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Arianna PanarellaScritto da: Reviews

Un racconto, lineare e corale: ecco il nuovo Museo del Design italiano

Un racconto, lineare e corale: ecco il nuovo Museo del Design italiano
Alla Triennale Milano l’allestimento, aperto da febbraio, conferisce leggibilità ad un percorso espositivo ricco e articolato. Ma c’è poco spazio per sorprese e rotture

 

MILANO. A poche settimane dalla riapertura del Museo del Design Italiano alla Triennale Milano, la sensazione non è quella di trovarsi davanti a un semplice riallestimento. È qualcosa di più strutturale, non più successione di episodi, ma racconto continuo, costruito con metodo.

 

Ordinare, ordinare, ordinare

Il nuovo percorso, curato da Marco Sammicheli insieme a Marilia Pederbelli, con il progetto di allestimento seguito internamente da Roberto Giusti, si fonda su una scelta chiara: ordinare, nel tempo, nelle relazioni, nei nessi tra oggetti e contesto. Attraverso una selezione di oltre 400 oggetti, progetti e documenti ideati e prodotti tra la fine degli anni Venti e l’inizio del Duemila, il museo mette in scena la storia delle sperimentazioni e delle trasformazioni del design italiano. Non come sequenza di capolavori isolati, ma come trama continua, intrecciata alla storia industriale, politica e culturale del Paese.

Troviamo, finalmente, una timeline che scorre lungo la parete, scandita per decadi. Non è un semplice apparato informativo: è la spina dorsale del racconto. La ricostruzione del dopoguerra, il boom economico, le tensioni del Sessantotto, l’austerità, il postmoderno, l’ingresso nel nuovo millennio. Il design viene calato dentro questi passaggi, come parte attiva delle trasformazioni. Le autostrade, la televisione, le fiere, l’espansione industriale non restano sullo sfondo: diventano coordinate necessarie per comprendere perché certi oggetti nascono proprio in quel momento. I nomi che punteggiano il percorso sono quelli che hanno costruito l’immaginario del progetto in Italia e oltre: Ettore Sottsass, Carlo Mollino, Piero Bottoni, Antonia Campi, fino a figure più vicine a noi come Antonio Citterio, Patricia Urquiola, Piero Lissoni, Fabio Novembre, Andrea Vallicelli. Accanto a loro, presenze internazionali che dialogano con la scena italiana come Ron Arad, Nathalie Du Pasquier, Naoto Fukasawa, Jasper Morrison, Marc Newson.

Eppure non è un museo che si limita a esporre firme illustri. Gli oggetti sono inseriti in un sistema di relazioni. La sedia racconta un’azienda, una tecnologia, un’idea di abitare. La grafica parla di editoria e comunicazione. La ceramica, il vetro, la moda, l’automotive allargano la nozione stessa di design, che qui non coincide soltanto con l’arredo ma con un ecosistema produttivo e culturale.

 

Chiarezza, struttura e armonia (troppa)

A interrompere — o forse ad arricchire — la linearità cronologica intervengono 5 sezioni tematiche trasversali, concepite come installazioni autonome: Decorazione, Riviste, Persona, Autoprogettazione, Leggerezza. Sono stanze concettuali più che capitoli storici.

In Decorazione il visitatore è invitato a esplorare frammenti ornamentali attraverso un’esperienza anche tattile, quasi a ricordare che il dettaglio non è superficie ma linguaggio. Riviste riflette sul ruolo delle pubblicazioni come dispositivi di costruzione e diffusione del progetto, mettendo in scena griglie, formati, immagini, strumenti editoriali. Persona guarda alla moda e agli accessori attraverso un meccanismo combinatorio che trasforma l’identità in montaggio visivo. Autoprogettazione introduce un algoritmo capace di generare arredi a partire da dati reali, spostando l’attenzione dalla mano del designer al processo generativo. E infine Leggerezza, dove la “Superleggera” di Gio Ponti diventa paradigma concreto: il visitatore può confrontarne il peso con altri oggetti, trasformando un principio progettuale in esperienza fisica.

La forza di questo nuovo allestimento sta nella sua chiarezza. È un museo che sceglie la leggibilità come valore. Che decide di costruire una linea, di proporre una storia coerente, di offrire al pubblico — studenti, appassionati, visitatori internazionali — un punto di orientamento stabile. Dopo anni di formule variabili, questa struttura sembra voler fissare un punto fermo: il design italiano non è una sequenza di episodi isolati, ma una storia continua, con una genealogia leggibile. Tuttavia, proprio questa coerenza apre uno spazio critico. Ordinare significa anche attenuare le fratture. Il design italiano è stato radicale, polemico, attraversato da tensioni e contraddizioni. Inseriti in una progressione cronologica, anche i momenti più dirompenti sembrano trovare una collocazione armonica. La linea rassicura, ma talvolta smussa.

Il contemporaneo, pur presente con un ampliamento significativo della collezione, appare come prosecuzione naturale, ma le grandi questioni che attraversano oggi il progetto — ambiente, tecnologia, nuovi modelli produttivi — restano sullo sfondo, suggerite più che tematizzate. Eppure è proprio questa misura a definire l’identità del nuovo percorso. Innanzitutto, la percezione di trovarsi effettivamente in un museo dedicato al design e non in una mostra come è accaduto nei precedenti allestimenti. Non un museo-spettacolo, non una sequenza di effetti immersivi, ma un racconto strutturato. Un museo che preferisce costruire una grammatica piuttosto che sorprendere con un colpo di scena. Ciò non toglie però che rimane comunque un museo relegato in una porzione di una istituzione museale, in una città come Milano, dove si sente la mancanza di un luogo riconoscibile unicamente come Museo del Design Italiano.

Immagine di copertina: il nuovo allestimento del Museo del Design Italiano, Triennale Milano (© Triennale Milano)

 

Museo del design italiano (permanente, riallestimento visitabile dal 7 febbraio 2026)

Diretto da: Marco Sammicheli

A cura di: Marco Sammicheli e Marilia Pederbelli

Progetto di allestimento: Roberto Giusti, Triennale Milano

Installazioni site specific: Mammafotogramma

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Tag: , , , , Last modified: 4 Marzo 2026