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Cristiana ChiorinoWritten by: Interviste

Paolo Dellapiana: l’architettura è musica congelata

*** Dialogo a 360° con l’architetto musicista elettronico, fondatore dello Studio Archicura, attivo nel territorio patrimonio Unesco di Alba e delle Langhe ***

 

Un anno fa è stato inaugurato a Verduno (CN) l’ospedale Michele e Pietro Ferrero, che hai realizzato con i francesi di Scau Architecture e il veneziano Ugo Camerino. Un intervento complesso che hai avviato quando eri molto giovane. Come ti ha cambiato questo progetto? Quanto ha inciso la normativa sulla libertà progettuale?

È vero, sono passati quasi 22 anni da quando vincemmo il concorso per il nuovo ospedale di Alba-Bra (autunno 1998), più dell’80% della mia storia professionale, e ne sono passati 15 dalla posa della prima pietra (5 dicembre 2005). Di tutti i progettisti del gruppo sono l’unico ancora in attività…

Senza dubbio la collaborazione intensa con uno studio grande e ben strutturato come SCAU, capitanato da Aymeric Zublena, un team molto articolato tra strutturisti e impiantisti, nonché il confronto con la complessità della progettazione di un grande ospedale nel quale il ruolo sociale dell’opera è di grandissima portata, sono stati una palestra di rara efficacia (e durezza). Non solo dal punto di vista organizzativo e gestionale, ma anche da quello strettamente progettuale. Ci siamo mossi tutti in uno spazio totalmente diverso dal consueto: tanto è fondamentale l’apporto che l’estetica architettonica può avere in un luogo di cura con tutte le evidenti implicazioni psicologiche, quanto è angusto lo spazio di manovra rispetto a temi più comuni come la residenza privata o il terziario. Non c’è possibilità alcuna per “capricci” progettuali (sia da parte dei progettisti che della committenza) e al tempo stesso non si deve tralasciare la minima occasione di contributo positivo al benessere degli utenti tutti: chi necessita di cure in primo luogo, ma anche gli accompagnatori e gli operatori professionali. In questo senso la prospettiva è unica nel suo genere e mi ha abituato a pormi professionalmente con occhi diversi su ogni tema successivamente affrontato.

In una macchina così complessa, pensata in un paese complesso come il nostro, la normativa ha condizionato tantissimo la progettazione, spesso in maniera esagerata. Mi piacerebbe un giorno poter realizzare un edificio evidenziando in rosso tutti gli eccessi dettati dalle normative spesso confuse e poco ponderate; sarebbe uno strumento efficace per riflettere in merito.

 

Qual è stato il tuo rapporto con Aymeric Zublena? E come ti sei rapportato con altri grandi studi con cui hai costruito raggruppamenti per la partecipazione a concorsi?

Forse la mia allora giovane età ha intenerito Zublena, con il quale ho sempre avuto un rapporto di grandissima fiducia e professionalità. Questo non solo è stato fondamentale per tenere dritta la barra del gruppo, ma mi ha dato coraggio e sicurezza nel proporre e poi gestire sempre positivamente le successive non facili collaborazioni con grandi studi e grandi personalità: come nel caso del maestro Kisho Kurokawa per il concorso della stazione di Porta Susa a Torino (con Arup Londra per strutture e impianti), lo studio di Guido Canali per alcuni concorsi pro Olimpiadi invernali a Torino del 2006, o lo Studio 65 di Franco Audrito. Naturalmente la collaborazione con i miei genitori, entrambi architetti, è stata determinante per la mia formazione. Nel 2006 AEDAS (società mondiale di progettazione architettonica) ci propose di diventare loro partner (ovvero, di acquisirci): forse gli insegnamenti e la sensibilità maturata nelle passate esperienze mi hanno evitato di cadere in una situazione che avrebbe potuto diventare estremamente sgradevole.

 

Da sempre Studio Archicura lavora nel territorio di Alba e delle Langhe: che cosa significa fare architettura contemporanea in un territorio Unesco?

Dagli inizi, negli anni novanta, sono cambiate molte cose ed è cambiata la sensibilità sul tema, sia in positivo che in negativo. Da un lato sono aumentate la voglia di attualità e l’attenzione a nuove estetiche, spinte anche dal successo e dall’internazionalità dell’enogastronomia, dall’altro lato il riconoscimento Unesco (benvenuto, sia chiaro) non sempre è gestito con la dovuta preparazione e spesso si espleta in un eccesso di burocrazia, di paura verso il contemporaneo, di nostalgia delle forme passate per non correre rischi. Credo sia un peccato perché la tutela del paesaggio è sacrosanta, ma non significa per forza un suo congelamento nel tempo. Sarebbe come vietare alle automobili moderne dalle linee evolute di circolare in quelle terre. Il rischio di trasformare un’attenzione in una “prigione culturale” è alto e andrebbe ragionato con maggiore spessore, confrontandosi anche con il resto dell’Europa, in cui paesaggi altrettanto preziosi non mancano di certo.

Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se la progettazione dell’ospedale di Alba-Bra fosse stata avviata già sotto tutela Unesco; o se Cascina Adelaide, da noi disegnata sotto il Castello di Barolo, avesse dovuto essere vagliata dalla Commissione paesaggio, oltre che dalle varie associazioni pseudo vigilanti sulla zona “Core Unesco”. Eppure l’ospedale sta svolgendo un ruolo sempre più importante sul territorio, mentre Cascina Adelaide dopo 17 anni di attività è ancora oggetto dell’attenzione della stampa specializzata sia nazionale che internazionale.

