Nei cantieri della modernità

by • 20 giugno 2014 • Reviews1396

BERGAMO. È in corso presso la sede della Perofil la mostra «Giuseppe Gambirasio & Italomodern», promossa e organizzata dall’Ordine degli Architetti di Bergamo in collaborazione con la stessa azienda bergamasca leader nel settore dell’abbigliamento intimo. Si tratta di un’esposizione in due sezioni: la prima «Italomodern, Architektur in Oberitalien 1946-1976», a cura degli austriaci Arno Ritter, Martin e Werner Feiersinger, ripercorre, attraverso una selezione di 84 edifici, la straordinaria stagione dell’architettura del Norditalia del dopoguerra. Presentata a Innsbruck nel 2012, arriva per la prima volta nel nostro Paese. La seconda, a cura di Christoph Mayr Fingerle e di Marco Tomasi, è dedicata a Giuseppe Gambirasio, uno dei più importanti interpreti in ambito bergamasco di quella stagione. La sua opera, già inclusa nella selezione di Italomodern, viene presentata attraverso quattro architetture (tra cui la stessa sede Perofil, oggi ancora perfettamente conservata e funzionante) progettate tra il 1960 e il 1976 e raccontate con materiali originali (disegni, schizzi, fotografie e plastici) e con una installazione video di Luca Santiago Mora.

Invisibili. Scomparse agli occhi dei passanti frettolosi e di chi le frequenta quotidianamente. Normalizzate dalla consuetudine. Dimenticate. Sono le architetture della modernità italiana, figlie delle speranze e delle utopie del dopoguerra, del boom economico. Architetture di un paese in fermento, che sperimentava con innovazioni originali, a volte dirompenti, ma soprattutto lontane dai diktat dell’ortodossia modernista. “Architetture che – ci ricorda Fulvio Irace – anticipavano il futuro invece che rimpiangere il passato”. In realtà su quelle architetture e su quel periodo storico così denso e dibattuto si è tornati da qualche tempo a fare luce, cercando finalmente di affrontare il tema senza pregiudizi e in maniera non ideologica. Questione assai delicata, soprattutto in un paese come l’Italia dove lo scontro ideologico ha spesso costituito lo sfondo quando non la trama del racconto di quegli anni. In questa difficile operazione ci aiuta un progetto molto interessante – e, paradossalmente ma non troppo, straniero – intitolato per l’appunto «Italomodern», “un piccolo gioiello di ricerca sul campo”, un viaggio di scoperta (o di riscoperta, come lo erano i grand tour architettonici dell’800) nel “cuore nobile dell’Italia della ricostruzione” a cura di due fratelli austriaci, Martin e Werner Feiersinger (il primo architetto, il secondo scultore e fotografo), iniziato nel 2005 e sfociato in una pubblicazione (2012) e in una mostra itinerante. La mostra infatti approda, prima tappa italiana, a Bergamo. E ci parla di edifici diversissimi tra loro per carattere architettonico, accomunati solo dall’essere figli di un approccio fortemente sperimentale: una ricerca di coerenza formale fuori dai canoni del modernismo, fatta di poetiche nate da un “processo di continua reinvenzione”. A conferma dell’esistenza di una “via italiana alla modernità”, il cui tratto specifico – sostiene Cino Zucchi – è stato il suo esprimersi con ‘‘innesti’’ in contesti urbani stratificati: «una modernità anomala, che procede interpretando e incorporando gli stati precedenti attraverso “metamorfosi continue”». Non si è trattato quindi solo di un problema di linguaggio (o di rottura dei codici), ma di un nuovo modo di concepire il progetto, di prefigurare spazi adatti alle nuove necessità e ai nuovi stili di vita. Di “esperimenti” a tutti gli effetti, che hanno proposto un approccio più libero nella ricerca sulle nuove forme dell’abitare, nuovi modi di relazionarsi con la città e di integrare al proprio interno le funzioni urbane. Una nuova idea di città insomma. Peculiare e specificamente italiana. Per evidenziare questo tratto Martin Feiersinger sottolinea «l’incredibile ampiezza, vivacità e versatilità del panorama architettonico italiano del dopoguerra, lo sviluppo simultaneo di scuole e posizioni completamente differenti» e afferma la necessità di non interpretare la definizione “anomalia italiana” in chiave riduttiva. Le “deviazioni” dell’esperienza italiana vanno intese, a suo avviso, come «importante contributo allo sviluppo dell’architettura moderna internazionale: il rifiuto di un modello rigido e la svolta verso un’architettura più complessa, sensuale e contestuale”». Se questa “revisione italiana” al moderno, questa “altra modernità” è passata in primo luogo attraverso le opere e il pensiero di maestri riconosciuti (Albini, Bottoni, Gardella, Rogers), la cosa stupefacente è la grande qualità dei numerosi episodi cosiddetti minori che caratterizza il contesto di quegli anni che la ricerca dei fratelli Feiersinger ha il merito di riportare alla luce: come una sorta di “guida all’Italia dimenticata” ci illustra la ricchezza in questo senso della provincia italiana e le molteplici sfaccettature del fenomeno. Un vero e proprio repertorio di soluzioni spaziali inedite.

