Quel che più colpisce leggendo il ddl uscito dalla commissione Cultura della Camera (come, per altro, i tanti articoli dei quotidiani che ne hanno accompagnato liter) è la purtroppo comune mancanza di prospettive. Non si tratta solo della sorpresa di vedere i maggiori soggetti interessati a una formazione la più qualitativa e a una ricerca la più competitiva possibili (lo Stato nelle sue diverse istituzioni, la Confindustria, le associazioni professionali…) sposare logiche fondate soprattutto sullimpoverimento di futuro, se è lecita una metafora, in un contesto così povero culturalmente. Ancor più colpisce linteresse, quasi maniacale, verso un problema che dovrebbe essere lesito di strategie, ma anche di una scelta sui valori costitutivi della nuova Università: le forme di governo. Quasi che la governance possa essere la pietra filosofale di unassenza, persino di dibattito, sui fondamenti di un sistema che si vorrebbe nuovo. Tre piccoli esempi, tra i tanti.
Sulla formazione. Oggi il nodo è chi e come formiamo. Chi significa se formiamo liberi professionisti, funzionari di un nuovo Stato – di cui cè un bisogno quasi esistenziale -, tutti imprenditori… Come significa invece che peso diamo a una formazione che garantisca la capacità del singolo di aggiornare continuamente la sua «cassetta degli attrezzi» e a unaltra più legata invece al «mercato», al trasferimento delle conoscenze. Senza falsi manicheismi, possibilmente. Invece il ddl, e ancor più la stampa quotidiana, si dilettano a discutere di forme di governo in cui sparisce proprio la sede, comunque si chiami, dellelaborazione di progetti pedagogici e non solo didattici, formativi e non solo professionali, immaginando, quasi come per le stregonerie medievali, che questi si possano realizzare mischiando pizzichi, un po misteriosi, di dipartimenti.
Sulla ricerca. Il problema, non certo solo italiano, è oggi quello di riconoscere quali sono i nuclei permanenti della formazione alla ricerca (disciplinari o meno, questa è una bella discussione che andrebbe avviata) e quali sono i problemi che richiedono la formazione (sicuramente interdisciplinare ma anche a tempo) di strutture in grado di misurarsi con le complessità che quasi tutti i problemi importanti che si hanno davanti implicano. E con questo restituire allUniversità il suo doppio ruolo di custodia e arricchimento delle basi del sapere, ma anche di struttura civilmente e socialmente impegnata nellaffrontare i problemi della società in cui vive. La discussione, e quanto viene proposto allopinione pubblica, sono invece un appassionato accapigliarsi sullaggregazione di strutture organizzative, la cui unica base sono i numeri (quasi sempre di docenti).
Con una postilla non marginale. Nel 1999, davanti allingovernabilità di strutture troppo grandi e alle pratiche, non certo virtuose, che le strutture troppo grandi inducono nel formare i processi decisonali (quelli che in termini dispregiativi si chiamano «politiche di corridoio»), fu presa la risoluzione di favorire le autonomie e il decentramento. Oggi, senza una valutazione non scandalistica su quel processo, si fa una marcia indietro che non si preoccupa neanche di ripensare le ragioni di quella scelta, non dico le forme per evitare che si riproducano quelle condizioni. Se non evocando la governance, quasi come un Kharma.
Ultimo e non minore problema. Di fronte al vero malcostume accademico che ha, spesso, utilizzato i concorsi locali per selezionare a ogni livello ricercatori e docenti non certo per merito, si sceglie la via dei concorsi nazionali e del sorteggio integrale. Ora, anche uno studente del primo anno di informatica potrebbe spiegare che se gli insiemi entro cui i sorteggi avvengono si sono formati secondo logiche non meritocratiche, lesito non potrà che premiare proprio coloro che sono stati a loro volta premiati dal sistema clientelare precedente. Il sorteggio integrale è una rinuncia alla responsabilità. In paesi anche non lontani da noi, chi decide – persino sullammissione ai fondi di ricerca – sono i professori che la comunità scientifica riconosce, in maniera trasparente e su base assolutamente meritocratica, come i suoi migliori, integrati spesso da professori stranieri scelti con gli stessi criteri. Ma certo bisogna scegliere e le scelte comportano assunzione di responsabilità.
Oggi, di fronte a processi di aggregazione tra facoltà e dipartimenti, nuovi statuti, abbozzati o approvati, che procedono senza aver sfiorato anche solo i problemi che si è cercato di mettere in luce, davvero ci si domanda se si vuole distruggere non solo la scuola pubblica, ma la scuola tout court. Magari pensando che, in fondo, il modello Radio Elettra è ancora il migliore, certo imbellettato dalle-learning magari dallIPad.
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