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Alessandro ColomboScritto da: Reviews

Polvere, macerie, progetti, ricostruzione

Polvere, macerie, progetti, ricostruzione
Due libri recenti ci riportano alla Milano della Seconda guerra mondiale. Un periodo straordinario – e non del tutto conosciuto – della storia architettonica italiana. Barbara Bracco e Serena Maffioletti le autrici

 

La distanza storica permette di leggere gli accadimenti istituendo relazioni che per molti anni sono rimaste nascoste, o almeno non così chiare. Soprattutto, il tempo trascorso dà modo agli studiosi di entrare in quelle pieghe della storia che, una volta indagate, si delineano come elementi imprescindibili e, a volte decisivi.

È il caso della ricostruzione italiana, in particolare di Milano, che segna indelebilmente gli anni della rinascita che porteranno l’Italia dalle rovine della guerra ai successi del boom economico.

Il capoluogo lombardo è città guida nel bene e nel male, nella avversità e nei successi e, in questo modo, è il centro urbano che soffre forse più delle distruzioni belliche e che, successivamente, guiderà la ricostruzione nel segno dell’architettura.

Fin qui tutto noto e studiato accuratamente, ma rimangono alcuni interrogativi sui quali, in qualche modo, non ci siamo soffermati o ai quali abbiamo dato risposte superficiali. Che fine fecero le ingenti quantità di macerie che il conflitto provocò? Come furono gestite? E ancora: quella generazione di architetti che divenne protagonista della ricostruzione, dando esempio di una categoria compatta, motivata e fattiva, cosa faceva durante la guerra e come riuscì a ritrovarsi unita subito nei primissimi anni della rinascita?

Due testi giungono ora a dare luce a questi aspetti e ci sembra significativo presentarli insieme, come due facce o due antefatti necessari a meglio comprendere gli accadimenti del dopoguerra in ambito urbano e architettonico con particolare riguardo a Milano.

 

Nelle nebbie della storia

Il primo libro è “Polvere e storia”. Il sottotitolo “Le rovine e le macerie di Milano nella Seconda guerra mondiale” (Biblion, 2026, 268 pagine, 25 €) non lascia dubbi su quale tipo di polvere l’autrice Barbara Bracco vuole introdurre: quella che si solleva dai crolli susseguenti ai bombardamenti che, duramente, colpirono la città di Milano distruggendo più del 40% dei suoi edifici.

Per ben entrare nello spirito, fondamentale è l’appendice fotografica, così chiamata perché collocata in fondo al volume, ma che, a nostro parere, occupa la prima posizione accanto ai capitoli di indagine. Sono più di cento immagini che portano indietro come una macchina del tempo, fissando in molti casi il momento in cui la polvere non si è ancora posata dopo la distruzione e filtra i raggi del sole come una nebbia che, immaginiamo, densa ed acre di esplosivi, calcinacci e dolore. Il dolore che attanagliò la popolazione chiamata a testimone e vittima di una distruzione che mai aveva provato prima.

Con grande precisione e dovizia di apparati – che permettono un approfondimento a tutto campo grazie ai documentati riferimenti bibliografici – Barbara Bracco, docente di storia all’Università Bicocca di Milano, ci coinvolge in un gioco che non è solo narrativo, ma che è anche un’esplorazione ed una scoperta di aspetti che, per noi che non abbiamo vissuto quegli anni come ormai quasi tutti gli abitanti di Milano, sono rimasti a lungo dimenticati e nascosti. Se la vicenda della montagnetta di San Siro (la collina sorta grazia all’accumulo delle macerie, oggi un bosco rigoglioso che si erge come porta della città) è nota nel suo risultato finale, poco sapevamo della sua genesi dovuta all’intuizione di Piero Bottoni – deus ex machina di quello che diverrà poi il QT8, quartiere sperimentale dell’ottava Triennale di Milano –  quasi obbligata per la quantità di materiale che, altrimenti, non si sarebbe saputo dove allocare.

I vari ordini di sgombero, riprodotti nel libro, con i loro precisi elenchi di vie e numeri civici ci danno, da una parte, la geografia esatta della distruzione, dall’altra la provenienza dei detriti che, una volta riempite le cave nelle zone periferiche della città, arrivarono ad ammassarsi fino a cento metri di altezza in quello che diverrà il monte Stella, in omaggio alla prima moglie di Bottoni, l’artista polacca Stella Sas Korczynska. In questo modo la città può ripartire, certo forse seppellendo insieme ai milioni di metri cubi di detriti anche la memoria e il ricordo di quei giorni di guerra, ma prendendo uno slancio che, a 80 anni di distanza, non si è ancora fermato anche se le ultime vicende urbane hanno fatto nascere qualche crepa nella positività che abbiamo sempre attribuito a quest’attitudine.

Senza togliere nulla alla ascientificità del testo, i ricchi apparati permettono anche un gioco nel quale è piacevole indulgere: confrontare le immagini degli edifici distrutti – come quelle macerie su cui si aggira incredulo Lucio Fontana, orfano del proprio studio in Via Boccaccio – con gli scorci della Milano attuale. Spesso si riconosceranno i luoghi di edifici “moderni” intervenuti a sostituire gli antichi perduti, ma in altri casi si riconosceranno ricostruzioni più filologiche se non addirittura improntate al “dov’era e com’era”, confermando una mappa di complessità urbana tutta da scoprire e studiare. 

