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Storie di città che sfidano se stesse

Storie di città che sfidano se stesse
Il sogno (incompiuto) di un Mare a Milano e quello (realizzato) del centro di Roma senz’auto. Confronto tra vicende urbane ricostruite in due libri recenti: un lavoro intenso e corale di riflessione critica dove il passato e la memoria influenzano la dimensione collettiva della realtà attuale

Esistono città che finiscono per essere raccontate attraverso ciò che hanno perduto. Altre che conservano la memoria di ciò che sono state, talvolta con una certa nostalgia. Ci sono città fatte di progetti rimasti sulla carta, di idee che per qualche anno hanno abitato il dibattito pubblico e che oggi sopravvivono soltanto nei disegni. Altre ancora subiscono trasformazioni forzate e contraddittorie. Sono, in ogni caso, storie urbane: “Mare Culturale Urbano. Libro bianco” e “Roma Vietata” ne raccontano due, entrambe segnate dal rapporto tra spazio collettivo, memoria e possibilità mancate.

 

Un progetto rimasto utopia

Sono numerosi i progetti promessi alle città e mai realizzati: “Mare Culturale Urbano. Libro bianco” (Cratèra – Thymos Books, 2026, 258 pagine, 52 €) di Carlo Gandolfi, racconta la genesi, lo sviluppo e la mancata realizzazione del centro di produzione artistica e culturale previsto in via Novara 75 a Milano.

Il titolo richiama la tradizione anglosassone dei white books, strumenti nati per tracciare un consuntivo: Gandolfi ne riprende l’impostazione costruendo una cronologia degli eventi e conservando la memoria di un progetto rimasto incompiuto. Ai suoi testi si affiancano i contributi di Gabriele Pasqui, Andrea Capaldi, Tommaso Goisis, Andrea Minetto, Francesco Pizzorni, Luka Skansi e Nicola Russi, in un volume corale che alterna cronaca, riflessione teorica, tavole di progetto, fotografie e testimonianze.

Il progetto di Mare Culturale Urbano nasce nel 2012, in una Milano che sembrava riscoprire il ruolo pubblico della cultura. Sono gli anni dell’amministrazione di Giuliano Pisapia, dell’occupazione della Torre Galfa da parte di Macao e di un dibattito che prova a spostare l’attenzione dagli eventi ai luoghi. È in questo contesto che Andrea Capaldi immagina Mare Culturale Urbano come un luogo di attraversamento, produzione artistica e costruzione di comunità. L’intuizione convince il Comune di Milano che assegna in concessione trentennale a Mare Srl l’area di via Novara 75, una porzione di città rimasta ai margini delle grandi trasformazioni urbane, tra lo stadio di San Siro, l’ospedale San Carlo ed il deposito ATM di via Novara.

Le pagine dedicate alla ricerca progettuale dello studio Bunker raccontano l’evoluzione di un edificio e la costruzione di un pensiero: tra i riferimenti compaiono il SESC Pompéia di Lina Bo Bardi, il Fun Palace di Cedric Price, oltre a numerose esperienze europee di edifici culturali, collettivi e teatri contemporanei, dal Kaserne di Basilea al Matador di Madrid, dal FRAC Nord-Pas de Calais a Dunkerque al CentQuatre di Parigi.

Il volume racconta Mare mentre prende forma, seguendone le continue trasformazioni: il risultato è un parallelepipedo 40 x 77 x 12,90 metri, dal recinto traslucido di giorno e luminescente di notte, attraversato da patii e passaggi interni. Una vera e propria macchina urbana nella quale spettacolo, cinema, ristorazione, laboratori e spazi coworking avrebbero costruito nuove relazioni tra cultura e territorio.

L’interruzione del progetto arriva quando il lungo iter burocratico sembra ormai concluso. Il permesso di costruire è stato ottenuto, gli ostacoli tecnici e amministrativi superati, la sostenibilità economica verificata: manca soltanto la fideiussione da parte del comune di Milano sul finanziamento bancario. Dinamiche politiche interne a Palazzo Marino impediscono però l’attuazione dell’intervento. A oltre 10 anni dall’avvio dell’iniziativa, il lotto di via Novara 75 è ancora vuoto: nel frattempo è passato a Lidl e, con ogni probabilità, ospiterà un supermercato.

