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Written by: Forum

Milano e i violentatori col cappotto

Gli interventi di manutenzione straordinaria tra giostra dei bonus e tutela del moderno

 

MILANO. Il fatto che gli interventi di manutenzione straordinaria non siano oggetto di esame da parte della Commissione comunale per il Paesaggio apre una questione critica importante, che va oltre l’ambito amministrativo. Perché devono essere soggetti ad un vaglio “culturale” gli interventi edilizi nuovi e di maggiore impatto ambientale, mentre altri interventi, come il rinnovo dei fronti, non modificando in modo sostanziale il paesaggio volumetrico, non meritano l’attenzione dell’amministrazione cittadina?

In realtà a Milano gran parte degli interventi di trasformazione riguarda già gli edifici esistenti, e la tendenza, se vogliamo praticare un uso parsimonioso del territorio, deve diventare prevalente. Oggi, l’obiettivo della riqualificazione energetica (incentivato dai noti liberistici provvedimenti governativi) ha determinato la moltiplicazione dei progetti di rinnovo dei fronti, con trasformazioni che riguardano interi fronti stradali.

Agli abituali maltrattamenti degli edifici più anziani, si aggiunge la questione degli edifici moderni, di quel patrimonio edilizio costruito nel dopoguerra che ha rappresentato la modernità milanese e che ha messo in scena il carattere europeo della città. Agli esempi più noti, come i recenti attentati” alle case di Luigi Caccia Dominioni, Gio Ponti, Piero Bottoni, bisogna sommare quelli delle architetture meno o per niente note, che sono determinanti nella formazione della scena cittadina.

 

In via Farini, un paio di esempi preoccupanti

Edifici del dopoguerra dai fronti intonacati o rivestiti di ceramica, caratterizzati da piccoli rilievi come marcapiani, lesene, cornici, vengono rivestiti da spessi strati d’isolamento e perdono il loro carattere, la loro datazione e impoveriscono il paesaggio.

Tra questi, segnalo un caso preoccupante. È l’edificio situato in fregio a via Giuseppe Ferrari, sul bordo dei binari ferroviari dello scalo Garibaldi, subito dopo la stazione. Progettato dal gruppo di autori della stazione (Giulio Minoletti, Eugenio Gentili Tedeschi, Mario Tevarotto), è un edificio notevole per la volumetria coraggiosa, segnata dai tagli delle lunghe finestre a nastro e caratterizzata dall’aggetto rispetto al marciapiede. Degradato da molti anni, è stato “risanato energeticamente”, cioè rivestito di “cappotto termico”, a sua volta protetto da pannelli di diverse tonalità di grigio ed è stato “violentato” da imponenti serramenti scuri.

L’edificio a torre adiacente procedendo verso via Farini, progettato dagli stessi architetti, ha subìto un analogo “attentato” qualche anno fa. Aveva un fronte disegnato da una raffinata geometria di pannelli cementizi alternati a bucature ed è stato rivestito di piastrelle di ceramica da bagno bicolori. Il formidabile aggetto sulla copertura (che dialogava con quello al piano più basso dell’altro edificio) è stato depotenziato dalla scossalina scura che oggi ne ricopre il bordo.

È vera ignoranza, perché si utilizzano in modo brutale modalità costruttive tecnologicamente arretrate, quando sono a disposizione evolute tecniche di risanamento dall’interno e rivestimenti termici di spessore molto basso.

Nel caso dell’edificio più vicino alla stazione, dal punto di vista critico i recenti commenti online sono stati significativi del clima culturale cittadino, ubriacato dalle novità sempre più spettacolari firmate dai soliti più noti. Urbanfile ha salutato la cancellazione del “palazzaccio”, Milano città-stato aveva definito l’edificio di Minoletti, Gentili Tedeschi e Tevarotto “orribile sgorbio orizzontale”.

Esattamente davanti a questo edificio, ma sull’altro lato del fascio di binari, c’è la casa Rustici Comolli di Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri, una lama austera, dall’espressione silenziosa, rivolta verso i binari. Forse è la casa milanese più interessante di Terragni e Lingeri, insieme a casa Rustici di corso Sempione. È ancora oggi un’importante lezione di architettura. Perché non risanarla energeticamente, con un efficace cappotto termico colorato, in modo da ringiovanire il suo aspetto un po’ mesto? E pensate alle case di Mario Asnago e Claudio Vender, dai fronti spogli e con le finestre noiosamente allineate (quasi tutte): perché non approfittare della questione energetica e dei bonus per variarne l’aspetto, magari aggiungendo un po’ di verde verticale sulle murature più cieche?

 

Il rischio di travolgere la cultura della tutela del moderno

È un grande tema, questo dell’energia che, se interpretato esclusivamente dal punto di vista della “sostenibilità”, può travolgere la cultura della tutela del moderno, che negli ultimi anni si era faticosamente fatta strada. E va notato anche che ogni strategia relativa al patrimonio edilizio esistente riguarda le misure da adottare per limitare la dispersione termica, e non è invece diretta ad imporre la produzione di energia da fonti rinnovabili, come è previsto per gli edifici nuovi.

La formazione degli architetti è certamente uno dei punti deboli della questione: in molte università italiane ed europee l’insegnamento della sostenibilità come parametro necessario alla qualità architettonica ha finalmente coperto uno spazio di rilievo nella formazione, ma spesso ne ha sottratto altrettanto all’insegnamento della storia e della cultura critica. Bisogna essere consapevoli che la modernità architettonica milanese rischia molto, se consentiamo che vengano distrutti i suoi punti di riferimento, le sue basi materiali.

 

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Last modified: 3 Maggio 2022