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Antonio AngelilloWritten by: Professione e Formazione

Il grande progettista che detesta essere archistar

Il Leone d’oro alla carriera ad Álvaro Siza, che segue di pochi mesi l’assegnazione del prestigioso Premio Pritzker al suo più noto allievo Eduardo Souto de Moura, fa parte di una lunga stagione di riconoscimenti internazionali della recente storia dell’architettura portoghese di cui lo stesso Siza ha svolto l’indubbio ruolo di protagonista.
La sua genialità è stata immediatamente riconosciuta dai suoi contemporanei. Nei primi anni sessanta le sue opere prime (le piscine di Leça e il ristorante di Matosinhos) vengono pubblicate sulle principali riviste europee a fianco a quelle di Alvar Aalto e di Le Corbusier e rappresentano una vera e propria rivelazione per la loro capacità di mescolare linguaggi moderni e materiali tradizionali, sensibilità per i luoghi ed esigenze legate alla loro trasformazione. Grazie agli interventi di edilizia residenziale partecipata Saal di Porto, realizzati nell’ambito della rivoluzione dei garofani del 1974, e soprattutto al quartiere Malagueira a Evora, è l’unico architetto portoghese invitato all’esperienza Iba per la ricostruzione dei quartieri di Berlino Ovest bombardati durante la seconda guerra mondiale.
Ma la sua statura non deve essere misurata dai successi nei concorsi internazionali cui è stato invitato a partire da fine anni ottanta, dai premi (tra cui il Premio europeo Alvar Aalto e il Pritzker) o dagli innumerevoli studi e pubblicazioni di cui sono state oggetto le opere realizzate dopo l’ingresso del Portogallo in Europa (ricostruzione del Chiado di Lisbona, scuola di Setubal, museo di Santiago di Compostela, quartieri residenziali in Olanda ecc.) e che lo hanno reso tra i più affermati protagonisti dell’architettura contemporanea. La sua statura deriva dall’essere stato accolto da subito proprio da un ampio gruppo di architetti che, a partire dall’epilogo dei Ciam, intendeva costruire un nuovo percorso critico per l’architettura moderna, al di fuori delle accademie e delle dimensioni professionistiche dominanti; lo stesso gruppo che ha stimato e sostenuto Siza non solo per le sue doti quasi istintuali di disegnatore e progettista, ma anche per la tenacia delle sue idee e per la capacità di resistenza in un paese isolato culturalmente e distrutto economicamente dalle guerre coloniali volute dall’ultimo regime fascista.
Ristrutturazioni di negozi e appartamenti, piccole case unifamiliari, sistemazione di piscine, due agenzie bancarie: le piccole occasioni professionali offerte allora dalle condizioni del Nord del Portogallo rappresentano una vera e propria palestra per l’esercizio sperimentale costruttivo e linguistico, un patrimonio che Siza impiegherà nella fase della sua maturità e che influenzerà i suoi colleghi della facoltà di Architettura della locale Scuola di Belle arti, dove si formeranno decine di giovani architetti sotto la direzione di Fernando Távora.
Quella che impropriamente viene considerata la «Scuola di Porto», è stata elevata dal regionalismo critico di Kenneth Frampton come uno dei casi esemplificativi della capacità del Movimento moderno di rinnovarsi, mantenendo continuità di tecniche e linguaggi, ma anche di valorizzare il contesto fisico e culturale locale. Tale paradigma dell’architettura portoghese coniato dalla critica negli anni novanta non è stato più messo in discussione e viene tuttora impiegato dalla pubblicistica contemporanea per chiarire il ruolo di Siza nel contesto della cultura architettonica europea. Proprio dalle pagine della rivista internazionale «Casabella» diretta da Vittorio Gregotti, in quegli anni vengono sostenute e promosse posizioni della cultura del progetto che inquadrano la pratica professionale di Siza, ne definiscono i contorni e la rendono condivisa da generazioni di architetti non solo europei, proprio mentre i processi di globalizzazione affermano modelli diversi: quelli dello «star system» e dell’indifferenza degli interventi edilizi ai luoghi. Ma dai suoi recenti lavori in Corea al grattacielo per Rotterdam emergono con chiarezza la stessa coerenza di sempre che tende ad adeguare il metodo progettuale alle condizioni contestuali, la reinvenzione ad hoc del linguaggio architettonico, ma soprattutto la volontà di non piegarsi alle esigenze dell’affermazione del potere dell’immagine imposta dal mercato edilizio ormai globale e alla pura mercificazione della cultura architettonica.
La proposta del direttore della 13. Mostra internazionale di architettura, David Chipperfield, non si deve leggere quindi solo come un atto dovuto a uno degli interpreti più noti e pubblicati dell’architettura contemporanea, ma come il riconoscimento collettivo, prima che personale, di un’intera vita votata totalmente all’architettura come pratica artistica, come interpretazione soggettiva e critica del mondo in cui ogni progettista per la natura del suo lavoro è pienamente immerso.

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Last modified: 20 Luglio 2015