Architetto, professore, poeta, milanese. Ha animato, con le sue idee e le sue opere, molti luoghi della cultura progettuale. Un ricordo del suo contributo sui temi urbani
MILANO. La scomparsa di Giancarlo Consonni – architetto, poeta, artista, figura intellettuale impegnato a tutto tondo – ha suscitato forte cordoglio, nei giorni in cui Milano ospitava le Olimpiadi invernali. Molti i “luoghi” frequentati e animati da Consonni che gli hanno dedicato spazio e ricordi. Tra questi la Casa della Cultura, e in particolare il programma Città Bene Comune (ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali, prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, dove era parte del comitato scientifico). Tra gli articoli pubblicati, riproponiamo un testo di Marcello Villani, professore di storia dell’architettura presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Ringraziamo l’autore, Renzo Riboldazzi e la Casa della Cultura per la gentile concessione.
Giancarlo Consonni – professore emerito di Urbanistica al Politecnico di Milano, ma anche poeta, critico, storico e artista – ci ha lasciato. Credo che sia doveroso ricordarlo. Per tanti motivi ma soprattutto per un tema, centrale nella sua opera, che ritengo ineludibile: l’assoluta necessità di pensare in modo diverso al progetto urbano (ma anche alla riqualificazione) a partire dal più modesto programma operativo.
Consonni si è battuto contro l’ormai esangue pratica di progettare i nuovi interventi (o riqualificare l’esistente) seguendo i logori princìpi della Carta d’Atene, vecchia ormai di quasi un secolo (in sintesi, distinzione – e non invece integrazione – di funzioni; blocchi edilizi isolati; spazi informi; slarghi di risulta privi di studiato e calibrato equilibrio presentati come “piazze”; verde generico spalmato a riempire le aree rimaste senza interrogarsi su responsabilità ed oneri della sua manutenzione; desolante disinteresse nei confronti della responsabilità di urbanisti ed architetti nei confronti della sicurezza ambientale perseguita tramite il progetto, sancita da atti come il CPTD e persino norme europee come l’UNI CEN 14383-2, etc.).
In breve, Consonni ha insistito sulla necessità di pensare il progetto in termini di tessuto urbano organico e articolato nelle diverse componenti (architettoniche, ambientali, sociali, psicologiche, etc) e non seguendo quello che André Corboz definiva icasticamente “la cultura del frammento” ovvero di singoli soprammobili architettonici disposti a debita distanza.
Princìpi logori, ma perfettamente idonei a supportare iniziative promosse dalle influenti società di sviluppo immobiliare nelle nostre città, in primis a Milano. Pensando di supplire alla desolante povertà del progetto urbano proposto con l’abbondanza ostentata degli optionals interni (domotica, finiture di pregio, accessori vari, etc), ovvero puntando tutto sull’orpello à la page, piuttosto che sulla sostanza. Il tutto con l’alibi perfetto, ovvero l’esibito risparmio energetico condito con qualche ulteriore spruzzata eco. A cui gli architetti, sia navigati che giovani promesse (!), si sono – dobbiamo riconoscerlo – spesso volentieri prestati, anche per comodità reputazionale (un progetto urbano non conformista costa tempo e fatica): come abbiamo commentato più volte proprio con Consonni.
Princìpi logori, ma ancora riproposti per pigrizia e ignoranza in molte realtà accademiche nazionali, nonostante le fondamentali ricerche svolte all’estero. E pensare che sono passati già quasi 25 anni (non 25 settimane) dal britannico Urban Task Force di Richard Rogers, dall’Urban Design in the Plannig System, dall’Urban Design Compendium, oltre che dalle realizzazioni inglesi, tedesche, francesi, svedesi, danesi, svizzere, dalle direttive europee, etc… E pensare che anche da noi si sono sentite (poche) voci e progetti in controtendenza (mi limito a citare, al di fuori del nostro Dipartimento, solo qualche nome, oltre a Consonni, Vittorio Magnago Lampugnani, il Renzo Piano del quartiere Le Albere a Trento, Marco Romano e le sue riflessioni sul progetto degli spazi pubblici, qualche contributo di Franco La Cecla, alcune ricerche in corso al Politecnico di Milano).
Consonni si è anche battuto per riportare al centro dell’attenzione di urbanisti ed architetti il dibattito connesso al concetto di “bellezza”. Concetto considerato ancora da qualche sprovveduto nostrano in debito d’aggiornamento una sorta di termine estetizzante di fine Ottocento; e non, come invece è, un tema cruciale e tremendamente concreto per il progetto urbano attuale, dopo infiniti disastri perpetrati nelle nostre città e periferie nei decenni passati ed allegramente riproposti anche oggi (“disastro della città contemporanea e soprattutto delle periferie” denunciava esplicitamente una decina d’anni fa l’ex Direttore del Dipartimento di Urbanistica dello IUAV Marco Romano).
Come si comprenderà, il discorso sarebbe infinito: mi limito a concludere dicendo che con Consonni abbiamo perso una delle voci critiche più consapevoli nei riguardi dello stagnante e comodo conformismo progettuale intriso di pigrizia culturale ed interesse professionale. Il modo migliore per omaggiarlo è, a mio avviso, non dimenticare la sua lezione e sviluppare le sue riflessioni.
PER APPROFONDIRE
Anche l’Archivio Piero Bottoni del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, diretto a lungo da Giancarlo Consonni, ha dedicato molto spazio ai ricordi di una figura importante. A questo link gli articoli pubblicato da colleghi e intellettuali.
Questo invece l’articolo pubblicato su “Gli Stati Generali” da Alessandro Maggioni.





















