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Scritto da: Città e Territorio

Le timide rivoluzioni non rivoluzionarie dell’isla (in)feliz

Le timide rivoluzioni non rivoluzionarie dell’isla (in)feliz

l’avana. Scrivere di ció che sta succedendo ultimamente a Cuba, in qualsiasi campo, è un’operazione avventurosa. Il tempo sembra aver accelerato, e cicli che prima richiedevano decadi per compiersi vengono oggi compressi in pochi anni. Con un passato ancora da interpretare, un presente alla giornata e un futuro incerto, l’architettura cubana sta attraversando un momento particolare e contraddittorio e, al di là delle ovvie conseguenze di un’economia traballante di stampo socialista e di un trentennale embargo economico, sembra aver saltato delle tappe fisiologicamente importanti per lo sviluppo di una cultura architettonica coerente, che non è andata di pari passo con le grandi trasformazioni sociali generate dal processo rivoluzionario.
In un contesto dove la professione rimane del tutto statalizzata, gli architetti sono semplici impiegati sottopagati e la loro creatività è considerata spesso come ornamento prescindibile, l’Avana è il terreno ideale per analizzare una situazione che nella capitale trova la sua manifestazione più chiara. Palestra virtuale di decenni di schizofrenia urbana, la città sta diventando lo scenario di un progressivo mutamento d’immagine, dato anche dai cambiamenti socio-economici in atto. Lasciarsi alle spalle 40 anni di prefabbricazione e standardizzazione arbitrariamente imposte, scarsezza di materiali, insensibilità dei committenti (quasi sempre funzionari statali) e, più recentemente, una restituzione quasi scenografica del centro storico coloniale, non sarà facile, ma si avverte qualche timido segno di cambiamento.
Da un lato, la recente liberalizzazione di piccole imprese private (ristoranti e bar, piccoli negozi e servizi) e la legalizzazione della compravendita d’immobili residenziali aprono nuovi campi di azione per gli architetti, a lungo impossibilitati a intervenire autonomamente. Si spera in una pronta legalizzazione della libera professione, ma intanto neoimprenditori e proprietari spesso si arrangiano da soli e continuano inconsciamente una tradizione nazionale che vede l’architetto come figura quasi superflua nella configurazione dell’ambiente urbano, commettendo abusi e strafalcioni edilizi facilmente evitabili.
Dall’altro, a una scala urbana maggiore purtroppo ancora riservata al solo intervento statale, stanno prendendo forma i piani di riconversione del fronte marino del centro storico, dal lungomare al Porto vecchio (cfr. box). Si tratta dell’aspetto più interessante del piano di recupero dell’Avana vecchia, che in queste aree strategiche sta dando i migliori esiti, lontano dai vincoli imposti dalla fitta trama urbana. Si tratta di un’area di circa 2 kmq, comprendente 242 isolati e 3.500 edifici, che corrisponde al centro storico della città, dichiarato Patrimonio Unesco nel 1982. L’ente incaricato del recupero dell’Avana vecchia è l’Oficina del Historiador (probabilmente il piú attivo dal punto di vista architettonico, diretto dal 1964 dallo storico Eusebio Leal Spengler, con autonomia giuridico-finanziaria e cooperazione con Ong internazionali) che lavora da fine anni novanta (grazie a un decreto legge del 1993 che le ha conferito uno statuto speciale per sostenere autonomamente il restauro della zona) con un’equipe multidisciplinare di giovani professionisti, la Dirección General de Arquitectura y Urbanismo, suddivisa in diversi uffici, convertitasi nel tempo in un nucleo importante di ricerca e dibattito su problemi e opportunità dell’architettura contemporanea cubana, e critica verso i primi interventi dell’Oficina, spesso risolti in pastiche storicisti scenograficamente efficaci ma discutibili nel concetto.
I progetti qui illustrati non sono esenti da vizi e condizionamenti del passato, ma hanno il merito di proporre un positivo cambio di atteggiamento. Come sempre, il punto non é riuscire a costruire qualcosa bensì farlo bene, senza replicare soluzioni stracotte o importate: l’Avana non è Rotterdam e nemmeno Barcellona o Buenos Aires, tanto per citare alcune città portuali mitizzate dagli architetti locali. Non è necessario abusare del vetro high tech per essere contemporanei e globali, nè filari di palme o un rivestimento in pietra locale per rispettare il genius loci.
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Last modified: 18 Luglio 2015