Affollatissimo l’opening del padiglione russo curato da Strelka, giovane scuola di architettura nata sull’idea di un AA made in Russia. Neanche Bjarke Ingels vuole perdersi l’evento e si mette ordinatamente in coda. Entriamo nell’aulico padiglione e lo spazio si frammenta in una generica fiera commerciale articolata in stand, spazi piccoli e intimi in cui si promuovono ispirazioni architettoniche nate dalla cultura e dalla storia. L’allestimento è un gioco che si appropria delle formule della comunicazione di massa per veicolare i fondamenti di un’identità nazionale. Tre dei venti stand: Shaping inspiration selezione di icone architettoniche del Novecento stampate in 3D, modellini grigi e senza contesto urbano per un’esperienza random della storia dell’architettura russa e sovietica; dacha co op rappresentazione culturale di uno dei luoghi più rappresentativi dell’anima russa, Narkomfin ipotesi di riconversione per la collettività di uno dei più emblematici edifici di Mosca ormai in profondo degrado.
Fuori dal padiglione due generazioni di architetti a confronto: Alexander Brodsky, curatore del padiglione russo nella Biennale del 2006 apprezza moltissimo l’idea, di diversa opinione l’enfant prodige dell’architettura moscovita Boris Bernaskoni ci dice questo è un gioco, ma l’architettura non è un gioco. E lo dice lui che nel 2004 si guadagnò la copertina di «Abitare» con il progetto di una Matrioska, oggi in costruzione a Skolkovo, luogo periferiferico dell’area moscovita!

Russia: questo è un gioco, ma l’architettura non è un gioco




















