PORDENONE. «Probabilmente scultura»: così, accanto a metallurgia e pittura, Harry Bertoia nel 1937 indicava le proprie preferenze per le materie da seguire alla Cranbrook Art School. Come precisa Marco Minuz, che ha coadiuvato Gilberto Ganzer, curatore della mostra da poco inaugurata, è questa «la prima testimonianza cartacea della passione per il disegno e per la pittura che animava Bertoia», discipline però già da lui sperimentate in terra italiana, prima di emigrare con il padre. Dopo il convegno di studi preparatorio e le anticipazioni dello scorso anno presso la casa avita nel paese natale («Il Giornale dellArchitettura», n. 65, settembre 2008, p. 41), dedicate alla ricollocazione di Bertoia nel territorio, ecco ora la mostra, che si sviluppa in due diverse sedi in centro città.
Di Bertoia generalmente non si conosce molto oltre la celeberrima «Diamond Chair» (Knoll). È forse questa laspettativa maggiore, per chi si interessa di design, rispetto alla mostra pordenonese: che cosa si trova dietro, prima e oltre questoggetto? La scoperta che attende il visitatore è proprio questa: un ritratto il più possibile completo, un panorama, anche se non esaustivo, su Bertoia, senza lossessione, per lo meno in mostra, di una classificazione aprioristicamente netta, designer o artista, o viceversa. Per il territorio, invece, cè la riappropriazione, un po tardiva, di un ingegno locale: prima di Harry, cè Arieto Bertoia, nato nel 1915 a San Lorenzo di Arzene; il padre, avute ripetute notizie delle spiccate abilità del figlio, a quindici anni decide di offrirgli migliori opportunità ritornando a casa per portarselo oltreoceano. Dopo aver ottenuto il diploma presso una scuola superiore di Detroit dove frequenta corsi in disegno, pittura, lavorazione metalli e progetto, ottiene una borsa di studio alla Cranbrook Academy of Art e, ultimati gli studi, gli viene offerta la direzione del dipartimento di artigianato metallico. In questa importante scuola si trova a stretto contatto con figure di primo piano nel campo dellarchitettura e dellarte: lavora con Eero Saarinen e con gli Eames, assorbendo le più interessanti tendenze artistiche, anche conoscendo di persona più di qualche eccellente émigré transfugo dallEuropa. Per un periodo, dal 1943 al 1946, invitato dagli Eames, si trasferisce e lavora presso di loro in California, proprio intorno al tema della sedia in un multiforme team che si scioglierà più tardi, forse a causa di dissapori derivati dallattribuzione esclusiva a Eames di un lavoro comune per un concorso bandito dal MoMA.
Quando, qualche anno dopo, Florence Knoll gli chiede di collaborare con la sua azienda, Bertoia ha ormai non solo maturato la sua propria esperienza di artista grafico ma anche intrapreso quella di scultore, sicché «Diamond Chair» si colloca allintersezione di multiformi saperi ed esperienze, in campo artistico e tecnico: Bertoia crea una sedia che ha valenze scultoree e si rapporta allo spazio tramite trasparenze e levità, senza però perdere di vista, anzi, traendo maggior forza dallo studio della funzionalità e dellergonomia, dando così luogo a un vero prodotto di disegno industriale.
Fatta la sedia, nonostante la rilevante fortuna internazionale del pezzo, Bertoia sceglie di votarsi esclusivamente al vasto territorio dellarte. In particolare alla scultura, creando molte affascinanti opere dalle quali un progettista sensibile, un designer, oggi può trarre ispirazioni dallinusuale plasticità della materia tratta ta, dalla struttura , dai volumi e dalla finitura. Lesposizione dà conto della multiforme e corposa opera suddivisa in varie sezioni. Capitolo molto interessante è quello relativo alle sculture sonore di varia foggia e misura, costruite per dei «sonambient» nei quali, a cavallo degli anni settanta Bertoia ha registrato oltre 300 nastri magnetici poi riversati in più Lp di vinile. Loccasione del contatto vivo con queste opere e le loro particolari sonorità è esperienza decisamente singolare.
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