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Federica CiavattiniScritto da: Patrimonio Progetti

Capolavori e spazi angusti, riapre la Pinacoteca di Ancona

Capolavori e spazi angusti, riapre la Pinacoteca di Ancona
Dopo due anni di chiusura torna visitabile una delle più importanti istituzioni culturali delle Marche. Il nuovo progetto museale non risolve le criticità strutturali

 

ANCONA. L’ultimo intervento sulla Pinacoteca di Ancona, reso possibile grazie ai fondi PNRR, ha interessato in particolare il vecchio nucleo, ossia Palazzo Bosdari, e ha riguardato l’adeguamento tecnologico degli spazi interni con l’integrazione dei sistemi di climatizzazione, elettrici e antincendio, la realizzazione di nuovi impianti di illuminazione, nuovi depositi attrezzati e un nuovo allestimento con un percorso espositivo cronologico e tematico.

Il progetto scientifico e museografico è stato curato da Stefano Zuffi, storico dell’arte e già curatore della Pinacoteca “Francesco Podesti” e da Luigi Gallo, direttore della Galleria nazionale delle Marche e della Direzione regionale Musei Marche, con un contributo dell’Assessore alla cultura del Comune di Ancona Marta Paraventi. Si deve all’architetta anconetana Carla Lucarelli, specializzata in allestimenti museali, il progetto architettonico.

 

Un patrimonio straordinario

La fondazione della Pinacoteca risale al 1884, promossa dal pittore anconetano Francesco Podesti, formatosi a Roma presso l’Accademia di San Luca e sotto la protezione di Canova. Il nucleo più rilevante delle sue collezioni deriva dal patrimonio mobile raccolto a seguito della soppressione in città degli enti religiosi da parte dello stato unitario sabaudo che fece della città il capoluogo regionale; sotto lo Stato Pontificio invece era Macerata. Tra le opere esposte spiccano le tele delle cappelle gentilizie fra cui la Pala Gozzi (una famiglia di Dubrovnik) di Tiziano, la Pala dell’Alabarda di Lorenzo Lotto e l’Annunciazione del Guercino. A questo fondo si aggiunse la donazione dello stesso Podesti, promotore della Pinacoteca, considerato uno dei maggiori pittori italiani della prima metà dell’Ottocento, e di altri collezionisti privati come i Ferretti (antica famiglia nobiliare cui apparteneva anche Pio IX), i Mei Gentilucci, e i Manciforte che come altre famiglie patrizie avevano creato raccolte private a partire dal secondo Rinascimento oppure quando si erano arricchite specie dopo il 1732 quando venne istituito il porto franco come a Ravenna, da Clemente XII che in questo modo mise fine alla decadenza economica della città e per questo siede ancora oggi in Piazza del Papa. 

La pinacoteca anconetana così annovera capolavori del ‘400 che attestano la presenza di pittori come Olivuccio di Ciccarello da Camerino, Bartolomeo da Tommaso da Foligno, Carlo Crivelli pittore veneziano fondatore di una bottega attivissima in tutta la Marca, e opere di pittori come Sebastiano Del Piombo, Carlo Maratta fino all’anconetano Andrea Lilli. Il museo ospita anche un’importante collezione di arte moderna con realizzazioni di Anselmo Bucci, Corrado Cagli, Edgardo Mannucci, Piero Dorazio, Maria Lai, Ivo Pannaggi, Umberto Peschi, Valeriano Trubbiani, Enzo Cucchi e altri artisti legati in gran parte alla storia del Premio Marche, manifestazione che da poco ha ripreso vita dopo una lunga interruzione.

 

Una storia complessa

Se il ruolo delle pinacoteche consiste nella valorizzazione del patrimonio artistico e la cura per il benessere socio-culturale pubblico, il restauro che ci restituisce quella di Ancona risolve bene alcuni aspetti mentre altri sono meno felici.

A non agevolare gli intenti progettuali ha contribuito certamente la tipologia architettonica della sede originaria, Palazzo Bosdari, come lamentava già Pietro Zampetti, poco adatto perché edificio di origini medievali quindi angusto (ancora conserva una torre inglobata nelle fondazioni), sebbene ristrutturato nel suo aspetto attuale manierista presumibilmente da Pellegrino Tibaldi, pittore e architetto attivo anche a Loreto e dintorni. 

Per ampliare e ammodernare gli spazi espositivi, nel 2010 è stata decisa l’annessione di un palazzetto adiacente, Palazzo Bonomini, che non ha risolto però il problema dell’altezza dei solai che restano incapaci di accogliere alcune delle pale d’altare, ad esempio quella opera dello stesso Tibaldi cui si è dovuto rinunciare lasciandola nella collocazione originale.

