Animal Farm è il titolo orwelliano di un programma di ricerca che si occupa dei paesaggi di allevamenti intensivi, di produzione zootecnica, di dirompenti effetti sul pianeta. Un approfondimento speciale in partnership con il Politecnico di Torino
Questo articolo inaugura un progetto speciale del giornaledellarchitettura.com, che affianca il team di ricerca guidato da Sofia Nannini all’interno del Politecnico di Torino. Oggetto di approfondimento e disseminazione sono i risultati di un programma innovativo ed estremamente attuale, con sguardo e approccio internazionale. “Animal Farm: An Architectural History of Intensive Animal Farming (1570–1992)” racconta i luoghi (nascosti e spesso ignorati) dell’industria zootecnica, i suoi paradossi, i suoi impatti. Una chiave di lettura trasversale che permette di cogliere aspetti centrali e decisivi rispetto a società, economie e paesaggi di oggi.

L’industria zootecnica è ovunque e, paradossalmente, sembra non essere da nessuna parte. Carne e latticini sono ingredienti onnipresenti nelle diete del Nord globale. Tuttavia, gli edifici che trasformano esseri viventi in merci sono generalmente ignorati e non rientrano nel canone della storia dell’architettura occidentale. In questi edifici nasce e viene allevata fino alla morte la maggior parte della biomassa di mammiferi viventi sul pianeta, insieme a miliardi di capi di pollame.
Consapevolezza necessaria
Oggi cresce la consapevolezza del ruolo dell’allevamento intensivo nella crisi climatica su più livelli. È riconosciuto come uno degli elementi più impattanti del riscaldamento globale, apparentemente incontrollabile ed è anche tra le principali cause di perdita di biodiversità, estinzione delle specie e pandemie di origine zoonotica.
Eppure sappiamo ancora molto poco sugli edifici che rendono possibile l’allevamento intensivo. Possiamo davvero parlare di un’architettura dell’allevamento intensivo, oppure si tratta piuttosto di un intreccio di tecnologie, corpi animali, astrazioni ideali e realtà materiali spesso scomode?
Chi ha progettato questi spazi dall’alba del capitalismo: architetti, ingegneri, veterinari, esperti agrari o anche gli animali stessi? Quando si analizza l’ambiente costruito dell’Antropocene, l’allevamento intensivo è spesso l’“elefante nella stanza”, la presenza ignorata.
Il tema delle factory farms è scomodo e questo disagio riduce le possibilità di indagine scientifica e storica. Il progetto Animal Farm affronta proprio questa difficoltà per fare luce sulla storia delle interazioni spaziali tra esseri umani e animali da allevamento. Conseguenza cruciale delle rivoluzioni agricola e industriale, gli allevamenti intensivi hanno plasmato l’ambiente costruito globale attraverso un’architettura che, pur largamente ignorata, ha avuto un profondo impatto su uomini e animali. Questi edifici, spesso percepiti come anonimi e banali, sono in realtà il fulcro di un sistema complesso che influenza non solo l’architettura, ma anche l’etica e l’ecologia.
AnimalFarm mira a rendere visibile questa realtà. La storia architettonica degli allevamenti intensivi può offrire una prospettiva originale per comprendere l’epoca in cui viviamo, l’Antropocene, e le sue definizioni alternative – in particolare il Thanatocene, l’era della morte di massa su scala globale.
Un po’ ricerca, un po’ sfida
Dalle ville palladiane del XVI secolo agli attuali sistemi di allevamento intensivo ad alta densità di animali, l’architettura occidentale si è sviluppata attraverso l’intreccio tra esseri umani e animali domestici – soprattutto bovini, suini, pollame e cavalli. Nel corso dei secoli, l’allevamento ha rappresentato un campo fondamentale di sperimentazione spaziale, materiale e tecnologica.
Animal Farm indaga come l’industria animale sia stata organizzata nello spazio a partire dall’età moderna, come tecnologie e pratiche di biosicurezza abbiano trasformato le tradizioni agricole e come questa architettura renda visibili le tensioni etiche tra esseri umani e animali, tra produzione industriale e ambiente. Il progetto non analizza soltanto le tipologie architettoniche che hanno plasmato il paesaggio zootecnico, ma offre anche nuovi strumenti per valutare criticamente i loro impatti ambientali, etici e sociali. Produrrà importanti riflessioni sull’epoca delle pandemie che l’umanità sta attraversando e farà luce sulle responsabilità politiche e tecnologiche che stanno alla base di uno dei sistemi di sfruttamento e violenza più diffusi sul pianeta.
Il progetto è un invito a guardare oltre la superficie anonima di questi edifici e a riflettere su come la progettazione degli spazi per gli animali influenzi il nostro modo di comprendere il mondo e di relazionarci con esso. In un momento in cui le crisi ambientali e sociali sono al centro del dibattito globale, Animal Farm rappresenta un’opportunità per riconoscere l’importanza di questi spazi nella storia dell’architettura occidentale e per aprire nuove strade alla ricerca interdisciplinare. È anche una sfida per confrontarsi con la storia e il presente del sistema di produzione animale e per immaginare futuri alternativi e più etici.
Immagine di copertina: azienda di allevamento di suini, Piacenza, Pianura Padana, 2023, da googlemaps
- Articolo in inglese: Interwoven relationships between humans and animals, life and death—and largely unknown architectures
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