MILANO. In unaula gremita del Politecnico di Milano gli studenti aspettano pazienti Adelaide Acerbi Astori. Nonostante la neve e la pigrizia. La porta si apre e il suo sorriso illumina lo spazio. È minuta, capelli scuri corti e grandi occhi nocciola, vestita interamente di rosso, dal paltò alle scarpe – «una mise coraggiosa per una donna coraggiosa», penso – e intanto la classe ammutolisce al suo incedere. La sua postura, i suoi gesti, le sue parole, tutta la sua persona emana fierezza e dolcezza, forza e sicurezza; ma non quella banale del censo che si misura in simboli di status, quanto piuttosto la sicurezza di chi ha avuto il privilegio di vivere la vita che voleva e per questo può permettersi il garbo della misura, la sobrietà dei desideri, i lussi indomiti della conoscenza.
Con nonchalance Adelaide scende dalla cattedra e chiede che cosa vogliamo che ci racconti. Abituati a relatori che preferiscono le proprie affermazioni alle domande gli studenti appaiono disorientati da tale cortese anticonformismo, restano in silenzio finché una ragazza risponde «tutto». E così sia. «Mi ero trasferita a Milano nel dicembre del 1967 a 21 anni», attacca decisa, «e già pensavo di cambiare il mondo. Studiavo scenografia e volevo occuparmi di teatro. Eravamo pochissimi e con un lavoro garantito, erano tempi felici ». Segue la tesi su Bruno Munari, il diploma in scenografia allAccademia di Brera, poi lincontro con suo marito, Enrico Astori con cui fonda nel 1968, insieme alla cognata Antonia, la Driade, il cui nome deriva dalle «fate della terra, le bellissime ninfe dalla pelle di corteccia». Del resto sono «gli anni dellimmaginazione al potere» e la Driade non esita a mischiare la solida tradizione della casa borghese con lirriverente esprit sessantottino. Il «Frate» di Enzo Mari lo dimostra e dalle parole di Adelaide emerge la passione di un lavoro che coincide con la vita stessa, vi si sovrappone in un percorso personale e professionale che nulla concede allostentazione e allopulenza, quintessenza delletica borghese che ha fatto di Milano la capitale del design e della Driade uno dei suoi riferimenti. Lei si occupava della grafica, del merchandising, del packaging, della comunicazione in generale: «non avrei potuto né voluto fare altro», aggiunge, e si capisce che la sua idea di comunicazione è profondamente diversa dallarida overdose di informazioni che ci viene somministrata oggi. «Alle pagine pubblicitarie abbiamo preferito i manuali a tema che spiegavano quale fosse il problema dellabitare, i diversi ambienti della casa come la cucina, una sezione con la storia del design, vendendo nelle edicole fino a 35.000 copie». Il Compasso doro del 1981 per limmagine coordinata premia la comunicazione intelligente della Driade, ma soprattutto rende palese la promozione, ostinata e tenace, della cultura del progetto diffusa da Adelaide con i libri catalogo «DE Driade». Curati da storici e critici quali Renato de Fusco (che solo per lei, piombata a Napoli per presentargli il progetto, rinuncia per unintera settimana al riposino pomeridiano), Lea Vergine, Vanni Pasca, Benedetto Gravagnuolo, divengono dei riferimenti internazionali. Adelaide parla velocemente, gesticolando per eludere il pudore dei sentimenti quando emergono aneddoti personali, come la tenerezza per i nipoti, Sofia e Santiago o la passione per la musica e per la Scala. Tratteggia lo splendore della Milano degli anni Sessanta, la vivacità intellettuale di quella élite da cui è nato il design italiano, la logica del profitto ribaltata da quella della bellezza, il design come sismografo temporale. Cita come esempio i sistemi cucina della Driade progettati da Antonia Astori e spiega che sono nati dalla consapevolezza che la casa borghese, perenne e immutabile con il suo salotto buono e i ninnoli polverosi, non aveva più senso per i giovani e per la loro voglia di mobilità; e la Driade non poteva restare indifferente a questo cambiamento epocale. Adelaide adora i giovani e non soltanto perché rappresentano la sua platea, ne apprezza lenergia e la freschezza, ne indirizza il talento, lo stesso che suo marito riesce a percepire con intuito da rabdomante. I giovani di cui ci parla si chiamano Philippe Starck, «un ragazzo brufoloso e incredibilmente determinato», che bussa alla porta del negozio di Parigi con numerosi disegni sotto il braccio e da quella porta entra nellolimpo del design internazionale; Ron Arad «uno scultore con il senso del mercato» che con la Driade sperimenta fino allossessione nuovi materiali e nuove tecnologie; ma anche Borek Sipek che, «una volta arrivato alla Driade, si mise a lavorare come uno scultore tra gli operai, realizzando modelli di imbottito proprio con i chiodi»; e ancora Ross Lovegrove, Oscar Tusquets, Toyo Ito o Tokujin Yoshioka per un totale di oltre 60 designer. Linguaggi radicalmente diversi, dal neo barocco al minimal che disegnano le mappe di un design unitario nella diversità, anticipazione di quella globalizzazione liquida che da lì a poco rappresenterà il paradigma della contemporaneità. Viaggiare rappresenta del resto il più potente strumento di conoscenza per Adelaide ed Enrico e per le loro figlie Elisa ed Elena che girano il mondo alla ricerca di nuovi talenti, nuove idee, nuove tecnologie produttive. Gli ultimi in ordine temporale sono lindiano Mann Singh con le sue meravigliose ciotole dorate o la cinese Xie-Dong, autrice della collezione in «Bone China»: dimostrazione della vivacità creativa di paesi solitamente lontani dalla qualità del progetto. Generosa fino in fondo, Adelaide ci lascia con un suggerimento: «sono convinta che per fare il designer occorre conoscere le storie, del design ma anche dellarte e dellarchitettura;isogna essere curiosi, studiare molto ma soprattutto essere molto ottimisti». Adelaide Acerbi Astori è morta a Milano il 29 luglio. Troppo presto, troppo in fretta.
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