L’esperienza dello studio norvegese Snøhetta in scena a Mantovarchitettura. Emerge una visione collettiva, fatta di dialogo, sostenibilità e responsabilità pubblica
MANTOVA. Il programma di Mantovarchitettura porta ogni anno in città alcune tra le voci più significative dell’architettura internazionale, in un contesto ricco di memoria e insieme capace di interpretare attivamente la complessità. La conferenza di Jette Cathrin Hopp si inserisce in questa tradizione con naturalezza, non solo raccontando la storia di Snøhetta ma proponendo una riflessione più ampia: innanzitutto sul ruolo dell’architettura in un’epoca di risorse limitate, di cambiamenti climatici, di comunità in cerca di spazi sociali.
Un’intuizione collettiva
Lo studio Snøhetta prende il nome da una montagna norvegese, un luogo remoto che non appartiene a nessuno. Chiunque può salirvi, chiunque può farne esperienza. Il nome stesso lascia filtrare l’ambizione stabilendo la prima dichiarazione di poetica: opporre alla personalizzazione di un cognome, un luogo condiviso.
La relazione comunitaria è così il valore fondativo di Snøhetta, studio di progettazione concepito come luogo di scambio e di collaborazione tra professionisti che condividono discipline, obiettivi, spazi decisionali. Questi sono i principi che animano lo studio, esempio raro di gruppo di architetti in un mondo spesso caratterizzato dal protagonismo individuale.
Accessibilità, democrazia e inclusività sono i valori che lo studio ricerca in ogni progetto, fondativi per il gruppo stesso. “Collective Intuition”, l’ultima pubblicazione edita da Snøhetta, parla proprio dell’integrazione delle discipline e della collaborazione tra le persone. Emerge con forza la generosità della dimensione collettiva, strumento del processo di progettazione ma anche fattore dell’ambiente costruito. Un necessario valore, sociale e politico, per il progetto di architettura. Nelle parole di Jette Cathrin Hopp “i nostri progetti sono esempi di attitudini piuttosto che di design. Son sperimentazione di una serie di valutazioni contestuali piuttosto che capolavori isolati. Sono associativi piuttosto che simbolici. Sono commenti piuttosto che dichiarazioni. Ogni storia raccontata è un’esperienza condivisa di condizioni contemporanee collocate all’interno di una determinata cornice“.
Ma è la sostenibilità il tema forse più frequentemente associato a Snøhetta. Nella definizione di Hopp il concetto si declina in sostenibilità sociale, economica ed ambientale ed è il frutto di un processo continuo di ricerca che da anni ha portato lo studio norvegese in una posizione di avanguardia a livello internazionale. Snøhetta pone la sostenibilità ambientale al centro delle riflessioni progettuali da ben prima che diventasse uno slogan mainstream per l’industria delle costruzioni. Non è un caso che la fondazione dello studio avvenga nella seconda metà degli anni Ottanta, contestualmente alla pubblicazione del Rapporto Brundtland, “Our Common Future”, con cui venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile da parte della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite. Un rapporto che peraltro ha una forte vicinanza geografica e culturale, essendo stato redatto dalla Commissione diretta dalla ex premier norvegese Gro Harlem Brundtland. Un passaggio storico che ha messo in luce per la prima volta uno principio etico fondamentale: la responsabilità nei confronti delle generazioni future.
In questo senso anche i progetti esprimono una visione complessa del concetto stesso di sostenibilità ambientale. Innanzitutto non è essere intesa unicamente come il bilancio energetico dell’edificio durante la sua fase operativa, ma si allarga a comprendere l’intero ciclo di vita partendo dalla scelta dei materiali e dalla realizzazione. Questa visione ha portato lo studio negli anni ad applicarsi con forza nella ricerca e nella progettazione di materiali che siano sostenibili nella fase di produzione, arrivando alla realizzazione dei primi Positive Energy Building, ovvero di edifici che, dalla realizzazione delle componenti al ciclo di vita dell’edificio, garantiscono un bilancio positivo producendo più energia di quanta ne sia stata impiegata per la costruzione, i materiali ed il funzionamento stesso dell’edificio.
C’è poi il rapporto con il verde: il panorama architettonico italiano ci ha spesso portato in modo fuorviante a riconoscere la sostenibilità dell’ambiente costruito nella presenza di vegetazione applicata agli edifici. Nelle due ore di conferenza di Hopp, nessun edificio presentato coinvolgeva la vegetazione come elemento della composizione a favore di una dimensione puramente tecnica e tecnologica.
Il dialogo come fondamento del progetto
Snøhetta si definisce esplicitamente un dialogue driven practice: la progettazione nasce dalle conversazioni, dall’ascolto, da un processo partecipato. Vale all’interno dello studio ma anche nei rapporti con i committenti, gli operatori, i costruttori, partendo dal confronto con le comunità che abiteranno i luoghi progettati.
Ed è proprio il dialogo a generare una una spinta innovativa, risultato della somma della capacità intellettuale, della diversità e delle verifiche sul campo. Come spiegato da Hopp il metodo del “trans-positioning” (trans-posizionamento) è il tentativo di generare un nuovo livello di collaborazione. Concretamente si invita ogni professionista a immaginarsi in una posizione diversa. La responsabilità professionale viene lasciata alle spalle e ogni persona contribuisce a un obiettivo comune basandosi sulla propria unicità. Si tratta di un approccio al singolare nel plurale, piuttosto che di una definizione plurale della singolarità, che ha un suo momento simbolico con il primo grande incarico, la Bibliotheca Alexandrina ad Alessandria d’Egitto, intervento che restituisce al mondo il sapere universale distrutto dalla storia. Non è solo un edificio: è un manifesto.