 

Su quali progetti stai lavorando in questo momento? Hai anche tu indirizzato la professione nel campo dei Superbonus come hanno fatto molti professionisti?

Naturalmente la pandemia ha inciso molto sul mondo dell’edilizia e delle costruzioni in generale, prima rallentando se non addirittura bloccando completamente la produzione, poi accelerandola in maniera del tutto anomala grazie agli incentivi fiscali adottati per spingere la ripresa, come appunto il Superbonus 110%. Se l’improvvisa frenata è stata deleteria per un mercato già di per sé difficile, la ripresa dopata dal Superbonus non ha fatto altro che complicare ulteriormente i meccanismi. Questa elargizione a pioggia di agevolazioni di notevole portata economica, concentratissima nel tempo, regolata in maniera estremamente farraginosa e discutibile, non ha supportato la qualità, già non brillante, dell’architettura in Italia. Il cappotto applicato a qualsivoglia edificio porta un appiattimento estetico terribile. È un ottimo strumento per migliorare il rendimento energetico, ma va progettato all’origine e integrato fin da subito (noi lo utilizziamo dai primi anni novanta). L’idea di ristrutturare o costruire gratuitamente, o quasi, ha minato ancora di più la già scarsa attenzione alla qualità. Non so cosa succederà quando la giostra si fermerà, ed è per queste ragioni che noi abbiamo scelto di non salirci. Ho potuto constatare che anche chi si propone di sfruttare il Superbonus con qualità, poi troppo spesso cade nella triste trappola dello spreco, pur di rientrare nei parametri di un meccanismo che avrebbe voluto essere virtuoso ma, secondo me, si sta rivelando più negativo che positivo. Abbiamo quindi proseguito sulla nostra strada di sempre, di ricerca sia compositiva che tecnologica, aumentando lo sforzo innovativo, se possibile. In particolare, stiamo ponendo grande attenzione alle strutture lignee, interessante alternativa al tradizionale laterocemento o al metallo. Stiamo elaborando la sua applicazione a un grande complesso residenziale, ad alcune abitazioni unifamiliari e a un edificio per l’istruzione. Tali soluzioni meriterebbero pari attenzioni fiscali, che darebbero impulso vero al rinnovo e non solo al mercato dei ponteggi e degli isolanti, come sta accadendo in questi mesi.

 

A Torino, nel 1994, hai fondato Studio Archicura, e molto precocemente avete adottato il BIM. Che sviluppi intravedi?

A testimonianza del continuo sguardo verso il futuro, utilizziamo la tecnologia che poi sarebbe diventata il BIM dal 1995, traendone fin da subito enormi vantaggi in termini di controllo della qualità, della flessibilità e della rapidità nella produzione. Tuttavia, l’affermazione della figura del BIM manager non mi trova affatto entusiasta. Trattandosi “semplicemente” di una procedura tecnica di sviluppo, il BIM dovrebbe essere una modalità generale di lavoro, non il ruolo di una persona sola che adatta in un secondo tempo il lavoro sviluppato con tecniche vecchie di decenni a un formato particolare. È una totale deformazione del concetto. Ricordo che negli anni novanta, quando iniziò a diffondersi il 3D, accadde lo stesso: invece di avviare un processo compositivo tridimensionale fin da subito si diffuse la figura professionale del modellatore, che trasformava le consuete proiezioni ortogonali bidimensionali. Naturalmente, una specializzazione nel perfezionamento finale del prodotto al formato BIM ha un senso, ma dovrebbe trattarsi solo di un ultimo passaggio di confezionamento. Invece, l’attuale meccanismo rischia di essere visto come ulteriore aggravio, quasi esclusivamente burocratico. Anche qui temo che l’Italia sia indietro in Europa, dove la diffusione del BIM è quasi totale.

 

Tu sei molto noto anche come musicista elettronico, sia come solista che come componente del gruppo Larsen. In che modo architettura e musica possono essere considerate due diverse forme di progettazione estetica?

“La musica è architettura liquida, l’architettura è musica congelata”, diceva Goethe (qualcuno attribuisce il concetto a Friedrich Schilling o ad Arthur Schopenauer). Raramente concetti filosofici mi hanno trovato così concorde ed entusiasta. Architettura e musica sono discipline governate da molti principi comuni quali proporzione, equilibrio, ritmo, scansione, sorpresa, ricerca, sperimentazione, frammentazione, decostruzione e molti altri che, in egual intensità, coinvolgono i sensi dell’essere umano. Ecco quindi il doppio filo che lega nella mia vita (e non solo nella mia, naturalmente) i due mestieri. Entrambe le forme di progettazione estetica si nutrono l’una dell’altra, non solo nella composizione del prodotto finale ma, anche, nell’articolazione di come ottenerlo. La musica elettronica, in particolare, può prevedere la progettazione vera e propria del sistema per produrla, nonché la composizione di strumenti altamente personalizzati, assemblati incastrando elementi di varia natura provenienti da tutto il mondo (synth modulari, per fare un esempio, ma anche altri magici aggeggi elettronici ed elettroacustici). Architettura e musica sono mondi d’infinito interesse ed emozione e, ammetto con sincerità, spesso sono uno il rifugio nel quale nascondersi quando l’altro vive un momento difficile. È un vero peccato che non esistano altrettante agevolazioni fiscali per la musica, per la cultura in generale; sarebbe un bene non solo per il mercato ma, ancor di più, per lo spirito.

 

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Last modified: 24 Novembre 2021