccise siano oltre 40.000).
Disclaimer sulle fonti e limitazioni dei dati: l’articolo affronta le condizioni sociali, politiche e istituzionali in Iran in un contesto in cui l’accesso a informazioni affidabili, verificabili e indipendenti è strutturalmente limitato. Quasi tutte le statistiche ufficiali, i registri pubblici e i resoconti dei media sono soggetti a censura, divulgazione selettiva, alterazione retroattiva o completa soppressione da parte delle autorità statali. Di conseguenza, diverse realtà ben documentate non si riflettono in modo coerente nelle fonti che soddisfano i convenzionali standard accademici di trasparenza e riproducibilità. Laddove non sia disponibile documentazione diretta e citabile, questo articolo si basa su una triangolazione di prove indirette, tra cui resoconti attendibili di organizzazioni internazionali, giornalismo investigativo, materiale d’archivio, resoconti di prima mano ed esperienze personali di prima mano. L’assenza di fonti pubblicamente accessibili non deve quindi essere interpretata come un’assenza dei fenomeni sottostanti, ma piuttosto come una conseguenza del controllo sistemico delle informazioni, che è uno dei tanti motivi di protesta. Questa clausola di esclusione di responsabilità intende esplicitare i limiti epistemici entro cui viene condotta la ricerca sull’Iran contemporaneo e contestualizzare le lacune probatorie che necessariamente emergono in tale contesto.




















