Frame dal film "Fuksas - Da tutta la vita", Elisa Fuksas, 2026 (filmitalia.org)
Alla Festa del Cinema di Roma la prima del film documentario su Massimiliano Fuksas, con la regia della figlia Elisa. Un filone di narrazione cinematografica con precedenti illustri, da Kahn a Koolhaas
ROMA. “Quo vadis architetto” è una domanda ma è anche una risposta. Leggere la professione attraverso il cinema è un esercizio sociologico discutibile, specie se chi lo fa è parte della categoria e quindi interessato. Ma tant’è. Mario Botta dichiarava che le riviste di architettura le leggono solo gli architetti. Lo aveva bollato come un “rapporto incestuoso”. Il cinema arriva a tutti e, spesso, solo attraverso il cinema il pubblico può conoscere storie sugli architetti che altrimenti non conoscerebbe mai.
Al contrario di altre professioni (difficile non avere mai a che fare con un medico, per esempio) puoi passare una vita intera senza conoscere un architetto. La trasposizione dallo schermo alla realtà diventa quindi fondamentale così come l’inverso. Fondamentale per il lavoro sociale che il professionista svolge, per la sua credibilità, per la sua formazione e istruzione.
Diventa quindi necessario seguire le principali manifestazioni cinematografiche, mostre, festival, feste e rassegne, per monitorare come la settima arte percepisce i cambiamenti che ci riguardano. Alla Festa del Cinema di Roma (in corso fino a domenica 25 ottobre) l’architettura è da sempre protagonista: con la rassegna Proiezioni, all’Acquario Romano, Casa dell’Architettura, dedicata ai film con tematiche inerenti la professione; al Maxxi, firmato Zaha Hadid, la prima di “Five Living Building (by Renzo Piano)” del regista inglese Jonathan Goodman Levitt. Il film documentario attraversa le esperienze delle persone che vivono in 5 degli edifici progettati dall’architetto.
Sempre al Maxxi e all’Auditorium Parco della Musica, firmato Renzo Piano, il film su Massimiliano Fuksas: “Fuksas, da tutta la vita”, regista la figlia Elisa.
Combinazioni scombinate. Nathaniel Kahn figlio di Louis, Sebastiano d’Ayala Valva figlio di Franco, Amos Gitai figlio di Munio Weinraub, Tomas Koolhaas figlio di Rem, Georgia, Marianne e Waltraut van der Rohe figlie di Ludwig Mies, Yael Melamede figlia di Ada Karmi, Elisa Fuksas figlia di Massimiliano. Cineasti, figli e figlie, che hanno raccontato i genitori architetti, la loro vita accanto al genitore recuperando ricordi comuni, momenti intimi, viaggi, riflessioni, ma anche dolori e conflitti in mezzo a tanta architettura.
Ormai è un classico del cinema di genere: “My architect: A son’s journey” (2003), “La casa del padre” (2009), “Lullaby to my father” (2013), “REM” (2016), “Mies van der Rohe. Le linee della vita” (2023), “ADA. My mother the Architect” (2024), “Fuksas – Da tutta la vita” (2026).
Massimo Recalcati nel suo libro “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre” (2013) introduce questa nuova espressione che ribalta le classiche dinamiche psicoanalitiche della relazione tra genitori e figli. A differenza del complesso di Edipo e del complesso di Narciso, la figura di Telemaco rappresenta una relazione sana e felice basata sulla ricerca e sull’eredità.
Sembra questo il caso della famiglia Fuksas. Confermato dalle innumerevoli interviste circolate in rete, dalle recensioni, dalle foto sul red carpet. Il cinema permette agli autori di affrontare viaggi nelle architetture iconiche, dei padri e delle madri, inaspettate, con relative riflessioni personali che non avrebbero peso nei libri. Anche se i libri, forse, raccontano più intimamente i loro rapporti.
L’architettura ne esce come una coprotagonista, viva di ricordi personali e condivisi. Per contro le riprese, le voci, i suoni, le musiche, i silenzi annullano in qualche modo la veridicità dell’immagine e le opere sembrano non parlare.
Forse bisognerebbe ritornare al muto. Da sperimentare.




























