Caochangdi: come Pechino trasforma un villaggio rurale in distretto artistico

by • 24 Settembre 2015 • Città e Territorio2194

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Proseguiamo il viaggio intrapreso qualche mese fa nella capitale cinese (leggi l’articolo introduttivo e i reportage monografici) con la presentazione di ulteriori realizzazioni e ambiti urbani

 

Sono pochi i luoghi in cui la scena artistica si sviluppa in un mondo che scorre a un’altra velocità ed è quasi inconsapevole della sua presenza. Uno di questi è Caochangdi, villaggio urbano collocato al limite nord est di Pechino oltre il quinto anello: rappresenta un insediamento informale all’interno della città, caratterizzato da un passato prevalentemente rurale. I suoi abitanti sono soprattutto migranti provenienti dalle campagne che, non potendo usufruire del diritto di residenza in città e accedere al mercato immobiliare, si vedono costretti a vivere ai margini. Caochangdi è stata infatti sempre una realtà al limite tra legalità e illegalità, con la maggior parte degli edifici abusiva e per lungo tempo scollegata dalle reti di distribuzione dell’energia elettrica e del gas.
E’ qui che, a fine anni ’90, Ai Weiwei insieme ad altri artisti stabilisce il proprio studio, avviando la costruzione di gallerie e laboratori che fanno oggi di Caochangdi una sede espositiva di portata internazionale. Grazie anche alla sua valenza culturale e alla mobilitazione delle persone che gravitano intorno, il villaggio è riuscito a evitare la completa demolizione prevista dall’amministrazione nel 2010. Decisione che se da un lato segnala una presa di coscienza da parte del governo circa l’importanza strategica svolta dalla promozione dell’arte, dall’altra mostra la volontà di controllo sulla produzione culturale, essendo Caochangdi una realtà ben delimitata e lontana dal centro cittadino.
L’atmosfera che si respira è molto diversa da quella della vicina 798, il distretto artistico più noto di Pechino ma anche molto più commerciale e svuotato ormai del ruolo di avanguardia che possedeva inizialmente. Nessuno si aspetterebbe, arrivando a Caochangdi e inoltrandosi tra le sue vie (peraltro senza nome, non essendo propriamente città), di trovarsi in uno dei luoghi più significativi della scena culturale cinese. Non ci sono particolari indicazioni che segnalino la presenza del distretto artistico e solo proseguendo all’interno si arriva agli ingressi dei primi spazi espositivi.
Da qui si apre un’altra dimensione. Tra le gallerie principali la Urs Meile, omologo cinese della galleria di Lucerna, è progettata dallo stesso Ai Weiwei, così come la Red Bricks Courtyard. La disposizione degli edifici nei due complessi, intorno a corti interne e passaggi, stimola l’esplorazione e il contatto diretto con le costruzioni, il cui comune denominatore sta nella consistenza materica. L’uso del mattone grigio nella prima e del mattone rosso nella seconda si ricollega alla tradizione costruttiva locale e contribuisce a definire la purezza dei volumi e dello spazio. Il loro aspetto essenziale li distingue dai più consueti contenitori d’arte e anche gli interni prevedono la stessa chiarezza, pur ospitando opere molteplici e non scontate.
Un mondo parallelo rispetto alla caoticità che caratterizza il resto del villaggio, dove la maggior parte delle attività si svolge per strada, piena di ristoratori, commercianti e piccoli artigiani. Due realtà che vivono fianco a fianco, quasi senza interagire e che rendono Caochangdi un luogo fuori dal comune. Gli altri edifici disseminati per il villaggio, sedi non solo delle esposizioni ma anche di laboratori, residenze per artisti, archivi e caffetterie, quasi si camuffano all’interno di questo contesto poco convenzionale, in cui probabilmente il nome di Ai Weiwei risulta per lo più sconosciuto.
Pur trovandosi ai limiti urbani, la commistione di persone e situazioni così diverse attira però visitatori incuriositi e permette a Caochangdi di essere centrale, mantenendo ancora la propria integrità, a differenza di altri luoghi della città.

 

 

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