 

Vogliamo ricostruire l’Italia

Serena Maffioletti, a lungo docente all’Università Iuav di Venezia, ci accompagna invece a conoscere la vicenda, nota per frammenti, di quel gruppo di studenti di architettura che, dal settembre del 1943 al maggio del 1945, furono accolti, ospitati ed istruiti nel Campo italiano, predisposto allo scopo, dall’Université de Lausanne, in uno spirito di cooperazione, comprensione e fratellanza che suona quasi strano oggigiorno.

“Gli architetti della Ricostruzione 1943-1945. La formazione di una generazione in esilio” (Silvana Editoriale, 2026, 208 pagine, 19 €) è una storia che inizia in Italia, devastata dalla guerra e dalla capitolazione dell’8 settembre, prosegue oltralpe e poi torna nella penisola, perché i suoi protagonisti (Franco Berlanda, Giancarlo Casè, Paolo Chessa, Luigi Fratino, Vico Magistretti, Angelo Mangiarotti, Alberto Rosselli, Luigi Zuccoli, sotto la guida dei più anziani Maurizio Mazzocchi, Giulio Minoletti ed Ernesto Nathan Rogers) completeranno la propria formazione culturale e professionale, umana e politica nel campus vodese – con Gustavo Colonnetti, rettore del Campo italiano, Jean Tschumi, docente di Progettazione architettonica – per poi tornare protagonisti della ricostruzione italiana e, segnatamente, milanese.

Nel Canton Vaud – al riparo dalla guerra grazie alla neutralità elvetica – per precisa volontà dei politici svizzeri si crea un ambiente internazionale nel quale transitano molti esuli italiani, basti ricordare Luigi Einaudi e Adriano Olivetti, protagonisti della nuova Italia democratica.

Nel caso dei giovani studenti di architettura si va ben oltre. Ci si prende cura della loro formazione, in modo che non perdano tempo e siano pronti ad intervenire non appena il nostro paese sarà pronto ad accoglierli. E così avviene, in modo rapido e conseguente, e anche in questo caso Ernesto N. Rogers sarà il collante di questa parte significativa della progettazione italiana che, subito dopo la Liberazione, si riunirà con quella rimasta in patria. Tutti uniti sotto la guida della rivista Domus che Rogers dirige tra 1946 e 1947.

Il saggio è estremamente documentato e vanta un ricco apparato di note e testi dell’epoca appositamente tradotti dal francese dall’autrice. Articolato in tre capitoli, i primi due si incentrano rispettivamente sul Campo e sull’esilio di Rogers, il terzo raccoglie in qualche modo gli sviluppi delle vicende narrate per arrivare alle tappe della ricostruzione, dalla “Mostra della Liberazione” – tenuta nel 1945 presso l’Arengario in Piazza Duomo – alla realizzazione dell’VIII Triennale con il suo quartiere sperimentale QT8 e la famosa montagnetta già ricordati.

Non a caso le prime illustrazioni del libro sono le fotografie della Milano distrutta dai bombardamenti, da Santa Maria delle Grazie alle case del centro, confermando la cogenza di una situazione che non poteva che imporre la scritta murale, riportata in quarta di copertina, “VOGLIAMO RICOSTRUIRE L’ITALIA”, conservata nel fondo Peressutti dell’archivio progetti di Iuav.

Il racconto ci trasporta con freschezza in quei mesi e in quegli anni, grazie anche ai testi riportati fra i quali ne notiamo alcuni: il “Discorso di benvenuto agli studenti italiani” di Roger Secrètan, allora rettore dell’Università di Losanna che, con lucido pragmatismo, ricorda la lunga tradizione di ospitalità dell’Ateneo; il profondo “Le premesse spirituali della ricostruzione”, discorso pronunciato da Gustavo Colonnetti nell’aprile del 1944, sempre all’Università di Losanna, che fonda l’attività futura su tre grandi rinunce: alle ideologie nazionaliste, agli egoismi di classe e allo spirito di violenza.

Per finire con l’appassionata “Lettera di capo d’anno ad un amico nell’al di là”, pubblicata nel 1945, nella quale Piero Calamandrei lascia una raccomandazione che restituisce pienamente lo spirito dell’epoca che animò questi studenti, prima esuli e poi architetti protagonisti: “In mezzo a questi crolli riconoscerai, appena spuntati sulla proda, questi fiori di campo che non nascono che qui: per amore di essi non ti spaventerai di queste miserie, non arretrerai di fronte a queste responsabilità. E ricomincerai a lavorare non solo per ricostruire i ponti e le strade, ma anche per ricostruire nel mondo, che guarda con sospetto l’Italia, la fiducia negli Italiani”.

 

È quasi superfluo sottolineare l’attualità dei temi sollevati dalle vicende approfondite in questi due saggi, non solo per il ripresentarsi oggi degli scenari di guerra nella nostra vita, ma anche per la necessità di approntare le basi di una ricostruzione che non potrà essere sempre e solo materiale, economica e finanziaria, ma dovrà misurarsi con una nuova visione politica e civile che risolva i nodi rimasti a lungo aperti per rispondere ai quali si è pensato, erroneamente, di ricorrere all’utilizzo della forza.

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Tag: , , , , , , , , Last modified: 14 Settembre 2026