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Anna Vittoria ZulianiScritto da: Reviews

Ettore Sottsass, l’architetto che fa domande

Ettore Sottsass, l’architetto che fa domande
In mostra a Pistoia fino a fine luglio. Ricchissimi apparati provenienti dal CSAC di Parma ricostruiscono criticamente un percorso trentennale. Pieno di dubbi e interrogativi, a dispetto di un titolo affermativo: “Io sono un architetto”

 

PISTOIA. Ci sono mostre che celebrano un autore e mostre che lo restituiscono come interlocutore del presente. “Io sono un architetto. Ettore Sottsass”, allestita a Palazzo Buontalenti di Pistoia e curata da Enrico Morteo, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non perché racconti tutto di Sottsass – impresa impossibile – ma perché sceglie di fermarsi nel momento in cui il suo pensiero prende forma, prima che il fenomeno Memphis finisca per identificare l’intera sua produzione.

La decisione di arrestare il racconto al 1975 non è soltanto cronologica: è una precisa scelta critica che riporta l’attenzione sull’architetto prima dell’icona, sul ricercatore prima del designer, sul processo prima del linguaggio. La mostra raccoglie oltre 1.400 opere tra disegni, fotografie, progetti, documenti e oggetti provenienti principalmente dal fondo CSAC dell’Università di Parma, ricostruendo il trentennio in cui si consolida una delle ricerche più radicali del Novecento.

 

Non si celebra il maestro ma la sua ricerca

Il titolo stesso costituisce una dichiarazione di intenti. “Io sono un architetto” non indica semplicemente una professione, ma un modo di guardare il mondo. Per Sottsass l’architettura non coincide con la costruzione di edifici: è un’attitudine progettuale capace di attraversare ogni scala, dall’oggetto al paesaggio, dall’interno domestico alla città. È il tentativo di dare forma alle relazioni tra persone, cose, riti quotidiani e memoria.

La grande qualità dell’esposizione consiste proprio nell’evitare la costruzione di un racconto monumentale. L’enorme quantità di materiali non serve a celebrare un maestro, ma a mostrare il laboratorio della sua ricerca.

Disegni preparatori, taccuini, fotografie, appunti e documenti restituiscono un pensiero in continua trasformazione, facendo emergere ciò che normalmente rimane invisibile: il lavoro di elaborazione, il dubbio, la sperimentazione, la provocazione. Il catalogo alla mostra è un vero e proprio libro, un atlante che attraverso una costellazione di parole scompone la struttura della mostra e si presenta come un ulteriore racconto possibile del lavoro di Ettore Sottsass.

È anche grazie a questa impostazione che mostra e catalogo riescono a liberare Sottsass da una lettura ormai consolidata che lo identifica quasi esclusivamente con Memphis. L’esposizione dimostra come quella stagione rappresenti piuttosto l’esito di una ricerca iniziata molto prima, radicata nella crisi del razionalismo e nella progressiva messa in discussione delle certezze del Moderno. La mostra racconta del momento in cui Sottsass rompe definitivamente con l’ideologia del progresso. Alla retorica della produzione, dell’efficienza e del consumo contrappone un progetto che assume come materiali il colore, la luce, il gesto e la tenerezza.

Non si tratta di una svolta stilistica, ma di un cambio di paradigma. L’architettura smette di essere una macchina funzionale e torna a essere il luogo in cui si misurano emozioni, paure, desideri e rituali della vita quotidiana.

Da questo momento il progetto non organizza soltanto lo spazio: costruisce relazioni simboliche tra l’individuo e il mondo. È questa la distanza più profonda rispetto al Moderno. Se il razionalismo aveva cercato risposte universali, Sottsass rivendica il diritto alla soggettività, all’imperfezione e all’esperienza. I suoi oggetti non risolvono semplicemente problemi funzionali; evocano memorie, suggeriscono comportamenti, danno forma a un’idea dell’abitare in cui il significato conta quanto la funzione. È in questa tensione tra ragione e trascendenza che il progetto ritrova una dimensione profondamente umana.

 

 

Attraversare un archivio

Questa lettura attraversa con particolare efficacia alcuni nuclei dell’esposizione. La collaborazione con Bitossi, ad esempio, non viene raccontata come un semplice episodio del design italiano, ma come il luogo in cui la ceramica cessa di essere superficie decorata per diventare materia di ricerca, capace di trasformare colore, volume e rito in strumenti del progetto. Allo stesso modo il lavoro con Poltronova rivela come l’innovazione nasca dall’incontro fra cultura progettuale, manifattura e sperimentazione, ben lontano dalla produzione seriale intesa come unico orizzonte della modernità.

Particolarmente attuale appare anche la sezione dedicata all’esperienza Olivetti. Nella progettazione dei primi sistemi elettronici Sottsass non celebra la tecnologia, ma cerca di renderla comprensibile, vicina, abitabile. La macchina non viene nascosta né esibita: viene interpretata. In un’epoca in cui l’Intelligenza artificiale ridefinisce il nostro rapporto con gli strumenti digitali, questa riflessione assume un valore quasi profetico.

Anche l’allestimento, progettato da Daniele Ledda, evita qualsiasi spettacolarizzazione. L’accumulo di documenti, oggetti e immagini costruisce piuttosto un archivio attraversabile, nel quale il visitatore è chiamato a seguire il formarsi di un pensiero più che ad ammirarne i risultati. È un dispositivo espositivo coerente con il carattere della mostra: non un’antologia di capolavori, ma il racconto di una ricerca.

Ed è proprio questo il merito principale dell’esposizione. Sottsass non viene proposto come un autore da celebrare né come un repertorio di forme da imitare. Viene restituito come un intellettuale che continua a porre domande essenziali sull’architettura e sul progetto.

Qual è il rapporto tra funzione e significato? Quale responsabilità ha il progetto nei confronti della vita quotidiana? Quale spazio resta per l’emozione in una società dominata dall’efficienza?

Sono interrogativi che attraversano l’intero Novecento, ma che oggi ritrovano una sorprendente attualità. Per questo, uscendo dalla mostra, la frase che le dà il titolo smette di appartenere soltanto a Ettore Sottsass e diventa una domanda rivolta a tutti noi: che cosa significa, oggi, poter ancora dire: “Io sono un architetto“?

Immagine di copertina: mostra “Io sono un architetto. Ettore Sottsass”, Palazzo Buontalenti, Pistoia, 2026 (courtesy Fondazione Pistoia Musei, © Ela Bialkowska, OKNOstudio)

 

“Io sono un architetto. Ettore Sottsass”

Fondazione Pistoia Musei ETS e Fondazione Caript
fino al 26 luglio 2026
Palazzo Buontalenti, via de’ Rossi 7, Pistoia
A cura di: Enrico Morteo
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Tag: , , , , , Last modified: 13 Luglio 2026