Nel racconto di Gandolfi emerge una Milano in cui le idee corrono più veloci dei tempi della politica, lasciando il passaggio dal disegno alla realtà esposta alla fragilità dei cambi di scenario. Il valore del volume risiede nel sottrarre all’oblio la traccia di una possibilità mancata, trasformando un’architettura interrotta in uno strumento critico per interrogarci sul futuro della città.

 

Pregi e difetti di una scelta inevitabile

Se il volume di Gandolfi riflette su un vuoto fisico e su un’opportunità civile mancata a Milano, “Roma Vietata. Viaggio nella città raggiungibile” (Humboldt Books, 2026, 133 pagine, 26,60 €) di Stefano Ciavatta e Luca Galofaro compie un’operazione speculare, riportando alla luce una stagione della capitale ormai remota, in cui il centro storico di Roma era ancora interamente attraversato dalle automobili, le piazze fungevano da parcheggi e Antonio Cederna definiva via della Conciliazione un semplice “corridoio per autobus turistici.

Il racconto procede su due piani complementari. Da un lato, i saggi di Ciavatta e Galofaro ricostruiscono la parabola storica e il valore politico della libertà di movimento nel centro storico romano, prima dell’introduzione delle Zone a traffico limitato, degli anelli ferroviari, delle isole pedonali e della retorica contemporanea della smart city. Dall’altro, le fotografie realizzate da Enrico Blasi nel 1972 per il libro “Le piazze di Roma” di Cesare Jannoni Sebastianini dialogano con un ricco repertorio di cartoline, mappe, opuscoli e ritagli di giornale, componendo un atlante iconografico che sostiene la riflessione degli autori.

“Roma Vietata” restituisce l’immagine di una città nella quale l’automobile era parte integrante del paesaggio urbano e rappresentava, almeno per una stagione, una promessa democratica di accesso allo spazio pubblico. Film come “Roma” di Federico Fellini (1972) o “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (1974) testimoniano la naturalezza quotidiana con cui automobili e motociclette attraversavano la materia antica della capitale. La progressiva liberazione delle piazze, guidata dalle battaglie storiche di Antonio Cederna e Italo Insolera, inaugura la stagione delle pedonalizzazioni.

Roma avvia così una trasformazione radicale: mentre il centro storico si decongestiona, i suoi abitanti si spostano verso periferie sempre più frammentate, dando forma a una città diffusa. Nel restituire il centro alla contemplazione estetica, la città storica rischia però di perdere parte della propria quotidianità: diventa protetta ma distante, monumentale ma progressivamente museificata. Oggi, mentre il centro di Roma rischia di ridursi a una scenografia perfetta per i flussi turistici globali, il libro — senza indulgere alla nostalgia — invita a riflettere su ciò che è stato guadagnato e ciò che è stato perduto nel passaggio da una città vissuta e attraversabile a una città regolata da varchi elettronici e confini invisibili.

Cosa unisce due vicende apparentemente così distanti? Il fatto che progettare un nuovo centro culturale nella periferia milanese o salvaguardare il patrimonio storico nel centro di Roma rappresentino, in realtà, la medesima sfida di civiltà. Nessuno auspica il ritorno a una stagione nella quale la città storica era congestionata dal traffico veicolare: la pedonalizzazione costituisce un progresso ecologico e civile. Tuttavia, entrambi i libri sollevano una questione centrale: lo spazio collettivo non può ridursi né a semplice valore commerciale né a pura riserva estetica. Tanto il vuoto di via Novara quanto la stratificazione storica di Roma trovano senso soltanto se la pianificazione riconosce la centralità degli abitanti, garantendo che la città rimanga un’infrastruttura sociale aperta e realmente condivisa.

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Tag: , , , , , , Last modified: 6 Agosto 2026