IL RUOLO DI BERGAMO. All’interno del progetto Italomodern Bergamo ha un ruolo d’eccezione: ben sei edifici bergamaschi compaiono infatti nella pubblicazione. «Una scena architettonica forte – ricorda Feiersinger –, nella quale le varie tendenze internazionali non sono state semplicemente imitate, ma elaborate e ben “digerite”, facendo nascere qualcosa di indipendente». Un riconoscimento dell’apporto della ricerca fatta a Bergamo, ricerca derivata da un fermento e da una vivacità culturale che affonda le sue radici nella stagione delle avanguardie e si consolida verso la fine degli anni 40 – nel 1949 la città ospita il VII Congresso Internazionale di Architettura Moderna – quando emerge Giuseppe Pizzigoni (1901-67) quale di figura chiave nel passaggio da un’architettura fatta di esperienze coraggiose e isolate (e di poetiche personali) a un’architettura intesa come risposta organica di scala urbana. «Nello sviluppo di Italomodern – conclude l’architetto austriaco – il ruolo di Bergamo è stato particolarmente significativo»: non a caso qui inizia (Giuseppe Pizzigoni, Casa Minima, 1946) e termina (Giuseppe Gambirasio, Giorgio Zenoni, quartiere residenziale di via Carducci, 1976) l’itinerario proposto dall’esposizione. Un viaggio che dà quindi conto di un contesto locale dinamico e plurale, fatto di decine di edifici di grande interesse, per i quali la sperimentazione rappresenta il carattere principale e il tratto distintivo. Tra questi possiamo senza dubbio annoverare la nuova sede dell’industria tessile Perofil (1960) di Giuseppe Gambirasio (1930), «un imponente quanto razionale palazzo industriale». Operazione progettuale di ricerca a tutto campo (dettagli, tecnologie innovative, procedimenti costruttivi e di messa in opera), resa possibile dall’apertura e dallo spessore culturale del committente Aldo Perolari (1905-1999) e dalla preparazione tecnica di tutti gli attori coinvolti. «Una straordinaria esperienza formativa» ricorderà Gambirasio parecchi anni più tardi. «Uno dei più bei contenitori industriali italiani del dopoguerra». L’edificio che ospita la mostra in un allestimento coerente e site specific, che lascia libere le pareti della fabbrica.

(articolo uscito sul «Corriere della Sera» -edizione Bergamo- giovedì 5 giugno 2014)
“Giuseppe Gambirasio & Italomodern” Perofil – via Zanica 14, Bergamo 6-25 giugno 2014 orari: lunedì/venerdì 9-12/14-18 previo appuntamento telefonico 035 319333


Tag


Pin It

Comments are closed.