La scelta della sede storica allocata nella zona più antica di Ancona, lungo la direttrice che porta al promontorio del colle Guasco dove si trovano anche il Duomo e il Teatro romano, è frutto delle vicende anche drammatiche vissute da Ancona, porto di rilevanza militare e commerciale: i pesanti bombardamenti della Seconda Guerra mondiale, il terremoto del 1972, la frana del 1982 lungo il versante nord e la tendenza delle amministrazioni a prediligere per i grandi edifici storici in prossimità del porto una destinazione militare piuttosto che culturale. Inizialmente il museo si trovava presso l’ex convento di San Domenico quando, prima della Seconda Guerra mondiale, fu trasferita negli ampi spazi dell’ex convento di San Francesco alle Scale per poi essere messa nuovamente in crisi dallo spostamento di parte della collezione a Urbino per iniziativa dell’allora direttore Pasquale Rotondi; cosa che di fatto l’ha salvata dalla distruzione. 

Il ritorno di queste opere ad Ancona è merito soprattutto dell’interessamento di Zampetti, storico dell’arte e, per anni, soprintendente alle Gallerie delle Marche che nel 1950 curò una mostra fondativa della cultura adriatica indagando cioè le relazioni artistiche fra le due sponde di questo piccolo mare dove molti artisti da Crivelli a Giorgio da Sebenico e Lotto sono stati attivi su entrambe le sponde. Dal 1958 al 1973 si utilizzò quindi il Palazzo degli Anziani, la sede municipale della città dal XIII secolo – secondo Zampetti la più adeguata – e poi nel 1973 il definitivo passaggio a Palazzo Bosdari così denominato in riferimento ad una famiglia nobile originaria della Repubblica di Ragusa, attuale Dubrovnik, antica Repubblica marinara per secoli alleata con la Repubblica di Ancona, almeno fino al 1532 quando l’autonomia anconetana fu terminata e la Repubblica abolita.

 

Un progetto troppo timido

La composizione e la combinazione delle opere in molti casi non si adatta alle dimensioni delle sale, alcuni supporti sono troppo enfatici con cornicioni sproporzionati che soverchiano l’opera contenuta. Nel caso della Pala di San Nicola di Carlo Maratta sembra che l’opera entri a forza nello spazio, con la chiave dell’arco della cornice che sfiora il soffitto.

Nella Pinacoteca è presente al piano terra una sezione dedicata a Podesti, inaugurata già nell’aprile 2023, e comprendente la nuova biglietteria, oltre a una sala conferenze. La sala per le mostre temporanee invece è stata prevista all’ultimo piano. È stata poi riorganizzata la sala delle grandi pale d’altare di area veneta, allestita la prima sala del percorso espositivo inserendo un bassorilievo del XV secolo probabilmente raffigurante l’anconetano Ciriaco Pizzecolli, considerato padre dell’archeologia moderna, affiancato da una scritta che occupa un’intera parete dove l’umanista, assunto a spirito guida, invita il visitatore a scoprire i tesori del museo: un elemento di comunicazione poco elegante per una pinacoteca civica, più adatta a un’esposizione rivolta al pubblico infantile.

L’allestimento comprende anche elementi museografici legati all’accessibilità e all’inclusione ideati insieme con il Museo Tattile Statale Omero, dedicato all’accessibilità all’arte per i non vedenti, prevedendo ad esempio alcune riproduzioni a rilievo di dipinti come quella dell’Annunciazione del Guercino che è inserita fra due grandi pale del pittore emiliano che però sono incastrate in uno spazio a cui si accede da un passaggio largo non più di un metro.

Mancano peraltro alcuni dei servizi essenziali delle pinacoteche moderne come una caffetteria, uno spazio adibito alla lettura o un’emeroteca. Questo tipo di ambienti possono rendere il museo uno spazio pubblico accessibile non solo ai visitatori occasionali, attraverso cui si creano relazioni sociali e culturali rivolte alla quotidianità dei cittadini di tutte le fascia d’età. Non sono nemmeno previste aule-laboratorio per la didattica museale utili per creare, specie in età scolastica, un approccio più attivo alla conoscenza della storia della città attraverso le opere d’arte.

Il percorso espositivo inoltre non sempre presenta spazi neutri ed essenziali, coerenti con gli ambienti già riqualificati nel 2016: da un lato il mesto intervento architettonico propone per il pavimento formelle di cotto poste a 45 gradi, scuri in legno alle finestre come in un agriturismo mentre il palazzo è tutto meno che rurale; dall’altro si inseriscono supporti di colore blu troppo intenso, volto a colorare vivacemente gli ambienti e che purtroppo finisce per coprire e alterare i colori dei quadri.

Infine quando la progettazione non si impone, lo spazio a disposizione rischia di essere monopolizzato dai totem dell’impiantistica o dai quadri per l’informazione antincendio che si affiancano allo stemma Ciriaco da Ancona. Si perde così la relazione continua tra spazio, supporto e opera affinché si valorizzino a vicenda e non contrastino, per far emergere quei valori culturali non effimeri che le opere portano con sé. 

Immagine di copertina: allestimento della Pinacoteca Civica “Francesco Podesti” di Ancona, 2025 (© Emanuela Pisano)

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Tag: , , , , , Last modified: 11 Gennaio 2026