I primi anni del nuovo secolo hanno visto uscire di scena molti importanti architetti italiani, fra i quali alcuni autentici protagonisti: ultimo, in ordine cronologico, Guido Canella. Ma il ruolo giocato dai maestri rispetto alle generazioni più giovani, non diversamente da ciò che si verifica per quelli «classici» del movimento moderno, è cambiato: la maggior parte di essi è stata prematuramente consegnata a una regione di separatezza ideale: si è insomma verificata una vera e propria dismissione, frutto di una cesura generazionale che ha determinato un grave spreco di esperienze. I maestri abitano così oggi una bolla culturale che non consente più il ricorso operativo ai loro linguaggi: Franco Purini ha recentemente osservato che «come Palladio e Michelangelo non possono più offrire soluzioni immediate, ma solo temi e percorsi conoscitivi spesso di difficile lettura se non avvolti da unaura esoterica che li rende quasi inaccessibili, Frank Lloyd Wright e Le Corbusier, assieme ad Adolf Loos, Mies van der Rohe, Alvar Aalto, Giuseppe Terragni, Adalberto Libera e tanti altri protagonisti dellarchitettura del Novecento, non sono più in grado di alimentare la ricerca contemporanea con modelli e linguaggi veramente operabili. La cultura compositiva e la stessa cultura storica si affacciano oggi su un vuoto, una vertigine tanto esaltante quanto preoccupante, che va misurata alla luce di nuovi paradigmi teorici e sulla base di obiettivi anchessi del tutto riformulati» (La misura italiana dellarchitettura, Roma-Bari 2008, p. 83).
La causa principale di tale stato delle cose è sostanzialmente riconducibile alla diffusione della tecno-cultura digitale. Per limitarci allambito didattico, va detto che, se da un lato gli studenti disegnano con il computer con risultati spesso eccellenti, non per questo sanno progettare: la modellazione 3D offre risultati immediati e deffetto, ma non ha quasi niente a che vedere con la struttura, il funzionamento, la spazialità interna o la sostenibilità di una fabbrica. Va poi detto che il computer, con i suoi molti indiscutibili meriti, è probabilmente fra i principali responsabili della passività intellettuale che caratterizza chi studia oggi architettura: passività difficile da scuotere, che ignora o aggira le difficoltà, evita di approfondire, cerca scorciatoie in ogni percorso di ricerca, in un generalizzato «copia e incolla» che ha come unico risultato latrofia del pensiero architettonico. Le nostre facoltà sono dunque in crisi, la loro competitività è minima e il numero degli stranieri che sceglie di studiare nel nostro paese sempre più esiguo.
Ma le preoccupazioni valgono anche a livello disciplinare e professionale. Con il primo intendiamo tutto ciò che fa tradizionalmente parte della sfera architettonica e tutte le leggi che ne regolano lesistenza. Il paesaggio italiano è aggredito in maniera ormai irreversibile e, in particolare nelle regioni meridionali, la situazione è aggravata dallincontrastata presenza dellabusivismo. La qualità sempre più rara. Colpa degli architetti, che non sembrano mediamente in grado di fare buona architettura; ma anche del fatto che una parte consistente di ciò che viene realizzato non passa attraverso alcun vaglio progettuale o non è comunque sotto il controllo di un architetto. Per rendersi conto di come sia difficile costruire buona architettura nel nostro paese basti ricordare che, se si tratta di unopera pubblica, una volta che larchitetto ha elaborato la sua proposta, la progettazione esecutiva e la direzione dei lavori possono essere affidati solo dopo lespletamento di una gara in cui il principale parametro di giudizio è legato alla consistenza dellofferta economica: se laggiudica insomma chi si fa pagare meno. Per quanto riguarda ancora la condizione professionale, va detto che essa è resa almeno difficile dal numero esorbitante di progettisti, peraltro in costante aumento. Così, nonostante la recente espansione del mercato delle costruzioni, la professione gode di uno stato di salute tuttaltro che buono: fatturati bassi, studi mediamente piccoli, scarsa professionalità.
Possibili soluzioni? In primo luogo va ricordato che larchitettura è soprattutto «arte del fare». Si tratta di una questione centrale dimenticata dai nostri ordinamenti didattici. La ridondanza della dimensione conoscitiva e storico-critica allinterno delle scuole va soprattutto a discapito della più sperimentale, e rischiosa, dimensione operativa del «fare», quando è proprio questultima a «fare la differenza»: è necessario dunque ricomporre la cesura determinatasi rispetto alla lezione dei maestri. In secondo luogo va detto che lorizzonte professionale è oggi assolutamente globale: ammesso, e non concesso, che il lavoro sia poco in Italia, è comunque moltissimo allestero. Ma per accedervi è necessario essere altamente competitivi. Rimbocchiamoci le maniche.
(Visited 57 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- Modena ricorda Ada Defez: progetti politici 20 Aprile 2026
- Max Bill, la bellezza concreta del colore 19 Aprile 2026
- Speciale Giornata mondiale dell’acqua 2026 15 Aprile 2026
- Nuovi, celebrati, già demoliti. La strana parabola dei parcheggi di Christian Kerez 14 Aprile 2026
- Quo vadis architetto? Antoni Gaudí, visioni tra passato e futuro 14 Aprile 2026
- Mario Carrieri (1932-2026) 14 Aprile 2026
- Il concorso per il Corso. Vicenza e l’ex Cinema, futuro hub culturale 11 Aprile 2026
- Ritratti di città. Jakarta, capitale (la più grande) che affonda 11 Aprile 2026
- Vivere sul confine. Dove una linea divide le case, e una biblioteca unica 8 Aprile 2026
- Lella e Massimo Vignelli, la chiarezza di traiettorie trasversali 8 Aprile 2026
- DDL sul Codice edilizia, i rischi nelle osservazioni dell’INU 8 Aprile 2026
- Torino, un Piano di regole, ma soprattutto di governo 7 Aprile 2026
- Libri (esigenti e provocatori) per capire l’Italia 6 Aprile 2026
- Maxxi, laboratorio urbano in continuo adattamento 5 Aprile 2026
Tag
abitare
alejandro aravena
allestimenti
anniversari
arte contemporanea
biennale venezia 2016
bologna
Chiese
cina
compatibilità ambientale
concorsi
congressi
coronavirus
Dalle Aziende
fiere
firenze
fotografia
francia
germania
infrastrutture
INU
lettere al Giornale
libri
Milano
mostre
musei
napoli
paesaggio
parigi
Pianificazione
premi
recupero
reporting from the front
restauro
rigenerazione urbana
ritratti di città
Ri_visitati
roma
sicilia
spazio pubblico
territorio fragile
torino
triennale milano
università
venezia
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata




















