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Scritto da: Forum Professione e Formazione

Dobbiamo servire l’architettura, non gli architetti

Dobbiamo servire l’architettura, non gli architetti
Riceviamo e pubblichiamo una lettera in merito alle condizioni di sfruttamento del lavoro in alcuni studi professionali

 

“Il capitalismo non può essere democratico”

(Fabrizio De André)

 

Anzitutto conviene fare una breve premessa: tutti quanti siamo vittime di una società malata nella quale l’uomo viene considerato solo per le sue prestazioni di produttore o consumatore. Nessuno sembra volerla cambiare.

Così si verificano e si accettano condizioni inaccettabili, come quelle divulgate recentemente dalla pagina Instagram “Riordine degli Architetti” e riguardanti lo studio a Milano dell’architetto Andrea Caputo, vincitore del concorso per la riqualificazione di piazzale Loreto: dipendenti, spesso giovani laureati e partite Iva, costretti a lavorare giorno e notte sui progetti dello studio in condizioni alienanti, ovviamente mal retribuiti. Vorrei qui provare a focalizzare il problema soffermandomi su un punto in particolare.

Diciamo che una buona cosa sarebbe la completa trasparenza da parte degli studi di architettura. Ma diciamo anche che il germe di questa condizione si nasconde in quella mentalità volta al sacrificio inculcata già nelle università e accettata di buon grado dagli studenti per il semplice fatto che quella è l’immagine con la quale si veste la figura dell’architetto. Il “fare nottata”, non dormire per giorni, lavorare sino a dimenticarsi altre necessità, fa parte di uno status quo già presente nelle scuole di architettura. Un’identità assegnata e propinata persino dai docenti. È il senso comune che si respira e passa come il prezzo da pagare per il proprio sogno.

Questo è il clima che predispone le condizioni di alienazione e sfruttamento che oggi ci affliggono. In un clima di competizione ed efficientismo sempre più spinto e sostenuto sia da docenti che da studi professionali, i volti dei giovani che si riflettono sugli schermi neri dei pc appaiono davvero tristi. Ridotti a degli zombie, a macchine da Cad, a «lavoratori astratti» – direbbe qualcuno – da quegli stessi architetti che promuovono visioni d’inclusività, socialità e condizioni di vita migliori ma che, in realtà, si rivelano tanto poveri di visioni quanto ricchi di retorica.

Breve inciso: lo scrittore e filosofo ellenistico Luciano di Samosata nel II sec. d.C. scriveva nel suo Somnium sive Vita Luciani: «Architetto non sarai altro che un facchino che dovrà faticare duramente per un compenso magro e servile». Alquanto spiacevole svegliarsi nel 2021 e trovare la stessa situazione. Dopo duemila anni, forse, è il caso di cambiare qualcosa. Uscire fuori da questa condizione non è semplice, ma occorre capire che il problema del grande studio che sfrutta il giovane è solo la punta dell’iceberg.

La rivoluzione si dice oggi sia impossibile, d’accordo. Quantomeno sogniamola. Perché il cambiamento è difficile ma prima o poi occorrerà affrontarlo. Prima o poi decideremo di alzare la testa e combattere questo sistema malato. Ma questo cambiamento dovrà partire dal basso. Perché la giustificazione del sacrificio per amor di passione regge fino ad un certo punto. Perché – mi piace ripetere – dovremmo servire l’architettura, non gli architetti. Dopodiché bisogna capire che si può produrre e guadagnare anche al di fuori delle logiche del capitale.

Sempre per fare un discorso cronologico, a distanza di duecento anni da Marx ancora dobbiamo capire il dramma del capitalismo, oppure – peggio – l’abbiamo compreso ma restiamo immobili.

 

Diego Morabito

Studente presso la Scuola di Architettura, Politecnico di Milano

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Tag: Last modified: 26 Luglio 2021