Agorà Design, 2025. Mostra a Palazzo Ducale, Martano (©Antonio Leo)
Da Napoli a Torino, da Como a Catanzaro, con le rassegne che si moltiplicano, cresce anche la consapevolezza dei loro rischi. Le manifestazioni più interessanti sono quelle che trovano la propria ragion d’essere nelle storie, nelle persone e nelle identità dei luoghi. Senza inseguire Milano e senza trattare le città come scenografia
Napoli, Riviera di Chiaia. Davanti alla chiesa di San Rocco, inglobata in un edificio residenziale e con un ingresso indipendente sormontato da un balcone, s’inaugura “Archetipi di Pace“, l’installazione di Fabrizia Frezza e Felice Limosani per Edit Cult, il programma diffuso della prima rassegna di design del sud Italia.
Una sistemazione architettonica molto napoletana, dove sacro e profano convivono da secoli, spesso allo stesso indirizzo. La chiesa ha 500 anni e una storia che sembra scritta apposta per l’occasione. Fondata nel 1530 dalle monache di San Sebastiano e dedicata a San Rocco, il santo invocato contro la peste, in segno di gratitudine per aver salvato Napoli dall’epidemia, 5 secoli dopo accoglie una mostra dedicata alla pace. Le coincidenze, del resto, sono una specialità napoletana.
Accanto agli artisti ci sono Mariafederica Castaldo, presidente della Fondazione Pietà de’ Turchini, che cura la programmazione culturale della chiesa, e Donatella Bernabò, portavoce di We Chiaia, l’associazione del quartiere presieduta da Maurizio Marinella, l’imprenditore del marchio eccellenza della cravatta. We Chiaia ha collaborato con Edit suggerendo luoghi e favorendo incontri.
Castaldo racconta il lavoro necessario a far vivere questo luogo, portandovi musica e arte. Bernabò racconta il quartiere e le opportunità che nascono quando chi abita una città contribuisce a immaginarne la vita culturale. È una bella storia di design, perché il progetto contemporaneo è entrato dalla porta principale accompagnato da chi conosce la casa. Nessuna occupazione dall’alto di un edificio prestigioso, ma un programma realmente partecipato.
Teatro, non palcoscenico
Negli ultimi anni il calendario italiano del design s’è riempito di festival e fiere. Ogni città vuole la propria design week e se la costruisce. Milano rimane il riferimento inevitabile con la sua storia industriale e la concentrazione di imprese e professionisti.
Copiarne la formula significa riprodurne la superficie: a che cosa servono, allora, tutte queste design week?
Le risposte più convincenti arrivano dalle manifestazioni che hanno trovato una strada propria, usando il design per mettere in relazione patrimoni e persone che difficilmente si sarebbero incontrati. Perché una città può essere un palcoscenico, ma è più interessante se diventa teatro: nel primo caso offre uno sfondo, nel secondo contribuisce a scrivere il copione.
E la differenza si vede, come a Chiaia.
Identità e consumo
Lontano dai casi virtuosi, l’entusiasmo automatico con cui per anni abbiamo accolto ogni nuova design week sta lasciando spazio a un atteggiamento più critico. Abbiamo imparato che un festival può arricchire un quartiere, ma anche sfruttarne l’identità, contribuire a trasformarlo in qualcosa di alieno ai suoi abitanti. Lo sa bene Lucrezia Nardi, direttrice e curatrice di Trip, il festival che a inizio ottobre ha portato oltre 90 artisti e designer in una trentina di luoghi a Barriera di Milano, Torino.
Un quartiere dalla forte eredità industriale, con le sue fabbriche riconvertite, gli studi creativi, i laboratori e una reputazione urbana ancora legata alle sue fragilità. Nardi ha scelto di lavorare con ciò che esiste, senza chiedere agli spazi di svuotarsi per ospitare le mostre. “I festival culturali non devono disidratare un territorio“, ha detto in una intervista a “In Qua”.
Devono piuttosto rinvigorirlo, sostiene, destinando le eventuali risorse a infrastrutture capaci di restare. Del resto, sul rapporto tra grandi eventi e città, Lucia Tozzi ha scritto pagine illuminanti. Nel libro “L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane” (Cronopio, 2023), la giornalista ha raccontato come il successo del marketing urbano possa accompagnarsi alla progressiva subordinazione della città reale alla sua immagine.
Le design week partecipano a questa economia dell’evento, con ricadute che vanno ben oltre le giornate di festa. Una questione al centro anche di Redesigning Design Weeks – Civicity, il programma pluriennale avviato dal Nieuwe Instituut di Rotterdam e da cheFare per indagare l’impatto sociale e ambientale delle settimane del design.
A Milano, tra Adriano e Chiaravalle, il progetto ha sperimentato iniziative di riparazione degli oggetti e residenze di designer chiamati a lavorare con le comunità locali. Nel 2026 ha coinvolto anche Barona e Niguarda. La domanda, cara anche a Bertram Niessen, riguarda la destinazione del valore prodotto: perché una città mette a disposizione luoghi, infrastrutture e identità, ma i benefici possono finire altrove. E una settimana di design che rende un quartiere più desiderabile rischia, alla lunga, di renderlo meno accessibile proprio a chi lo abita e lo tiene vivo.


Ottomila abitanti possono bastare
Il panorama italiano offre in realtà diversi casi virtuosi. Il Lake Como Design Festival di Lorenzo Butti e Francesca Prandelli, per esempio, ha aperto al pubblico luoghi normalmente inaccessibili, come l’Asilo Sant’Elia di Giuseppe Terragni. A Martano, ottomila abitanti nella Grecìa Salentina, Agorà Design porta ogni due anni progettisti e artigiani nei palazzi storici e nelle strade del paese.
A Catanzaro, Materia Design Festival ha celebrato i suoi 10 anni trasformando il Complesso Monumentale del San Giovanni in un’agorà dedicata alle architetture dell’ombra. A Udine, Anna Lombardi ha coinvolto negozi e scuole, mentre a Salerno Giovanna Basile e Stefania Rinaldi hanno riportato l’attenzione sulla fabbrica Solimene di Vietri sul Mare, capolavoro di Paolo Soleri. Cinque città, cinque modi di cercare nel proprio patrimonio le ragioni per organizzare una manifestazione di design.
Storie segrete
Ma per aggiungere qualcosa, bisogna cominciare spesso da ciò che la città nasconde. A Napoli, We Chiaia ha aperto a Edit, tra le altre, le porte di Palazzo Cellammare, un edificio cinquecentesco che nel Settecento ospitava le leggendarie feste del principe Michele Imperiali di Francavilla, frequentate anche da Goethe e Casanova. Oggi è un palazzo residenziale privato, normalmente chiuso alle visite pubbliche, con un giardino nascosto alla città e un monumentale portale progettato da Ferdinando Fuga.
Un’occasione rara per entrare in un luogo che molti napoletani conoscono soltanto dall’esterno. Osserva Donatella Bernabò, portavoce di We Chiaia: “Il quartiere ha uno straordinario patrimonio artistico e architettonico che spesso sfugge agli stessi napoletani e nella narrazione turistica mainstream compare dopo il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli. Da qui l’idea di puntare su un pubblico colto e curioso, segnalando quei luoghi segreti o poco noti normalmente non accessibili“.
Alla fine, il design migliore non inventa una storia: sa riconoscere quella che c’è già.
























