È tautologico affermare che il centro (nel senso della destinazione duso delledificio: civico, culturale, religioso, sportivo ecc.) deve saper «fare centro» (nel senso simbolico della percezione comune)? No, se il progetto è in grado dincarnare valori civili condivisi, sedimentandosi nella memoria collettiva. Se, in altre parole, sa «creare» (vocabolo impegnativo il cui uso andrebbe centellinato) un «luogo» pubblico: quello che, con le patine della storia, Aldo Rossi avrebbe definito fatto urbano.
Con modalità parzialmente differenti, le cinque realizzazioni qui presentate sembrano indirizzarsi su questa strada, sebbene il verdetto finale sarà sancito solo dalluso. Due parlano il linguaggio del rigore minimale e dellastrazione, puntando sul concetto di fuori scala. A Ranica il volume pare calato dallalto, un po come unastronave aliena che tuttavia riorganizza i fili dei percorsi. Lesito è quasi irreale e tende al patinato; ma averne, in Italia, di opere simili nei confronti delle quali trovarci a discutere circa i compiacimenti internazionalisti e i rischi di omologazione. In Alto Adige va ricordata ancora una volta la determinazione di una committenza che bandisce concorsi concretizzandone gli esiti, a costo di risultare impopolare perchè crede in una modernità che non si legittima attraverso facili mimetismi.
Altri due interventi accettano lesperienza della frammentazione senza aspirare a pacificanti sintesi unitarie. Di particolare rilievo il progetto di Erba, a partire dalla levatura della committenza: non solo per il proprio impegno sociale ma anche in quanto interlocutore consapevole del valore comunicativo dellarchitettura. Ne consegue unopera che è vera e propria metafora di stratificazione urbana, nellapparentemente casuale articolazione di spazi aperti e costruiti così come nellintegrazione di codici linguistici differenti; ma è anche una raffinata interpretazione concettuale del contesto padano e della sua dispersione insediativa, alla ricerca di strategie di densificazione. Non è infatti un caso che il dispositivo della copertura irregolare che «tiene insieme» i volumi edificati ritorni a Castelfranco Veneto, seppur in un intervento di minori ambizioni.
Ed è quasi ovvio che la costruzione di unidentità condivisa, quando si tratta di riannodare il filo dellesperienza spezzato da una tragedia, passi attraverso il diretto coinvolgimento degli utenti. Così avviene a Onna, dove la virtuosa cooperazione tra benefattori (compresi i progettisti che hanno lavorato a titolo gratuito) e residenti ci lascia in eredità un edificio volutamente massiccio e quasi espressionista, che evoca e al contempo esorcizza la memoria del sisma.
(Visited 155 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- L’eredità di Enrico Griffini, nella sua fabbrica 8 Novembre 2026
- Premi Mies: recuperi, allestimenti, temporaneità 7 Novembre 2026
- Archivi, come cambiano i luoghi della memoria 6 Novembre 2026
- Pino Musi: per un’architettura della fotografia 3 Novembre 2026
- Piatti doccia e box: coordinare quote e ingombri nel progetto del bagno 3 Novembre 2026
- Zagabria, il nuovo stadio è un (desolante) intrigo politico 2 Novembre 2026
- Un’Arena da lasciare in pace (almeno un po’) 1 Novembre 2026
- L’archiviaggio. Paesaggi trentini, nuove minute geografie 1 Novembre 2026
- Tubi e non solo. Antonio Colombo apre il suo archivio 30 Ottobre 2026
- Il grande formato in cucina: quando il forno da 90 cm ridefinisce il progetto 28 Ottobre 2026
- I migliori spazi pubblici lottano per il clima 28 Ottobre 2026
- Ex Olivetti, parla la Soprintendente: l’emergenza diventi un’occasione 27 Ottobre 2026
- Francesco Somaini e quel (difficile) rapporto di Milano con la natura 27 Ottobre 2026
- Gianni Berengo Gardin, l’architettura non in posa 27 Ottobre 2026
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata






















