Neve (vera) in costante calo, impianti dismessi in crescita. Il turismo montano alle prese con sfide epocali che impattano sui paesaggi. E le alternative intelligenti ci sono
Negli ultimi anni la montagna è diventata uno dei luoghi in cui la crisi climatica mostra con maggior evidenza i suoi effetti. A raccontarlo, con dati puntuali, sono i Report Nevediversa dell’associazione Legambiente, una serie di dossier che dal 2019 documentano lo stato attuale del sistema sciistico nazionale, mettendone in luce la fragilità, le contraddizioni e le prospettive future di una montagna che sta subendo una profonda alterazione.
Mi ricordo montagne bianche
Il quadro che emerge è una progressiva rarefazione della neve naturale alle medie quote nelle Alpi e lungo l’Appennino. Inverni sempre più miti e stagioni nevose brevi minano i fondamenti di un modello economico costruito, per decenni, sull’abbondanza e sulla prevedibilità del manto nevoso. Il cambiamento non è più episodico ma sistematico. Ciò rende incerto il perdurare della stagione sciistica in un contesto dove gli impianti di risalita appaiono in crescente difficoltà. Secondo Nevediversa, in Italia si contano 265 impianti dismessi: dato raddoppiato rispetto al 2020, come a far presagire che questi numeri siano destinati a essere riscritti.
Menzioniamo a titolo esemplificativo alcune realtà, da est a ovest dell’arco alpino: il Monte Ferro a Sappada (Udine), lo “Staunies” a Cortina d’Ampezzo (Belluno), il Monte Farno a Gandino (Bergamo) e “Beaulard Ski” a Oulx (Torino). Verificatesi nei primi anni ’80, e in costante crescita sino a oggi per ragioni speculative e climatico-ambientali, le dismissioni hanno assunto una portata e diffusione territoriale tale da aver reso necessario l’avvio di una campagna di monitoraggio e di denuncia a livello sovranazionale da parte di associazioni quali Legambiente, Mountain Wilderness e Protect Our Winters, affiancate da progetti europei come Beyond the Snow.
Accanimento terapeutico
Oltre agli ex impianti, si aggiungono i numerosi comprensori che sopravvivono solo grazie a ingenti finanziamenti pubblici, in una sorta di accanimento terapeutico che procrastina il problema senza porvi rimedio. Contemporaneamente, per compensare la mancanza di neve naturale, il ricorso all’innevamento artificiale è diventato più massiccio: bacini di accumulo, cannoni sparaneve e reti di distribuzione idrica rappresentano una presenza costante nei comprensori europei, sebbene sia una soluzione costosa e controversa.
Le ricadute economiche e sociali sono evidenti. Il turismo invernale diventa meno accessibile, oltre a un aumento generalizzato dei prezzi di skipass, alloggi e servizi. Al tempo stesso, molte comunità montane restano intrappolate in un modello di sviluppo che fatica a rinnovarsi, esposto a forti rischi finanziari e sempre più dipendente dai sussidi pubblici, come nel caso delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.




Cambi di traiettoria
Da anni, organizzazioni come la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi (CIPRA), sollecitano una riflessione profonda sul futuro delle aree montane, invitando ad adottare un turismo capace di diversificare le esperienze e introdurre caratteri di multistagionalità nell’offerta turistica. La montagna non deve rinunciare al proprio ruolo economico ma ritrovarlo in forme nuove, valorizzando paesaggi e cultura locale. Questa transizione si misura anche attraverso le architetture del passato. La riconversione del patrimonio dismesso, quando sostenuta da adeguate condizioni tecniche ed economiche, rappresenta la via più promettente.
Un esempio arriva dal cuore delle Tre Cime di Lavaredo, dove Plasma Studio nel 2025 ha trasformato l’ex stazione della funivia di Monte Elmo nella Reinhold Messner Haus, centro culturale dedicato all’alpinismo. Un approccio analogo si ritrova a Schmallenberg (Germania), dove il Green Hill Bike Park nel 2023 ha saputo reinterpretare gli skilift dismessi, riconvertendoli al servizio di un parco sportivo dedicato alla pratica del downhill. In Svizzera, infine, a Rivera, il Monte Tamaro dal 2003 ha adottato un sistema di turismo dolce fondato su sport, convivialità e cultura, organizzando iniziative artistiche e spirituali attorno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli, progettata da Mario Botta.
Laddove la riconversione non è praticabile, un’altra via risulta percorribile: il recupero della materia o il suo riuso creativo. È quanto avvenuto a Gandino grazie al progetto Alpine Leisure Transformation – ALTe, finanziato dal bando “Montagne in transizione” di Fondazione Cariplo, dove il Comune, l’Università di Bergamo e la realtà artigianale di Officine Condor hanno intrapreso un percorso condiviso con la popolazione con l’obiettivo di ripensare in termini funzionali il materiale recuperato dagli ex piloni. Questo accurato lavoro, fatto “su misura” per il Monte Farno, ha portato alla realizzazione di arredo pubblico e oggetti di design che al tempo stesso sono vettore di memoria storica e di un approccio improntato all’upcycling.
Mentre a Ravascletto (Udine), nel 2021, un progetto di riuso ha restituito identità e memoria all’impianto del Monte Zoncolan attraverso il recupero dei seggiolini della funivia, trasformati in elementi di arredo per un’area ludica ai margini del paese. Non tutti i tentativi si muovono lungo una linea perfettamente coerente. Talvolta la transizione è contraddittoria, ma pur sempre significativa. È il caso del Nevegal, nel Bellunese, dove nel 2022 è stata realizzata una pista artificiale di sci su manto plastico. Un esperimento che solleva interrogativi e dibattiti, ma che rappresenta un segnale di apertura verso modelli alternativi.
Questi esempi, pur differenti per contesto e approccio, raccontano una stessa propensione verso il cambiamento: la volontà di ripensare il ruolo delle montagne nel contesto odierno, trasformando questa crisi in occasione di rigenerazione culturale e ambientale. La montagna, da simbolo di resistenza, torna a essere laboratorio d’innovazione, un luogo dove l’immaginazione incontra la responsabilità e dove la diminuzione della neve non segna la scomparsa di un mondo, ma la nascita di un nuovo modo di rispettarlo e viverlo.
Immagine di copertina: l’ex seggiovia del Monte Farno a Gandino (Bergamo). Quota impianto: 532-1317 m. Anno di costruzione: 1960; anno di dismissione: 1976. (© Matteo De Bellis)


























