La pubblicazione del primo decreto legislativo che attua il cosiddetto federalismo demaniale è, al di là delle tecnicalities che devono ancora essere messe a punto, un atto di continuità politica. La data, il 24 maggio, potrebbe persino far nascere inquietanti accostamenti. Ma al di là della possibile ironia, questo avviene perché appare solo lultimo, in ordine di tempo, di una serie di atti, tutti tesi a mettere in discussione i fondamenti del rapporto che lega un diritto (quello pubblico) e un bene non riproducibile (il territorio).
La natura pubblica dei beni non riproducibili è stata il fondamento non solo di politiche (quelle urbanistiche come quelle sulla scuola o la salute), ma anche il fondamento delle normative che, dagli anni ottanta dellOttocento, hanno dato forma alle società democratiche e alle loro istituzioni. Anzi, lungo il secolo, la percezione che era proprio la limitatezza del bene a suggerire quelli che oggi si chiamano vincoli al loro uso, rappresentava lincipit di politiche che dai servizi si sono estese alla casa. Se si vuole, il Novecento è lattuazione, più o meno riuscita, del diritto anglosassone che si fonda sulla natura pubblica e condivisa dei commons, beni non solo non negoziabili, ma necessari alla stessa coesione di una comunità.
Un discorso che può apparire astratto, ma che purtroppo non lo è. Lo smantellamento di quello che si chiama, ormai solo più come una litania, «stato sociale» o welfare state, inizia, per il piano che interessa, con le misure riguardanti la finanza locale, con il cardine di quello che un tempo si chiamava autonomia e oggi si chiama federalismo. Interventi che, al di là dellabolizione dellIci, hanno nel patto di stabilità il loro cardine. Che cosa determinano questi interventi, senza che a una sottrazione di diritti, si sia sostituito un altro quadro di norme? Il cuore della vicenda è ancora un cosiddetto riformismo (bisognerebbe aver cura delle parole!) senza creazione di responsabilità (che ne dovrebbe essere il cuore, peraltro).
I comuni si sono trovati a esercitare una serie di servizi, cui erano delegati, così come le regioni, senza poter determinare su quali basi, non solo economiche, ma anche costituzionali, li potevano esercitare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. I comuni sono costretti a far mercato di diritti (in primis quelli edificatori), mentre il decreto in questione, sottoponendo lalienazione alla valorizzazione, non è che un altro dei passi su questa strada.
Nonostante le precauzioni che il decreto contiene, la possibilità di variare la destinazione duso, come cardine del processo di valorizzazione, mette di nuovo laccento sui diritti, ancor più che sulla possibile privatizzazione di beni storici e ambientali.
Un Comune, se vuole «valorizzare» un bene deve mettere mano allo statuto del bene storico che è statuito dal suo essere prima di tutto riconosciuto come patrimonio pubblico. Non si può che concordare con Salvatore Settis sul pericolo di unItalia Spa. Con tre notazioni aggiuntive.
Quale federalismo, anche dal punto di vista costituzionale, è quello che si fonda sulla necessità per le autonomie di vendere diritti, garantendo magari un restauro in cambio di edificabilità, anche in altre parti del territorio?
Qual è la percezione che oggi ha la società di quanto si stiano minando, non solo i demani, che sono stati gli strumenti fondamentali di politiche territoriali dello Stato unitario, ma il loro stesso fondamento giuridico? Ciò che tiene unita una comunità è la condivisone di beni non alienabili, la cui cura forse deve essere un altro degli elementi costitutivi della coesione.
E ancora. Quale strano «riformismo» è quello che si fonda sullinesistenza di valori non commercial, per usare le parole di William Fisher (docente di Intellectual Property Law a Harvard), e quello che lascia come unica responsabilità alle autonomie il far cassa con i diritti? Neanche Carl Schmitt, nel suo intervento al seminario su «Scontri di civiltà» nel 1959, avrebbe sospettato che una così radicale assenza di valori sarebbe arrivata ad affermare una nuova tirannia, quella del riduzionismo mercantile di ogni valore. Non è Heidegger a trionfare, ma una cattiva e mal digerita lettura di Adam Smith.
(Visited 78 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- Concorsi di paesaggio, senza paesaggisti 17 Luglio 2026
- Tavolo salvaspazio allungabile: la soluzione intelligente per ambienti piccoli e multifunzionali 17 Luglio 2026
- Venezia, città a breve termine 15 Luglio 2026
- Ri_visitati. Museo Nivola, traccia delicata in un paesaggio senza tempo 14 Luglio 2026
- Elisa Valero: Sognate, architetti, sognate 14 Luglio 2026
- Ettore Sottsass, l’architetto che fa domande 13 Luglio 2026
- UIA, dove vai? 13 Luglio 2026
- Neuroestetica dell’abitare: come la casa stimola risposte nel nostro cervello 13 Luglio 2026
- Ritratti di città. Aarhus, bella e ci vivrei (a poterselo permettere) 11 Luglio 2026
- Tante idee, molte code, poca architettura 10 Luglio 2026
- Nel Bosco (Colto) dove si coltiva il futuro 8 Luglio 2026
- Oltre il verde: Turenscape e i progetti-spugna 8 Luglio 2026
- Backrooms: il film delle stanze oltre il limite 7 Luglio 2026
- Terre rare: i materiali contano 7 Luglio 2026
Tag
abitare
alejandro aravena
allestimenti
anniversari
arte contemporanea
biennale venezia 2016
biennale venezia 2018
Chiese
cina
compatibilità ambientale
concorsi
congressi
coronavirus
Dalle Aziende
docomomo
fiere
francia
germania
IN/ARCH
infrastrutture
INU
lettere al Giornale
libri
Milano
mostre
musei
napoli
paesaggio
parigi
patrimonio
Pianificazione
premi
reporting from the front
restauro
rigenerazione urbana
ritratti di città
Ri_visitati
roma
sicilia
spazio pubblico
territorio fragile
torino
triennale milano
università
venezia
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata




















