È davvero impressionante confrontare la determinazione con la quale Milano ha voluto e conseguito lassegnazione di un evento importante come unesposizione universale, e la manifesta incapacità di gestire il successo nella fase successiva. Sembra ieri, ma dal giorno dellassegnazione dellExpo sono passati quasi tre anni e leuforia iniziale si è presto dissolta. Il quadro è infatti mutato sensibilmente con il venir meno dellampio sostegno politico alla candidatura meneghina e con lo sconcertante gioco di conflitti tra istituzioni locali riguardante, dapprima, il profilo della nuova società di gestione e dei suoi amministratori (fino al recente avvicendamento da Lucio Stanca a Giuseppe Sala, già direttore generale del Comune), per allargarsi subito alla natura e alla dimensione delle risorse in gioco e alle dispute sulle aree.
Un processo lungo e snervante, nel quale sicuramente ha inciso il sopraggiungere della crisi economica, con risvolti drammatici sulla disponibilità della spesa pubblica nazionale. Malgrado tale situazione confusa e incerta, lo scorso 23 novembre lassemblea del Bureau des Expositions di Parigi ha confermato la scelta del capoluogo lombardo, formalizzando quel simbolico passaggio di consegne da Shanghai a Milano avvenuto a fine ottobre, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Questioni aperte. Tra le complicazioni spiccano la questione dei terreni privati (circa 970.000 mq di proprietà di Fondazione Fiera e del gruppo Cabassi, collocati nel margine nord-ovest del Comune verso la fiera di Rho-Pero) e quella relativa al profilo operativo del progetto. Sul primo versante, dopo unestenuante contesa tra le diverse amministrazioni locali e la Regione, la scelta si è risolta in una cessione in comodato duso da parte delle proprietà e nella stipula di un Accordo di programma che dovrà determinare lindice di edificabilità dei terreni (attualmente agricoli e comunque da rendere agibili) e il modo in cui saranno conteggiate le volumetrie (probabilmente in aggiunta a quelle realizzate per lExpo). Rimane inoltre assai incerto il futuro impiego del sito una volta concluso il semestre dellesposizione, e il paventato decentramento della sede Rai di Milano non appare più credibile di altre ipotesi ventilate finora.
Sul fronte del processo complessivo, sono in corso le verifiche riguardanti il masterplan, con la scelta delle strutture che saranno realizzate, e la progettazione preliminare delle varie opere infrastrutturali, con lorientamento ribadito dallamministratore delegato Sala «di fare più cose possibili in-house, ricorrendo alle risorse interne alla società [
] così da ridurre il rischio dei ricorsi, assai elevato in caso di gare» (cfr. «Il Sole 24 Ore», 20 ottobre 2010), e solo in seguito indire concorsi e appalti per le progettazioni definitive e le realizzazioni. Come si vede, il tempo consumato negli scorsi mesi impone ritmi e procedure serrate, sotto la supervisione del commissario straordinario delegato Letizia Moratti, che sembrerebbe confermata in questo ruolo fino al 31 dicembre 2016 a prescindere dalla sua rielezione a sindaco questa primavera (cfr. lart. 1 dellordinanza della Presidenza del consiglio del 5 ottobre 2010).
Prospettive incerte. In tale contesto generale, limportante tema guida dellExpo («Nutrire il pianeta, energie per la vita») rimane al momento sotto traccia, evidenziando così lennesima occasione nella quale le aspettative della capitale economica dItalia vengono frustrate dalle ambiguità di uno stile milanese che sembra privilegiare il contenitore rispetto al contenuto. La marcata tendenza della città a pensare levento in proprio, dove tutto si risolve nella scelta del sito, piuttosto che immaginare unExpo «diffusa» (come allude il progetto animato da Emilio Battisti; www.eds.dpa.polimi.it), appare in forte tensione con un tema espositivo che potrebbe facilmente valorizzare risorse e saperi radicati in unItalia caratterizzata dalle varietà economiche e culturali. È proprio la mancanza di una prospettiva che leghi opportunità di crescita e visione geografica dello sviluppo a sottolineare con forza lintroversione culturale e politica delle élite milanesi.
In contrasto con la vocazione regionale e la propensione relazionale di Milano, le decisioni pubbliche si compiono invero entro gli angusti confini amministrativi. Ma proprio il tema dellalimentazione richiama la possibilità di pensare levento come occasione straordinaria per un nuovo rapporto ambientale tra la città, il parco agricolo e la rete delle acque lombarde; per rilanciare lagricoltura urbana e per fare di Milano un «nodo globale» di una vasta rete di distretti alimentari e agroindustriali, di produzioni locali, di laboratori di ricerca biotecnologica e di fiere del gusto, per dire di alcune tra le risorse attive alle diverse scale. Davvero: apertura internazionale e apertura territoriale possono andare di pari passo; affinché levento rappresenti al meglio il tema dellalimentazione e sia sostenuto da una geografia dello sviluppo allaltezza della sfida.
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