Paesaggio, architettura, arte e interni sono stati pensati come sistema unitario, senza gerarchie disciplinari. L’approccio transdisciplinare, sviluppato con questo progetto, è poi rimasto nel dna dello studio nei decenni seguenti, influenzandone fortemente la produzione. Questa integrazione si realizza attraverso un processo di workshop costante interno: un processo continuo di confronto tra figure con formazioni diverse, dove nessuna disciplina prevale sulle altre e dove le idee si affinano collettivamente prima di diventare progetto. È in questo spazio di scambio permanente che nasce quella sensibilità condivisa che orienta le scelte progettuali, soprattutto dove un metodo puramente analitico non pare bastare.
Flussi che si integrano
Snøhetta opera su scala globale, tra Europa, Medio Oriente e Asia, con tipologie edilizie diverse, dalle biblioteche ai musei, dagli spazi pubblici agli edifici per la cultura. Come si mantiene coerenza progettando in contesti così diversi, senza imporre un’estetica straniera o cadere in un universalismo anonimo? La risposta è nel metodo: il dialogo come fondamento consente di ascoltare prima di parlare, di capire un luogo prima di trasformarlo.
Questo si traduce, concretamente, in una gestione integrata che si muove tra tre termini, “people, process, projects”: le persone coinvolte, i processi collaborativi attivati e i progetti che ne derivano non sono fasi separate ma un unico flusso di lavoro, in cui la qualità delle relazioni umane determina la qualità del risultato architettonico. Ne è un esempio la Opera House di Oslo, inaugurata nel 2008, il progetto che ha consacrato Snøhetta a livello internazionale. Il tetto è praticabile, su di esso i cittadini camminano, si siedono, si incontrano: non è solamente un edificio riservato agli appassionati di lirica, ma uno spazio pubblico restituito al waterfront. Architettura e paesaggio si fondono fino a diventare indistinguibili, in una struttura che sembra emergere dal paesaggio nordico anziché esservi stato posato sopra, pensato per essere vissuto da comunità differenti.
Negli anni seguenti, i progetti newyorkesi sono certamente i più conosciuti nel panorama internazionale. Il National September 11 Memorial Museum Pavilion, in cui Snøhetta affronta un compito di natura profondamente diversa: non progettare solo un edificio, ma il modo in cui una città elabora una ferita. Lo spazio accoglie il dolore senza esserne sopraffatto, consente la memoria senza diventare monumento morto. E poi Times Square, dove il caos di uno degli spazi pubblici più frequentati del pianeta genera luogo abitabile. La pedonalizzazione della piazza avviene in modo quasi mimetico con un lavoro per layer ed elementi singoli che ridisegnano completamente la vivibilità della piazza, senza dare nell’occhio, apparendo quasi come elementi propri, da sempre appartenenti a quel luogo. Il progetto non urla riconoscibilità, anche questo è paesaggio. Anche questo è architettura, anche questo è Snøhetta.
In anni recenti la produzione ha raggiunto una dimensione ancora più globale estendendosi a paesi e tipologie architettoniche lontane tra loro. Dall’installazione paesaggistica TrælvikosenTidal, che si inserisce gentilmente in un paesaggio reso mutevole dall’acqua dei fiordi, al King Abdulaziz Center for World Culture che definisce invece un paesaggio desertico artificiale. Da Powerhouse Brattørkaia a Trondheim alla struttura alberghiera Svart, nel clima estremo del circolo polare artico. Dal revamping del Boulevard la Croisette a Cannes alle Torri Vertikal Nyladen, edifici autosufficienti che non richiedono energia esterna per riscaldamento, condizionamento e ventilazione, fino ad arrivare al progetto per la rigenerazione dell’ex macello di Milano.
Un modello per il futuro
La conferenza (che ho avuto il piacere di introdurre con Matteo Moscatelli) ha colpito certamente per la consapevolezza politica, nell’accezione più alta del termine, con cui Snøhetta agisce attraverso la sua pratica. Uno studio che mette al centro le persone e la partecipazione, in cui ai collaboratori è riconosciuto un valore intellettuale. Uno studio che pensa alla sostenibilità senza scadere in rappresentazioni ideologiche apparentemente pensate per il mondo di instagram e che arriva così alle definizioni più avanzate di una sostenibilità reale, misurata, scientifica, più avanzate rispetto a molte architetture contemporanee.
Nella lecture di Jette Cathrin Hopp abbiamo visto rappresentato con forza un metodo che nasce da un movimento collettivo, attivo da decenni con il fine di studiare ogni progetto attraverso coerenza e onestà intellettuale, affrontando quesiti di senso e vivendo la progettazione come un processo scientifico che guarda al benessere reale di una comunità e di un luogo, alla ricerca della soluzione esatta e appropriata. In sintesi un processo che a mio modo di vedere dimostra un senso di cura per l’architettura.
Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di docenti, studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.
Immagine di copertina: Snøhetta, lo studio (dal sito web)































