Renzo Piano alla ricerca di Atlantide

by • 25 Settembre 2018 • Mosaico, Reviews5016

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Una retrospettiva celebra i 50 anni di carriera del maestro presso la Royal Academy of Arts di Londra, fino al 20 gennaio 2019

 

LONDRA. Con una retrospettiva che celebra 50 anni di carriera in occasione del suo ottantunesimo compleanno, la Royal Academy of Arts di Londra rende omaggio a Renzo Piano, architetto italiano tra i  più apprezzati nel mondo e Royal Academician.

La mostra, curata da Kate Goodwin, responsabile della sezione Architettura della RA in collaborazione con Renzo Piano Building Workshop, è ospitata nelle nuove Gabrielle Jungels-Winkler Galleries, recentemente rinnovate da David Chipperfield Architects e inaugurate quest’anno in occasione dei 250 anni dell’istituzione che fu fondata nel 1768.

Il titolo della mostra è la sintesi di un Manifesto che attraversa con coerenza l’intera opera di Piano dagli anni Settanta ad oggi. L’ambizione dell’arte, della poesia, della bellezza sono quindi il filo conduttore, le mete effimere perseguite negli anni con strumenti altrettanto inafferrabili come la trasparenza, la luce, la leggerezza. A questo proposito, Piano afferma che «la bellezza è quando l’invisibile diventa visibile», quando cioè l’immateriale prende forma, «vince sulla gravitas»  ed eleva la qualità dei luoghi. «La bellezza», ribadisce Piano, «può riuscire a cambiare il mondo, ma è come la ricerca di Atlantide, inafferrabile, forse irraggiungibile e sicuramente indefinibile. Possiamo però vederne la sua manifestazione, quando lo spazio umanizza la vita degli uomini, dove vivere diventa vivere civile, dove l’urbe diventa civitas».

La coerenza della ricerca di Piano rafforza la sua visione. Una ricerca rivolta ad un’architettura con radici legate alle avanguardie nordiche che non segue i dogmi del Modernismo italiano del Novecento. Una ricerca vincente che, però, ancora oggi stenta a diventare “scuola” nel nostro Paese. Piano ricorda anche che «l’architettura è l’arte di raccontare delle storie»; l’architettura è cioè una narrativa culturale e soprattutto sociale. Ecco il secondo fil rouge della mostra che presenta la tecnologia come una scienza umanizzante, uno strumento al servizio dell’avanzamento sociale.

L’arte di costruire, la poesia del dialogo immateriale, il ruolo sociale dell’architetto, l’importanza della qualità dello spazio pubblico diventano criteri progettuali che non s’identificano con un’estetica precostituita ma con una metodologia della progettazione, legata al design industriale, al dinamismo dello spazio e delle superfici, all’innovazione e alla sostenibilità del processo edilizio.

Così, Piano ha la forza di trasformare le regole in principi, lo stile in etica. Ed è questo il senso ultimo dell’architettura contemporanea di cui Piano è tra i massimi protagonisti.

La mostra

Di grande rigore e raffinatezza, mirata a presentare la fase progettuale e il metodo di lavoro più che gli esiti formali e il compiacimento estetico. Poche quindi le fotografie: una scelta coerente che rende però difficile la visualizzazione delle opere per i neofiti e non addetti ai lavori. Sorprendente invece per coloro che vogliono conoscere gli strumenti del “backstage” di RPBW: molti infatti i documenti inediti disposti sui tavoli, concepiti come tavoli di lavoro circondati da sedie come durante una riunione di studio. Meno a fuoco l’impegno politico sulla riqualificazione delle periferie e il teamwork in studio. Una rassegna imperdibile per approfondire la metodologia progettuale di Piano, celebrato come Archistar internazionale.

La mostra presenta 16 progetti tra cui: il Centre Pompidou di Parigi (1971), la Menil Collection a Houston (1986),  l’aeroporto di Kansai a Osaka (1994), il Jean-Marie Tjibaou Cultural Centre di Nouméa (1998), l’Auditorium del Parco della Musica a Roma (2002), il New York Times Building (2007), lo Shard di Londra (2012), la Jérôme Seydoux Pathé Foundation a Parigi (2014), il Whitney Museum of American Art di New York (2015).

L’allestimento occupa tre sale con un tavolo dedicato ad ogni singolo progetto su cui sono disposti documenti d’archivio, schizzi, disegni, plastici e modelli di dettagli. La prima sala ripercorre gli esordi e l’affermarsi di una teoria che si sostanzia con la realizzazione del Centro Pompidou. Dal soffitto è appesa una delle travi gerberette, come massimo omaggio all’ingegneria visionaria di Peter Rice che trasformò l’utopia in realtà.

Il cuore della mostra è la seconda sala che ospita l’“Isola”, progettata da RPBW e subito rinominata dagli inglesi “Pianotropolis” e “Renzoville”. È in effetti un plastico in legno sospeso da terra dove sono riportati 102 modelli di architetture che lo studio ha costruito nel mondo.

Alle pareti 32 fotografie di Gianni Berengo Gardin e un filmato a cura di Thomas Riedelsheimer. In video, Piano racconta la sua vita e la sua visione che spesso si uniscono in un suggestivo racconto autobiografico. Curioso, il ricordo di Piano che da bambino andava con il padre a messa e poi al porto a vedere le grandi navi in movimento, da cui scaturisce la concezione del dinamismo in architettura. Ed ancora riflessioni, come quella sulla progettazione al computer e sulla sua disumana velocità; Piano afferma che disegnare è un privilegio perché consente di assorbire il tempo lungo della mente. La velocità del computer è innaturale; la progettazione è un esercizio di pensare e ri-pensare.

La terza sala conclude la retrospettiva che in ordine cronologico arriva ai progetti in corso per il Centro Chirurgico a Entebbe in Uganda e per l’Academy Museum of Motion Pictures a Los Angeles.

Il catalogo è un’inedita raccolta di testimonianze che comprendono un’intervista di Sir John Tusa.

 

Renzo Piano

The Art of Making Buildings

Royal Academy of Arts, Londra

Gabrielle Jungels-Winkler Galleries

15 settembre – 20 gennaio 2019

 

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One Response to Renzo Piano alla ricerca di Atlantide

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